Estate in Tunisia, tra donne e rivoluzione mutilata.

Le Terme Antonine. Di a sinistra, fuori dalla foto, c’è l’enorme proprietà ex residenza di Ben Alì (la fermata del treno si chiama Cartaghe President).

Quest’estate siamo stati in Tunisia e, tra un bagno nel nostro bel Mediterraneo e un giro alle porte del Sahara, ci è capitato di lavorare anche lì. Il 13 agosto, giorno della festa della donna nell’ex patria del dirimpettaio Annibale, abbiamo saputo che quella sera, a partire dalle ore 21.00, ci sarebbe stata una grande manifestazione a Tunisi, proprio sul tema delle donne (il corteo è stato fissato di sera perché era in corso il Ramadan).

Per l’occasione abbiamo incontrato Iptisem, una bella e agguerrita donna poco più che quarantenne – membro di un’associazione di stampo democratico che si propone di emancipare il ruolo del sesso debole – con la quale abbiamo bevuto un caffè di 53 minuti. Nonostante il tentativo di riesumare il mio francese, è stato soprattutto per merito della sua discreta conoscenza dell’italiano che siamo riusciti a comunicare.

Il motivo per cui era stata organizzata la manifestazione (considerata ad alto livello di rischio, ma che poi si è svolta senza gravi conseguenze) era il tentativo, da parte di una parte dell’Assemblea Costituente attualmente riunita per gettare le basi del dopo-Ben Alì, di modificare l’articolo 28 della Costituzione – il quale dichiara l’uguaglianza tra uomo e donna – tramite una formula che renderebbe la donna complementare all’uomo ( a volte «basta modificare una parola per cambiare la vita delle persone», ci suggerisce la nostra amica tunisina).

Orgoglio velato.

Mia moglie, santa donna,  era già stata in Tunisia (per lavoro) ai tempi di Ben Alì, e ha fatto subito notare che, quest’anno, il numero di donne a volto coperto è notevolmente aumentato; non solo rispetto a qualche anno fa – anche perché Ben Alì aveva proibito l’uso del velo in luoghi pubblici – ma anche a confronto con la media dei paesi islamico-moderati. Iptisem ha avuto qualche difficoltà a spiegare in modo univoco e definitivo questo fenomeno, ma ce ne ha fatta comprendere la complessità (confermandone l’ampiezza) dicendo che alcune lo fanno per richiamare e ribadire «le vecchie usanza che erano state trascurate» a causa dei divieti, altre per un fattore puramente estetico («sono brutta, senza velo non troverò mai marito!»), altre, ancora, semplicemente perché si trovano più a loro agio.

La complessità e la paradossalità di questa situazione sono maggiormente comprensibili, se si considera l’odierna situazione politica. Un anno fa, come tutti sapete, le elezioni cui aveva portato la rivoluzione avevano dato il primato (con circa  il 41% dei seggi) agli islamici del En-Naha, il partito che si è fatto promotore della proposta di cui sopra. Anche se non sembra verosimile che la “complementarietà” della donna possa davvero essere approvata (dovrebbe ottenere il voto di due terzi dell’Assemblea Costituente – ma in piazza c’erano diversi esponenti di altri partiti della coalizione di governo ad opporsi alla proposta) c’è il timore diffuso, tra i democratici più convinti, che si possa perdere di mano il senso della rivoluzione.

Il sovvertimento di Ben Alì era inevitabile. Secondo Iptisem, con Ben Alì «non c’era libertà», ma solo un’apparenza di libertà per chi aveva la fortuna di non incrociare mai i suoi affari personali con quelli del dittatore; il problema, con l’andare del tempo (ventitré  anni), è stato che il potere del Raìs – soprattutto dal punto di vista economico – è diventato talmente esteso e capillarmente diffuso, da non permettere praticamente a nessun altro di svolgere la sua attività senza incappare nella concorrenza sleale del suo sistema (che molti lì definiscono «fascista» e, contemporaneamente, «mafioso»). La rivoluzione, quindi, non è stata solo la rivoluzione democratica dei social network di cui ci è giunta notizia ma, soprattutto all’inizio, si è trattato principalmente di una rivoluzione operaia, esplosa nella zona di Sidi Bouzid, la città che fa da ponte tra il ricco sottosuolo della “zona del fosfato” e il resto del paese.

