Sulcis In Fundo

Quando l’estate di due anni fa io e Nicola Quaggia andammo a Carbonia, nel Sulcis, per visitare l’unico sito minerario ancora attivo su territorio nazionale sapevamo che ci saremmo trovati davanti ad una realtà industriale in decadimento e abbandono. Avemmo l’impressione conradiana di una realtà coloniale lasciata al suo destino da tanto tempo: la fatiscenza delle strutture urbane e di quelle industriali confermarono le nostre attese. Per strada il rapporto tra cani randagi e cassonetti dell’immondizia abbandonati era di due a uno. Parlando con gli autoctoni ci rendemmo conto che la situazione sociale della popolazione era ancora peggio di quello che si potesse immaginare camminando per le strade della città. Ora nell’area industriale metallurgica del Sulcis l’atmosfera è tesa e grave. Ma nel luglio del 2011 le prospettive e le speranze di investimento in ambito minerario e industriale in senso stretto erano ancora vive.

Alcuni ingegneri della società Carbosulcis – che possiede tuttora le concessioni di sfruttamento del sito minerario di Nuraxi Figus – avevano preparato un piano di conversione dell’impianto di coltivazione del carbone per sfruttare una nuova tecnologia di stoccaggio dell’anidride carbonica denominato CSS (Carbon Capture and Storage) che avrebbe potuto rilanciare il sito minerario rendendolo all’avanguardia nel settore. Per quanto possa essere all’avanguardia la coltivazione del Carbone nell’epoca delle energie rinnovabili. Ma l’aspetto interessante era legato allo sviluppo della tecnologia piuttosto che al suo effettivo utilizzo nel sito industriale di Nuraxi Figus: gli investimenti per la ricerca e per lo stoccaggio dell’anidride carbonica all’interno delle coltivazioni esaurite di carbone avrebbero reso il polo una specie di “Università per minatori” in cui la nuova tecnologia sarebbe stata illustrata a specialisti stranieri per essere poi applicata in tutto il mondo. Ma lo stato italiano, il cui organo costituente si basa oramai inspiegabilmente su un articolo della costituzione in cui si adduce al fatto che “l’Italia è un Repubblica fondata sul lavoro” ha abbandonato il progetto: non ha presentato in tempo il programma di riconversione dello stabilimento minerario alla Commissione Europea e non ha dunque ottenuto concessioni e fondi per la realizzazione. E ora Carbosulcis e i suoi dipendenti sono con le chiappe in terra tra migliaia di cani randagi e ragazzi delle nuove generazioni disoccupati che non vogliono abbandonare la loro terra – con una certa analogia tra le due situazioni.

La regione del Sulcis – che come disse giustamente Nicola Quaggia al tempo fa parte di una realtà in cui dei montanari sono costretti a vivere in un’isola – ha fondato per decine e decine d’anni la propria identità sociale sulla cultura del lavoro – in maniera diversa da come succede nelle regioni italiane più industrializzate del nord, ma forse in modo più genuino. Minatori, metallurgi, operai, pescatori, piccoli imprenditori: la cultura del lavoro a Carbonia-Iglesias è molto radicata, il libero professionismo è poco diffuso e la popolazione è cresciuta nel tempo attorno alle grandi industrie. Dunque, può essere facilmente comprensibile il disagio di una popolazione che radica la propria cultura nel lavoro e che oggi deve arrendersi all’inerzia, costretta in questa situazione di stallo dal giogo posto dagli organi di governo, che evidentemente pensano più che altro alla conservazione della situazione attuale. C’è chi vede in questo una lotta generazionale di ideali legati al mondo del lavoro diventati oramai anacronistici come Marco Simoni, del Post, la cui disamina sulla situazione è sicuramente competente e illuminante da un punto di vista cronistorico, ma non del tutto condivisibile da un punto di vista sociologico.

Per quale motivo dunque ci dovremmo aspettare la tanto acclamata “Riforma del Lavoro” se poi chi ci governa ora – chi ci ha governato in passato e che lo farà in futuro – non si applica per lasciar lavorare quantomeno il presente, in santa pace? Perché poi, per giungere alla tanto accalamata riforma del lavoro bisogna passare prima da una molto richiesta “Riforma Elettorale”, che è ciò che più bramano gli organi edonistici del potere in Italia. A guardarci bene, cavando il ragno dal buco, una volta che avremo la molto richiesta legge elettorale, chi voteremo? La scelta è ampia: Bersani, Afano, Casini, Vendola, Monti, Renzi, Berlusconi, Rutelli, Di Pietro, Fini. Prima però bisogna aspettare i risultati delle elezioni primarie per i singoli partiti.

Come si arriva dunque dalla cima del vertice degli organi di governo di questo paese al fondo buio delle gallerie minerarie nel basso ventre di una regione disastrata – la seconda più disastrata a livello europeo dopo la provincia di Agrigento – passando per tutte le dinamiche metapolitiche che immobilizzano il paese come fecero gli abitanti di Lilliput con Gulliver.

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