Documenta (13): la nostra maratona a Kassel – parte II

Documenta 13.

Di Documenta si è scritto molto, all’aria dei suoi alberi (e delle sue sale – chiedere a Ryan Gander), ancora di più. E’ un appuntamento quinquennale, e molti di quelli che la visitano con la coscienza di cosa questo significa, si muovono a poderose falcate per il parco e si impilano nelle lunghe file per Documenta Halle e Fridericianum sin da un’ora prima l’apertura. Che cosa, allora, è tornato dalla Germania nella mente di chi l’ha vista, cosa i famigerati visitatori dotati di Logbook o Catalogo Generale si sono appuntati sui post-it copiosamente appiccicaticci?

Non è triste affermare che delle centinaia delle opere inserite in questa tredicesima edizione di Documenta, davvero poche hanno le sembianze di elementi intellettuali dotati di resistenza concettuale e vastità estetica. Non è una questione di bilancio, non ho visitato con il pallottoliere; tuttavia non si percepisce in nessuna delle visite ai vari spazi dedicati quello scarto netto che ci aspetterebbe per un luogo come questo, quella differenza identificata tra Documenta e qualsiasi altro appuntamento internazionale cui potrete partecipare. Dove Carolyn Christov-Bakargiev ha messo la sua mano? Non saprei. Nella scelta degli artisti ha favorito e concesso la presenza a molti che un luogo di questa sacralità concettuale non la meritano. Chi ha avuto lo stesso pensiero può dividersi tra quelli che imputano e identificano una zona di disagio del pensiero visuale contemporaneo  e quelli che assoggettano alla responsabilità curatoriale scempi di questo calibro. La cosa opportuna è considerare sempre e comunque quello che si ha davanti e limitarsi a prenderlo come un gesto di un uomo che non conosciamo e che è bene inserire in un contesto che ha variabili imponenti come la soggettività, la storia, la società. Anche se questa chiosa garantista non è sufficiente ad elidere la sensazione sempre crescente che le secche del pensiero, dopo anni di Avanguardie, siano proprio il preciso luogo intellettuale nel quale viviamo adesso. Come elementi addensatori in questo senso prendo tre lavori: quello di Anna Maria Maiolino, quello di Susan Hiller, quello di Ryan Gander.

Anna Maria Maiolino.

Anna Maria Maiolino

Anna Maria Maiolino.

L’artista emigrata in Brasile fa due scelte vere. Prende una casa esistente e non posticcia in legno prefabbricato, al limitare del parco. Non mette opere, e annichilisce questa strana tendenza contemporanea che hanno i concettuali di scadere nel narrativo, come per ingraziarsi qualcuno che corre il rischio di fraintenderli. Il lavoro consiste nell’atmosfera che decine e centinaia forme, a mo’ di pagnotte, di intestini, di salsicce, evocano. A metà tra quell’immaginario fantozziano e ridicolo in cui si annidano le ossessioni e le azioni ripetute all’infinito e la spaventosa condizione di molte persone, un’accumulazione ordinata e forsennata di una propria nevrosi. Tanto questo lavoro ha sostanza e capacità di esplorare piani di lettura interminati (quanto sembra inutile il video LCD e le parole che si possono udire nella cantina rabberciata), quanto rimarrà un unicum nella vostra visita.

Il jukebox di Susan.

Anche perché pochi minuti dopo potrete vedere – o lo avrete appena fatto – l’opera di Susan Hiller. Ripetuta in alcune zone di Documenta, è un juke-box dal quale il fruitore potrà scegliere alcune tracce musicali con le quali rilassarsi, divertirsi, passare un minuto di spensieratezza. Per quanto operazioni concettuali di questo tipo abbiano potuto avere successo, dalle panchine che Erm Desry decise di mettere alla Biennale del ’93 per dare allo sfiancato visitatore un luogo di pace e riposo, al luogo di preghiera e raccoglimento intimo di Mauri a Borgo Valsugana, questo prodotto anni ’80, sciatto e superficiale finisce per essere l’emblema di molti lavori di Documenta 13: un comoda e banale passatempo per turisti, che non vuole grattare la superficie del pensiero giacché il suo unico interesse è intrattenere, rubare un sorriso che, per diana, è l’ultima delle estemporanee manifestazioni fisiche di qualcosa che l’arte dovrebbe concupire.

Quando avrete superato, possibilmente demoralizzati, tutto questo, quando avrete richiamato alla mente la poco sopita delusione e l’imbarazzo provato di fronte alle orde di gente ulrante che si cimenta con il bancomat-organo di Allora and Calzadilla, vi imbatterete in altro. Entrerete al Fridericianum, il cuore di Documenta e potrete “apprezzare” le due ali del pian terreno vuote. E’ l’opera di Ryan Gander. Una lettera alla curatrice Dear Carolyn campeggia. Un urlo di dolore per un artista che non è riuscito a produrre nulla schiacciato dal peso di una responsabilità concettuale e culturale e quindi inerme. Parole tanto comprensibili quanto secche come foglie autunnali. Perché se veramente un impedimento morale, etico, intellettuale esiste, questo va comunicato sommessamente, condiviso, e affrontato nel proprio intimo. René Daumal nel Monte Analogo dice «Quando vai alla ventura, lascia qualche traccia del tuo passaggio, che ti guiderà al ritorno: una pietra messa su un’altra, dell’erba piegata da un colpo di bastone. Ma se arrivi a un punto insuperabile o pericoloso, pensa che la traccia che hai lasciato potrebbe confondere quelli che ti seguissero. Torna dunque sui tuoi passi e cancella le tracce del tuo passaggio. Questo si rivolge a chiunque voglia lasciare in questo mondo tracce del proprio passaggio. E anche senza volerlo, si lasciano sempre delle tracce. Rispondi delle tue tracce davanti ai tuoi simili». Questo tipo di responsabilità che muova da un interno, dal soggetto, all’esterno è quella di cui ha bisogno l’arte. Non dell’esibizionismo solipsistico di fenomeni commerciali eccezionalmente desertici. E questo non solo perché l’idea di mettere una lettera privata in una bacheca vista da migliaia di persone ha un che di sordido, di bassura, di trucchetto da mago di periferia, da volpino, ma anche perché, riflettendo a mente gelata, delle decine di opere di Gander viste per il mondo non ne esiste una che meriti la mia attenzione.

E’ un peccato mortale che questo accada qui, nella prima sala del Fridericianum, come se fosse un monito: ripassare tra cinque anni, grazie.

L’ “opera” di Ryan Gander.

La lettera discolpante di Ryan Gander.

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4 thoughts on “Documenta (13): la nostra maratona a Kassel – parte II

  1. Penso a quanti avrebbero avuto qualcosa da dire ma sono stati bloccati dall’enorme vuoto di Gander che ha risucchiato tutto lo spazio con il suo ego. Io credo che ci siano molte piu idee là fuori di quello che ci vuole far credere questo signore. Che occasione mancata.

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