Film belli – La faida (recensione)

Recensione del buon Emiliano Dal Toso

Joshua Martson, regista de “La faida”

Joshua Marston è uno dei registi americani più anomali e interessanti del cinema contemporaneo. Losangelino di origine ebree, debuttò nel 2004 dietro la macchina da presa con un bellissimo film, Maria Full Of Grace, che raccontava la drammatica storia di una giovane mula, ovvero di una ragazza costretta a trasportare droga dalla Colombia agli Stati Uniti, ingerendola nello stomaco sotto forma di capsule. Malgrado la durezza del soggetto, Marston compì un piccolo miracolo, bilanciandosi perfettamente tra denuncia e sensibilità, tra opera realistica e racconto di formazione.

Dopo sette anni, La Faida (titolo originale The Forgiveness Of Blood, più profondo e significativo) si dimostra essere un perfetto contraltare dell’opera precedente. Anche in questo caso, si tratta di un complesso percorso di crescita, da parte di un adolescente, obbligato a rinunciare alle ingenuità tipiche della sua età, perchè le condizioni sociali, economiche, morali nelle quali vive non glielo permettono. Se però Maria Full Of Grace mostrava una realtà, quella colombiana, caratterizzata da violenza e da traffico di droga, La Faida è un preciso (e impietoso) ritratto della realtà rurale albanese, nella quale dettano regola ancora i codici d’onore tra famiglie, le vendette, gli esili forzati. Non è certamente da sottovalutare il fatto che sia un regista non autoctono a raccontare con così tanta forza e credibilità una società talmente incapace di progredire e di maturare. Marston compie un lavoro assolutamente impeccabile, risultato di una ricerca antropologica durata per anni. Così come Maria Full Of Grace era un film colombiano a tutti gli effetti, questo La Faida batte bandiera albanese, non solo linguisticamente, ma per autenticità e adesione.

Nik.

Nik ha 17 anni e sogna di aprire un Internet Cafè. Si sta per innamorare di una ragazza, ama giocare a calcio e postare le foto su Facebook, esattamente come un adolescente di qualsiasi altra parte del mondo. Il padre, però, è il complice dell’omicidio di un uomo e il codice balcanico prevede che la famiglia dell’offeso debba vendicarsi nei confronti della famiglia dell’offensore, ripagandola con la stessa moneta. Il padre è costretto a scappare e a nascondersi, mentre Nik deve rimanere chiuso in casa a tempo indeterminato, fino a quando la furia dell’altra famiglia non si sia placata o fino a quando il padre non venga arrestato. Nel frattempo, la sorella di Nik, Rhudina, 15 anni, ha l’onere di portare avanti gli affari di famiglia. I giorni passano, gli amici e gli amori sembrano allontanarsi sempre di più, e Nik non trattiene più il suo bisogno di libertà, di vita, giungendo a una decisione difficile, traumatica, necessaria. Esattamente come la Maria dell’opera precedente, Nik prende consapevolezza della sua terra, delle sue tradizioni e delle sue regole, dell’impossibilità di liberarsene rimanendone legati affettivamente. La sua scelta finale è l’unico gesto di ribellione possibile di fronte all’assenza di sbocchi per ribadire la propria personalità. La sua è una terra nella quale non è possibile modificare il proprio destino, la propria condizione. Una terra che viene descritta, però, dal regista con profondo rispetto ed equilibrio, senza gratuite concessioni scandalistiche. Un Albania arcaica, ottusa, contadina che, però, può essere il luogo ideale per squarci di grande umanità. Commovente è il rapporto tra Nik e la sorella, così come il forte legame del primo con gli amici e con l’ambiente scolastico.

Rudina (interpretata da Sindy Lacej)

Alla sua seconda prova, Marston si conferma un autore estremamente curioso, interessato a raccontare le zone più difficili e gli ambienti più invivibili ma, nello stesso tempo, evidenziando i lati universali dei suoi protagonisti. Protagonisti che sono adolescenti che amano ancora l’idea di libertà e che giungono, al termine di un faticosissimo tragitto di maturazione, alla decisione di non sacrificarsi in nome delle consuetudini. Entrambi si danno un’alternativa, immaginano che un altro mondo sia possibile. Si tratta di un’idea che è possibile avere solo quando il cinismo e la disillusione non hanno ancora preso il sopravvento. L’eventualità di una vita migliore non è un’ideale utopistico nei pensieri di Nik e di Maria, ma una conseguenza necessariamente concreta. Non è possibile concepire, per loro, che se esistono sentimenti come l’entusiasmo, l’amore e l’amicizia, essi debbano rimanere inespressi nell’ambiente in cui sono cresciuti. Qualsiasi altro luogo non può che essere un luogo migliore per esprimersi, per sentirsi.

Il cinema di Marston è certamente crudo ma nutre un grande affetto nei confronti dei suoi personaggi. Anche i “cattivi” non sono mai stilizzati o stereotipati ma, volendo, potrebbero essere disposti a un confronto, seppur acceso, seppur violento. Perchè, anche loro, sono i figli di una terra che non ammette ulteriori possibilità di fuga.

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