È soltanto in un secondo momento che le frazioni di società ostili a Ben Alì hanno colto l’occasione per unire le proprie forze e provare a sovvertire il potere. Tunisi (a nord), la capitale, è stata certamente centro direzionale e mente politica della rivoluzione, ma anche l’importantissimo centro economico di Sfax (al centro) e tutta la zona di Jerba (a sud) sono stati i fulcri della protesta e centri di grande influenza. Al di fuori dei centri economici (i più colpiti dal sistema Ben Alì) e a quelli culturali, tuttavia, il riformismo radical-democratico non ha fatto breccia. Le condizioni estreme in cui la dittatura aveva portato certe zone aveva reso immediato l’appoggio alla causa rivoluzionaria, ma ora il desiderio principale, sembra essere quello della conservazione dei valori cardine.

L’affascinante Kairouan, terza città islamica dl mondo e cuore del conservatorismo tunisino.

All’esterno del Parlamento, nel paese reale, la situazione è piuttosto complessa: da una parte, come abbiamo visto, «donne emancipate» che protestano in piazza e gridano alla rivoluzione tradita usando strumenti comunicativi occidentali; dall’altro ex califfi che tornano a gestire piccole città ripristinando antiche dinastie ereditarie (i casi sono già due); in mezzo, la maggioranza degli uomini più o meno benestanti che, per paura (ma alcuni la chiamano anche ignoranza), non hanno interesse alla parità tra sessi e che, in generale, mirano a mantenere lo status quo, o comunque a cambiarlo senza troppi sconvolgimenti. Come se non bastasse, la situazione economica è molto instabile, perché molti imprenditori hanno messo le loro aziende in standby, aspettando di vedere quel che succederà per decidere se restare o andare via (ma questa situazione ci è piuttosto familiare).

L’entusiasmo goliardico di cui parla nostalgicamente Iptisem in riferimento ai giorni immediatamente successiva alla così detta Rivoluzione dei Ciclamini è perduta. Ora l’atteggiamento, da parte degli attivisti, è diverso: più maturo e disilluso. Ci dice (con un pizzico di rabbia) che non ci sarà democrazia a breve, ma solo per le future generazioni; sottolinea come la democrazia non si prende «nell’acqua o nel latte», ma quanto questa sia una pratica da imparare a scuola da bambini, un atteggiamento su cui allenarsi.

Oggi, secondo la nostra intervistata, c’è confusione tra la libertà in senso democratico e la libertà di arrogarsi il diritto che fare tutto ciò che si vuole. Seppur apparentemente allarmante, credo che sia una cosa molto naturale: caduto Ben Alì, ciascuno ha pensato che il suo punto di vista sul paese fosse quello definitivo e lo ha cercato di applicare intorno a sé, oltre che tramite l’espressione di un voto. Il fatto che siano ri-nati i due nuovi califfati ne è la prova estrema, ma il processo di democratizzazione della cultura è già avviato.
Dopo l’azzeramento destruens, ora la Tunisia vede le sue forze motrici ai blocchi di partenza pronte per la competizione. A dispetto delle apparenze, a mio modo di vedere, la democrazia non è tradita, ma inizata. Essa, del resto, non ha un punto d’arrivo (un compimento), ma è un continuo procedere fluidamente, un continuo alternarsi di forze; quando questo avviene, siamo già dentro la democrazia e il gioco diventa far valere la propria idea, il proprio interesse, il proprio punto di vista sul mondo. È per questa ragione che la lotta non finisce con la rivoluzione, ma essa comincia in quel momento (anche se sotto un’altra forma). L’impegno di tutte le forze dovrà essere costante – pena la perdita di terreno – la comunicazione diventerà fondamentale.

Ora, nello specifico si sta lottando sulla scrittura della nuova Costituzione e, appena sarà terminata, vi saranno nuove elezioni. Si spera il prima possibile. L’atmosfera è caldissima, perché ogni provvedimento e, soprattutto, ogni votazione diventa pedina chiave per la campagna elettorale. Non è facile, ma un pochino invidio i tunisini che hanno in mano il destino del loro paese e hanno davvero la possibilità di modellarlo a loro immagine e somiglianza, partendo da zero (o quasi), come fecero i nostri nonni.

Giancarlo Mazzetti

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