Documenta (13): la nostra maratona a Kassel – parte I

Spesso mi capita di chiedermi come ci si possa sentire svegliandosi un giorno e, mentre si prende il proprio caffè latte e macine come ogni mattina, sentire il telefono squillare, alzare la cornetta e ricevere una comunicazione che ti ‘sconquassa’. Cosa provi nel momento in cui dall’altro capo del filo ti chiedono curare la prossima Biennale di Venezia? E se ti chiedessero di stilare il progetto per la Documenta 14 che si terrà nel 2017? Le persone sono sensibilmente diverse tra loro, tuttavia credo che una grande emozione, un piccolo brivido abbia percorso la schiena di Carolyn Christov-Bakargiev quando cinque anni fa le è stata offerta questa carica. Subito dopo immagino sia sopravvenuta anche una piccola vertigine, carica delle prime ansie di prestazione, paura, sconforto. Comunque sia andata, dal punto di vista professionale ogni curatore contemporaneo che ami il proprio lavoro aspira ad un traguardo così prestigioso nella propria carriera. Forse essere scelti è il meno, perché da quel momento ogni tua scelta, dichiarazione, scritto o intervista sarà soppesata molto più rispetto a prima, il brusio intorno a te tra i pettegolezzi, le malelingue e gli amici sarà davvero assordante. Ed è in questa condizione immagino, che il candidato deve imparare a tenersi ben saldo alle sue idee, al suo percorso e iniziare a studiare un progetto per l’incarico affidatogli.
La documenta 13, per noi di Potato Pie, è stata la prima. Come ogni prima volta, l’attesa è grande, le aspettative sono alte e si ha voglia e curiosità di vedere, conoscere, sapere, scoprire. Contrariamente a quanto si è soliti partecipare oggi, questa rassegna non si propone di mettere in luce nuovi talenti della produzione artistica contemporanea, artisti unicamente giovani o vecchi, scuole di pensiero particolari.

Documenta è come un punto che ogni cinque anni il sistema dell’arte ha scelto di darsi, prima di andare a capo e continuare. Come quando il rullo della macchina da scrivere arriva a fine corsa e occorre riportarlo indietro, per scrivere nuovamente. Con questa rassegna, manifestazione, festival l’intenzione è proprio quella di “fare il punto della situazione”, fissare alcune mile stones della storia dell’arte degli ultimi tempi – che siano gli artisti con la loro arte o anche semplicemente un’opera particolarmente riuscita – e in un certo senso consacrare a fama internazionale determinati artisti. Immaginate artisti provenienti da tutto il mondo che per 100 giorni presentano un progetto site-specific e/o tendenzialmente inedito (la maggior parte dei lavori esposti sono co-produzioni che Documenta ha realizzato insieme agli artisti e alle loro gallerie di rappresentanza) nella cittadina di Kassel, insignificante cittadina tedesca nella regione dell’Assia Settentrionale. Non posso pensare che Carolyn Christov-Bakargiev avesse già in mente chi invitare, ancora prima di essere arruolata. Quello che però mi aspetto da una professionista del suo calibro è che dopo cinque lunghi anni di studio individuale, ricerca personale e brainstorming di squadra, vi sia un disegno. Attenzione un disegno, non un tema – che, è assente, come la curatrice stessa ha dichiarato. Questo non significa che mi aspetto che tra gli innumerevoli autori invitati vi sia sempre un riferimento, un rimando, un collegamento. E’ chiaro però che, in qualità di curatrice, mi aspetto che la Christov-Bakargiev abbia un suo “solco”, una matrice che negli anni si è cercata, costruita e per l’appunto curata. Da questa figura, mi aspetto una presa di coscienza per la responsabilità che le viene affidata e di conseguenza anche una ricerca costante di qualità. Se chi inviti ti presenta un progetto privo di alcuna sostanza, coerenza, forma, concetto (vedi il lavoro di Ryan Gander su tutto il pian terreno del Fridericianum) devi sapere che puoi dire “no” perchè tu sei il capo. In questo caso hai tu il coltello dalla parte del manico e spetta a te la scelta di un’opera piuttosto che un’altra, di un’accozzaglia di oggetti o di un’istallazione.


Sono rimasta delusa da questo punto di vista perchè non solo la maggior parte degli artisti in mostra non hanno un lavoro che riconosco come vicino ai miei pensieri, alle mie riflessioni – cosa totalmente lecita e possibile ovviamente – ma è stato ancora più deludente vedere tanta pochezza e superficialità. Una documenta all’insegna del video; l’immagine digitale ha totalmente dominato questa tredicesima edizione lasciando poco spazio alla scultura, un margine leggermente più ampio all’installazione e ai lavori di stampo più concettuale, mentre ha completamente cancellato la pittura. Per noi italiani questo è davvero insolito ma me ne sono compiaciuta. Oltretutto, mi sono stupita di vedere pochi di quei lavori-installazione carichi di materiali da leggere, documenti, missive, manifesti, dichiarazioni: il classico lavoro che è facile trovare in rassegne di questo genere e che spesso e volentieri allontana anche il visitatore più rigoroso da una fruizione completa. Chiaramente la grande presenza di video inficia la modalità di visita della documenta: noi abbiamo avuto due giorni a disposizione – molti ne hanno solo uno – e già così ci sentiamo di aver compiuto una maratona esagerata senza ovviamente poter vedere dall’inizio alla fine nessun video. La durata media è di 20-25 minuti. Alcuni girati arrivano a 45 minuti e sono davvero dei mezzi film (vedi Omer Fast). Ripeto, in ogni caso, che questo costituirebbe meno un problema se la qualità dei lavori rispecchiassi questi fatidici cinque anni di discussione, progettualità e pensiero che precedono l’apertura e quindi la presentazione.
Come quelli che tra voi conoscono meglio il mondo tedesco, vi confermo che tutti gli aspetti connessi all’organizzazione della manifestazione sono impeccabili. Viste le orde di visitatori che a pochi giorni dalla chiusura ancora si mettono in coda al mattino alle 8.30 per entrare per primi nei padiglioni, la disposizione di biglietterie, shops, guardaroba, punti ristoro e chioschi vari non ha eguali così come è incredibile la cura dei singoli spazi e delle singole opere. Per molti artisti infatti la documenta rappresenta anche la possibilità materiale – perchè di soldini ne girano parecchi – di realizzare progetti con budget fuori misura, installazioni iper-precise, realizzazioni super fini che in genere in galleria non è possibile vedere – se non in casi rarissimi e generalmente non in europa. Le didascalie, gli intonaci, i chidi, gli schermi, l’audio, la moquette, le prese, i supporti, le sedie, le cuffie, i giornali, i manifesti: tutto è perfetto e installato a regola d’arte. In questo avremmo molto da imparare.

Dopo questo volo d’uccello sull’evento, vi lascio in compagnia di Fortunato Ceccarini che alle 14.00, per coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento e per quelli più esperti in materia, affronterà un po’ più nel dettaglio alcuni artisti e lavori.
Stay tuned.

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