Arte del meravigliarsi

Il tempio di Luxor, in Egitto.

Quando si è bambini, non si hanno pensieri. Si hanno voglie, paure, piaceri ma preoccupazioni no. Questo non significa che i piccoli non percepiscano le tensioni e le difficoltà delle persone che lo circondano, specialmente se genitori, parenti e talvolta anche qualche compagno di giochi. A proposito del divertimento, alcuni mesi fa vi avevo parlato di una metodologia di problem solving innovativa, anche se ormai consolidata da diversi anni, ideata e brevettata dalla Lego: il lego serious play. Attraverso pezzetti colorati di Lego manager d’azienda, imprenditori e politici riescono – se ben coordinati nel workshop – a rappresentare concretamente un problema e visualizzarlo. In questo modo anche risolverlo diventa più semplice, perchè più chiaro, meglio identificato. E proprio guardando alcuni bambini costruire un castello di sabbia, che mi sono resa conto di quanto i loro occhi abbiano più colori, entusiasmo, musica, frizzantezza, energia, sapore, naturalezza degli adulti. La capacità di fare di una palla di sabbia una polpetta, un dondolo una nave dei pirati, un muretto una torre di controllo è semplicemente stupefacente. E questo vivere sulla pelle, senza pensare al ginocchio sbucciato che avrai o al rimprovero materno che riceverai, tiene vivo qualcosa. Un fuoco che anima i bambini e che noi adulti non ricordiamo nemmeno. Forse solo quando avremo dei figli – se mai gli avremo – potremo di nuovo percepirlo; e in tal caso, saranno loro a insegnarci qualcosa.
Un bambino, più o meno sveglio, più o meno grande, più o meno simpatico ancora si meraviglia. E’ alla ricerca spassionata di un nuovo passatempo, di un nuovo gioco, di una scoperta. E’ mosso dalla curiosità e non si accontenta mai delle sue conquiste. Mentre lo stupore a cinque anni si manifesta senza filtri, allo stato puro, quando io dico «che meraviglia» ho scindo la mia affermazione dall’idea del “bello” e da un canone di bellezza che per studio umanistici, cultura, esperienza personale mi sono creata. In verità, quella che letteralmente definiamo “meraviglia” dovrebbe essere qualcosa che non ci colpisce per bellezza – perlomeno non solo – ma per la sua aura. Prendendo in presto un termine che il nostro Ceccarini spesso usa, penso che in questo caso possa essere giusto parlare di epifania.

Il gesto, epocale, di Lucio Fontana. foto di Ugo Mulas

Prima di andare oltre, vorrei fare una breve considerazione, anche se potrà sembrare banale. Spesso nel nostro mestiere di curatori, critici, esperti d’arte, galleristi, mediatori, lavoratori dell’arte, ci viene chiesto a cosa serva fare mostre, vedere musei, creare Arte. Di fronte a questo interrogativo mi sento pervasa da una sensazione di sconforto, che muta  per un attimo in incredulità, per gettarsi in un mare di preoccupazione. Perchè si, la maggior parte degli esseri umani ancora non si rende conto che il loro corpo è composto al 65% da acqua e la sua mente al 100% da cultura. Il valore è massimo perchè altrimenti la nostra postura non sarebbe herecta, il nostro parlare non sarebbe linguaggio e cogito ergo sum sarebbero foglie, pietre, gocce di rugiada e pettirossi.  Allora, siamo di nuovo tornati all’origine. Non è forse l’arte, attraverso le sue manifestazioni, ancora in grado di toccare corde nascoste nell’animo umano, far vibrare sinapsi che prudono sulla tempia, smuovere la salmastra bile per una meraviglia? Non è forse il gesto, la mano che crea, quella che ci apre una ulteriore finestra sul mondo? Aprire mondi, spogliare la materia, oltrepassare il limite, toccare l’ignoto, mangiare il diverso. L’opera capace di imporsi suscitando curiosità, interesse e stupore, non è detto sia anche in grado di meravigliarci. Il confine è sottile ma rendere una sensazione a parole è più complesso che non farne esperienza.
Tra i suoi molti messaggi, l’arte è ancora in grado di meravigliarci e solo curandola, cercandola, facendola nostra potremo di nuovo guardare la realtà con gli occhi di un bambino.

Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599

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