Film belli – Bella addormentata, Marco Bellocchio (recensione)

Come molti già sanno, il film – presentato alla 69ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – gira intorno alla vicenda di Eluana Englaro (di cui, tra l’altro, il nostro Ceccarini aveva parlato qualche tempo fa). Si tratta infatti di una serie di storie separate tra loro che si svolgono nel febbraio 2009, contemporaneamente agli ultimi giorni di vita di Eluana (che morì il 9 febbraio).

La Englaro è protagonista assente di tutto il film. Non compare mai e non è praticamente mai citata dai personaggi della vicenda, ma resta sullo sfondo a fare da collante a tutti i diversi racconti, come se la sua storia, di dominio pubblico, servisse da termometro di giudizio dei vari drammi personali. Un ruolo chiave, in questo senso, giocano i giornali, sempre molto presenti sulla scena e, significativamente, sempre diversi: in treno la signora legge Repubblica, il signore davanti a Servillo Il Giornale, sul bancone dell’albergo c’è La Stampa, anche Il Giorno inquadrato almeno un paio di volte (del foglio si leggono sempre solo le prime due lettere). Come a voler sottolineare la portata universale del tema e, al contempo, la pluralità delle opinioni in merito e l’infinità di sfumature possibili. La presenza dei telegiornali e le dirette dalle Camere di SkyTG24, invece, servono a scandire il tempo (oltre che testimoniare storicamente le posizioni dei protagonisti politici di quei giorni: Berlusconi, Giorgio Napolitano, Emma Bonino, la sfuriata di Quagliariello).

In rapporto al fatto in sé (il caso Englaro), Bellocchio ci propone quindi due dimensioni di approccio: l’una privata – privatissima nel caso dell’episodio di Servillo – e l’altra pubblica; lo scarto tra le due (che necessariamente finiscono per influenzarsi reciprocamente) è la vita reale, la possibilità di scelta e le ragioni profonde dei diversi aut-aut personali.

È vero che Bellocchio non si schiera in modo deciso e univoco nei confronti del tema (come ci teneva molto a sottolineare la signora seduta dietro di me), ma è ancor più vero che questa scelta non è una forma di neutralità quanto, piuttosto, la conseguenza di una profonda, chiara e sentita posizione sulla faccenda da parte del regista. La frase con cui leggere tutto il film, in questo senso, credo sia quella di Maria – la figlia ipercattolica di Servillo – quando, verso la fine, afferma che «l’amore fa vedere le cose in modo diverso»; se ripercorriamo a ritroso tutto il film alla luce di questo elemento, troviamo che il regista si schiera dalla parte dell’amore e accetta situazioni apparentemente contraddittorie tra loro alla luce del modo in cui sono prese le decisioni, in base al grado di amore con cui sono compiuti gli atti.

L’amore porta ad uccidere in certe occasioni («aiutami, ti prego, non ce la faccio più», dice la moglie al marito), altre volte a cercare di salvare il salvabile (come nel caso della tossica disperata che il medico cerca di far tornare a vivere), altre volte, ancora, porta vicinissimo a reazioni apparentemente assurde (è il caso della madre di Rosa). Tutte scelte meritevoli di rispetto, di eguale considerazione (Tognazzi ferma il figlio, perché il suo non è un atto d’amore).

Ecco perché Bellocchio, non sbilanciato sull’aspetto strettamente etico-tecnico della questione, sembra invece ammiccare, dal punto di vista politico-legislativo, ad uno Stato che permetta la scelta, che permetta di mettere in pratica questo amore liberamente. Più duro, con la dottrina cattolica, quando questa assume un atteggiamento invasivo nei confronti delle scelte altrui («mia figlia non rispetta la mia libertà di coscienza»), ma estremamente  compassionevole quando si limita ad esprimere positivamente il profondo senso del sentimento puro.

Film ben confezionato anche dal punto di vista tecnico (ma non è una novità, visto il soggetto che ne firma la regia), con buone interpretazioni e alcune scene assolutamente degne di nota, come il monologo in cui Servillo che prova il suo discorso di dimissioni, ma anche il dialogo nel bagno turco. Il figlio di Bellocchio non è nulla di che (ma non mi pare neanche un cane assoluto come ne avevo sentito dire). Maya Sansa è la dea della bellezza.

Giancarlo Mazzetti

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2 thoughts on “Film belli – Bella addormentata, Marco Bellocchio (recensione)

  1. Bel pezzo gianca, io credo che il film non sia deprecabile ma ho un paio di osservazioni:

    1) Come tanti lavori italiani, è poco esportabile. Malgrado l’universalità del tema, è sempre tutto troppo italiano: il solito teatrino della politica, le solite crisi di nervi delle famiglie borghesi, il solito sfondo cronachistico difficilmente comprensibile da chi mastica poco il linguaggio dei mezzi di comunicazione del Paese. Tutto è troppo esplicito, spiattellato. C’è poco spazio per la suggestione, per l’allusione, per l’interpretazione autonoma: caratteristiche di solito presenti in un gran film che possa essere amato da chiunque.

    2) Personalmente, non trovo la neutralità un motivo di merito. Io adoro il cinema che prende una posizione, quello schierato, da Ken Loach a William Friedkin. Il sospetto è che Bellocchio abbia utilizzato l’eutanasia per parlare di tutt’altro, cioè dell’amore come l’unico criterio che possa determinare le scelte della vita e, di conseguenza, le proprie convinzioni. Bella tesi, ma c’era bisogno di tirar fuori Eluana per arrivare a questa conclusione?

    Filippo Argenti

    • Caro Filippo,
      innanzitutto grazie del commento. Risponderò ai due punti separatamente:
      1) Hai ragione. Ma io non considero questa cosa un difetto. Il film parla di una questione da un punto di vista tutto italiano (il modo in cui è presente l’influenza del il cattolicesimo, la politica, la cronaca, la famiglia borghese), quindi mi sembra normale – e funzionale – che vi siano tanti riferimenti specifici. Probabilmente questo rende il film un po’ più “provinciale” di quanto non potrebbe essere, ma contemporaneamente gli impedisce di essere generico e superficiale.

      2) Anche io non credo che la neutralità sia un valore in sé. Infatti penso che la neutralità di questo film sia solo apparente. Appunto, come tu dici, è l’amore l’unico criterio di giudizio: ma questo ribalta la questione dell’eutanasia, spostando il tema dall’approccio etico del “è giusto così, è giusto cosà” ad una prospettiva personale e di rapporto intimo tra i protagonisti dei fatti reali. Questà è assolutamente una presa di posizione, credo.

      Grazie ancora.

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