Film Carini – Pietà, Kim Ki Duk (recensione)

Gang Do, solitario trentenne dall’aria poco raccomandabile, lavora nel ramo del recupero crediti. Nella fattispecie, come ci spiegano le prime due vittime in modo assai pedante, rende storpi i debitori di uno strozzino per incassare i soldi dell’assicurazione. E nei primi minuti volano braccia e gambe che è un piacere, quasi sempre grazie ad atroci macchinari che molto giovano all’economia del film (nella Corea di Kim Ki Duk, curiosamente, solo metalmeccanici e saldatori sembrano avere bisogno di soldi). Compare poi una donna bella e malinconica, che inizia a pedinare il nostro anti- eroe e gli rivela di essere sua madre (non sua moglie, come aveva pronosticato la mia loquace vicina di poltrona). Si scusa per averlo abbandonato in fasce e cerca di riallacciare il rapporto, anche se l’impressione è che Gang Do sia un tipo poco incline al perdono. Da questo momento il film inizia a decollare, ed è meglio fermarci qui.

 Pietà ha tutte le carte in regola per diventare un cult, ma risente – opinione del tutto personale- di un grave errore a livello di intreccio. La questione, per chi è già stato al cinema, è approfondita a fondo pagina. In realtà ciò che più ha turbato il pubblico in sala, composto soprattutto da pensionati, è stato l’eccesso di violenza, soprattutto sessuale (un signore in fondo, sarebbe imperdonabile non menzionarlo, dopo una scena in cui il protagonista si masturba ha urlato: “ma è sporco di sbo**a!”). Eppure ci si diverte proprio per la dichiarata tendenza all’orrido e al grottesco, con scene davvero succulente per gli amanti del genere. Le interiora sul pavimento del bagno e la sequenza finale sono cose degne del miglior Tarantino e perché no, anche di Kitano. Purtroppo la sensazione è che Kim Ki Duk guardi soprattutto alla trilogia di un suo illustre compatriota, Park Chan Wook, e tra i due non c’è partita. Old Boy ha osato molto di più, con una trama molto meno credibile ma corroborata da un ritmo e una suspense gestiti decisamente meglio. Quanto a immagini shock e a degrado umano, gli onanisti in fila di Sympathy for Mr Vengeance vincono a mani basse.

 Resta una coppia di protagonisti d’eccezione, in primis il personaggio della madre, degna dello Shakespeare più machiavelliano. Lode anche ai comprimari, certo serve soprassedere davanti a un doppiaggio a tratti fastidiosissimo. Per carità, rendere in italiano i dialoghi coreani è impresa per pochi arditi, ma a questo punto viene da chiedersi se una fatica del genere sia davvero così necessaria. Spesso i personaggi ragliano.

In sostanza Pietà è un film strampalato ma interessante, forse più adatto a una serata tra amici che a un Leone d’Oro a Venezia. Purtroppo è impossibile un confronto col rivale più accreditato al Festival, The Master di P T Anderson, che nel nostro sciagurato paese uscirà tra mesi. Qui sotto, in zona allarme spoiler, ecco cosa non va in concreto.

ALLARME SPOILER

L’idea di fondo è ottima, va detto. Neanche Euripide avrebbe fatto di meglio. Però il film finisce mezzora prima dei titoli di coda, perché lei inscena la sua sparizione troppo presto. Poco dopo viene inquadrato il fatidico gancio, per cui diventa lampante che si tratta della madre della prima vittima. A questo punto si potrebbe uscire tranquillamente dal cinema. Peccato, c’erano gli estremi per un finale degno de I Soliti Sospetti, con lui che si suicida in quel modo e noi che solo dopo- o magari durante!- scopriamo l’arcano. Così si è persa un’occasione, viene in mente quando David Lynch decise di svelare l’assassino di Laura Palmer prima della fine di Twin Peaks. Ma dico! E ancora: perché una locandina del genere, il crocifisso, l’interminabile nenia funebre prima dei titoli di testa? Mai simboli cristiani furono più fuori luogo. E può un mutilato farsi mezza città tenendo in ostaggio una donna in buone condizioni fisiche?Altro che sopensione dell’incredulità e patto narrativo, qui qualcuno non ce la conta giusta.

Graziano Biglia

Annunci

2 thoughts on “Film Carini – Pietà, Kim Ki Duk (recensione)

  1. Completamente in disaccordo con quanto è stato scritto sopra. Il film “Pietà” ha tutte le carte in regola per aver vinto il Leone D’oro a Venezia. Le pellicole del coreano Kim Ki Duk non sono affatto semplici, e trattano in chiave metaforica alcune problematiche della società. Non a caso PIETA’ come è stato già detto è una denuncia al sistema capitalistico, e intende mettere in mostra la doppia faccia del denaro attraverso il dramma di un usuraio spietato che incontra la presunta madre, comparsa dopo trent’anni di assenza implorando perdono, Ma la violenza, assolutamente non gratuita come molti l’hanno contrariamente definita, non è l’elemento principale che viene messo in risalto dal regista. Kim Ki Duk fa della Pietà non un semplice sentimento umano, quanto un percorso di redenzione. La violenza è dunque soltanto una parte dell’affresco umano che il regista ci propone di scoprire.

    Chi riduce l’intera pellicola a scenate di violenza sessuale e fisica non ha capito un bel niente del film. “Pietà” andrebbe infatti guardato una seconda volta per capire bene le intenzioni del regista, non che una prima visione sia non vi permetta accaesso.

    L’intreccio funziona perfettamente: partire da un prologo metanarrativo che man mano si risolve, attraverso un percorso quasi psicofisico, in un finale chiarificatore, appagante e profondo è un motivo ulteriore per cogliere la bellezza del film. La coppia di attori ha una bravura quasi inverosimile, mentre la fotografia toglie il fiato per la scelta e per la cura nelle inquadrature, attraverso un montaggio frenetico e incalzante che sembra volere interpretare ciò che gli attori pensano e provano al contempo.

    “Pietà” è una grande conquista dopo il mocumentario “Arirang”, l’affermazione di una personalità contemporanea molto amata che con due telecamere e circa un mese e mezzo di ripresa ha fluttuato la conquista del Leone D’oro a Venezia.

  2. Caro Marco,
    anch’io avevo capito che Pietà è un film contro i soldi. Del resto il protagonista è un usuraio. Avevo anche capito che è un film sulla redenzione dell’usuraio, perché da quando incontra la madre smette di tagliare arti (così il metalmeccanico può suonare la chitarra). Una seconda visione, a questo punto, è scongiurata.

    Lungi da me ridurre “l’intera pellicola a scenate di violenza sessuale e fisica”, purtroppo le suddette “scenate” sono l’unica cosa che ricorderò con piacere. Il resto non è molto originale, il lato negativo del capitalismo ce lo avevano già spiegato Robin Hood e Una Poltrona per Due.

    Cosa vuol dire “fluttuare la conquista del Leone d’Oro?” GB

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...