Massimiliano Gioni. L’intelligenza intermittente.

In uno dei tanti brevi monologhi delle Invasioni Barbariche, Pierre Courzi dice: L’intelligenza non è una caratteristica individuale. È un fenomeno collettivo, nazionale e intermittente.

Massimiliano Gioni, re delle relazioni umane, in una posa intelligente.

Se non certo del fatto che possa essere definito “nazionale”, inteso come appartenente ad una nazione, quanto più ad un gruppo culturale, mi trovo abbastanza in sintonia con la provocazione che sia collettivo ed intermittente. Se infatti l’intelligenza tout-court, quell’ammasso rilevante di sinapsi che conducono ad un qualche plusvalore culturale umanitario, è decisamente un tratto individuale, del tutto slegato da dinamiche sociali multiple; trovo indubbio che il fiorire, il rigogliare, l’arrampicarsi e addizionarsi di manifestazioni d’accrescimento dello scibile, di interpretazione del circostante, sono legati alla massa critica che l’intelligenza è in grado di addensare. Due persone intelligenti sono meglio di una. Lo sono per l’umanità, e lo sono innanzitutto per loro. In una puntata anni ’50 della serie per la TV Ai confini della realtà, un bancario, deflagrato tra un lavoro sminuente, una moglie borghese e ignorante, cerca di trovare, setacciare, nella propria esistenza, ogni stringa di tempo, per quanto insignificante, per dedicarsi alla lettura. Tutti glielo impediscono. Fino a quando, in una delle sue pause pranzo nel caveau della banca il mondo esplode per una non specificata bomba purificatrice. Lui, confuso e assoggettato ad un lapillo d’entusiasmo, incontra la biblioteca e ritrova, impilati con precisione divina, intere serie di tomi sui gradini del palazzo, quasi fosse una scala, salita ascensionale verso la conoscenza. Prima ancora di poter iniziare con Dickens, con un gesto sbadato, rompe gli occhiali. E lui, cieco e inconcludente, si trova destinato alla morte d’inedia e di noia, nel buio dei suoi iridi. Questo finale, tipicamente ironico per la serie TV, ha sempre racchiuso un secondo incipiente livello di lettura: quell’uomo ridotto a solitudine forzata, ebbro tra le sue letture, non può vivere. Perché l’intelligenza non solo non basta a se stessa, ma non ha possibilità di vivere soffocata nell’aridità del paesaggio nucleare che s’intravede nelle ultime immagini della pellicola. In questa dinamica, tipica della società umana che abbiamo costruito, tra uno e molti esiste non solo il vincolo tra intelligenza pura e utilità collettiva ma anche tra intelletto e intelletto, in una moltiplicazione degli stimoli, del dibattito, della spinta alla conoscenza, del potere devastante del dubbio, dell’incentivo alla confutazione. Ecco perché non sono infrequenti fenomeni d’intermittenza nel corso dell’intelligenza umana. Quando il livello individuale scende sotto alcune soglie quantitative, per ragioni biologiche o storiche, come guerre o forti scossoni demografici, pressioni politiche o psichiche, la frequenza d’interazioni e di sinapsi diminuisce anch’essa ed il mondo, semplicemente, pensa meno. Non esplode. Non muore. Non regredisce. ma riflette a diversi ritmi di ripetizione e con minore spirito di partecipazione.

La lettura macroscopica che conduce questa analisi è la stessa che porta ad una riflessione piuttosto ardua eppure molto intensa dell’attuale momento sinaptico, intellettivo, di pensiero, dell’arte visuale contemporanea. Per questioni di tempo, di ampiezza della riflessione e di difficoltà, ripescherò la prima caratteristica che Pierre Courzi utilizzò per descrivere l’Atene del 416: la nazionalità. Che cosa abbiamo ricevuto come dono di un Dio invisibile, in Italia, e nella limitrofa Europa, nel corso del secolo passato? Molto, moltissimo. Il movimento Dada. Il Futurismo, spinta collettiva e contagiosa, basata su forza culturali e sociali, su giustificazioni estetiche e su appropriazioni indebite dell’uomo, fino al fumo di Perelà che ne è un epitaffio splendido. Il Crepuscolarismo. Il Surrealismo. Le lotte durissime e ovattate dalle droghe tra Breton e Daumal, tra Surrealismo e Le Grand Jeu. Un fiume in piena, da Pirandello a Svevo, da Montale a Calvino, che tratta di leggerezza, d’inettitudine e di male di vivere, del “non chiederci parola che porte possa aprire”. Lucio Fontana e lo Spazialismo. Il Gruppo ‘ 63. Duchamp e tutta la sua carica polare che condusse con i dovuti stress e le deteriori e di molto successive conseguenze, innanzitutto alla definizione dell’Arte Concettuale. L’Arte Povera. Altro.

Non è improprio dire che il Novecento è stato, nell’ardore sanguinolento e dolorosissimo delle due guerre, nella spinta teutonica della crescita, un secolo assoggettato alle Avanguardie. Il numero di intellettuali che entravano, uscivano, morivano, nascevano, parlavano, era tendente all’infinito. E se oggi mi permetto in queste poche righe di non citare persone come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Dino Campana, Emilio Scanavino, la pittura analitica, molta parte di letteratura post-bellica, è solo per mancanza fisica di spazio.

Morto non senza conseguenze.

Ora osservo la situazione, e cosa vedo? Una certa tendenza al deteriore senso decostruente e definitivamente travisato che chiamerei “duchampesimo”, come nella definizione di Jean Clair. Un clima da basso impero intellettuale che ripropone tecnicismi e vie lattee del pensiero molto vicine alle logiche poveriste, un movimento che come la Fiat, all’Italia tanto ha dato e tanto ha preso. Una diffusa reazionarietà, che spinge i giovani embrioni delle Accademie a chiedersi se facendo l’artista potranno pagarsi il mutuo o il SUV, che li induce a pensare che Luca Pozzi, Patrick Tuttofuoco siano l’apice di quel sistema intermittente chiamato intelligenza e non invece quella pallida imitazione reazionaria che sono. Ad imperversare è Maurizio Cattelan, che sostiene, da anni dopo gli esordi davvero di altro livello, con lavori come il Belpaese e Una domenica a Rivara, un atteggiamento dettato solo più da convenienze commerciali e comunicazione di massa. Uno stuolo immenso, attaccato a sederi puzzolenti e poco incline a qualsivoglia discussione, incensato dalle poche voci considerate autorevoli, che flotta e rulla come imbarcazione tranquilla su mari conosciuti. Non è lo spirito saccente dello studioso, né tantomeno quello dell’escluso, dell’emarginato. È una constatazione. Se le istituzioni leader della cultura, ammesso che abbia senso definirle così, vengono idoltrate per idee e progetti culturali del tipo: l’ennesima mostra di Lucio Fontana, uno morto da parecchi anni quantunque indimenticato e indimenticabile, l’ennesima e poco sfolgorante mostra di Cattelan con opere appese come salami (qual’era l’esigenza?), l’esposizione di un teschio di diamanti piuttosto pacchiano, sicuramente insignificante, un ciclo di mostre appiattite e decisamente sottotono di un gruppo un tempo così florido come l’Arte Povera, e ora per molti versi solo più un luogo commerciale e di mantenimento di uno status; allora possiamo renderci serenamente conto di vivere uno di quei momenti culturali di fiacca, una secca nelle acque normalmente furibonde del pensiero, un’intermittenza a bassa frequenza del pensiero. Non bisogna entrare nel panico. Non ci si deve né abbattere né infuriare. Il tosta pane andrà. La macchina si accenderà. Il libro intelligente lo troverete comunque. Sesso continuerete a farlo, e anche con soddisfazione. Al cinema potrete andare senza temere un Vanzina al giorno. Il cellulare funzionerà bene. E i cachi (forse) continueranno a stare sugli alberi sotto casa.

Se questo è un artista intelligente?

Semplicemente, non andate alla Biennale di Venezia. Non con lo spirito con il quale si recavano i vostri padri. Lì vedrete sicuramente l’ennesima dimostrazione impotente di potere. L’ennesimo colpo reazionario volto a rassicurare qualche ultimo investitore di Cattelan e dei suoi figliocci scemi. Perché, tanto per concludere questa riflessione, una Biennale italiana che passa dalle mani di Luca Beatrice (la Buscaroli non è neppure bene citarla), a quelle di Vittorio Sgarbi, per essere condotta nella bassura intellettiva di Massimiliano Gioni, è certamente l’ipogeo della cultura visuale. Il fondo dei fondi (che poi non esiste).

Che non è solo l’arte di scarsa qualità, mortalmente banale, ma anche quella forzatamente attenta a quello di cui il pensiero si è sempre fregato: il mercato, le attenzioni e i gusti (borghesi), i suggerimenti fuori campo di burattinai prevedibili.

 La Biennale di Gioni l’ho già visitata. È sufficiente uscire di casa e frequentare qualche galleria finta cool come ne vedo milioni.

Pazienza. Sono nato negli anni Ottanta. Potevo nascere nel 1920. Mi sarei divertito di più o sarei morto prima. Non sono arrabbiato. Sono felicemente consapevole.

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6 thoughts on “Massimiliano Gioni. L’intelligenza intermittente.

  1. Un post interessante, concordo su molte cose, ma non su tutte.
    prima di tutto, associare unicamente letteratura e scrittura a cultura è insopportabile. (ma questa è un’affermazione che va oltre il post in se, è contro una moda dilagante)
    ed inoltre l’arte ora deve riuscire a comunicare ad una massa, penso che non sia del tutto corretto e abbastanza spocchioso pensare ancora che l’arte sia per un pubblico ristretto.
    certo, è l’unica cosa che salva il mercato(dell’arte), l’elitarismo.
    ma è triste, ed è in parte ciò che ha portato alla degenerazione dell’arte contemporanea.
    la sfida, a mio avviso, come artista di questo secolo è sapere parlare alla collettività.
    Il contenuto ed il come sono poi la chiave determinante(come sempre) per l’innovazione.

    • Carissimo Franz,
      innanzitutto grazie per il commento al post.

      Lungi da me associare le arti visuali o letterarie alla conoscenza (o alla cultura come tu la definisci). Ne sono una (esigua) parte, ovviamente. Il sapere è qualcosa di settoriale, e di saperi ne abbiamo molti. La conoscenza è il momento catartico che li condensa. E’ trasversale, e come tu dici, parte e arriva stratificata di molti saperi, come di molte altre “cose”.

      In questo articolo ho parlato arte e letteratura in relazione alla Biennale di arti visive contemporanee del 2013 di cui Gioni ne sarà direttore. Ecco spiegato il taglio stretto.

      Per quanto riguarda la sfida dell’arte: io sono un curatore. Posso risponderti con quello che penso e che faccio. L’arte non ha sfide. L’artista non deve rivolgersi alla collettività. Deve parlare con le proprie corde. E’ la collettività che deve rivolgersi a lui. Nessuna idea che l’artista sia il vate e noi il suo pubblico. Ma penso che considerare l’arte solo in funzione del suo livello di comprensione globale faccia correre il rischio di appiattire, di destrutturare, di ridurre il dibattito.

      Non trovo, infine, importante che sia la collettività immensa a capire, l’importante è che a capire un meccanismo, un concetto, un fiotto di pensiero puro, sia anche solo un uomo (ora estremizzo il concetto per chiarilo). Sarà questo numero uno, questa collettività ristretta, mediante le azioni conseguenti, mediante l’operare, mediante il concetto tout-court di vivere a rendere collettivo quel momento catartico diconoscenza che è l’opera. Non sono certo che tutti abbiano capito nel 1948 la portata del concetto spaziale di Fontana, eppure il suo prorompere, la sua potenza concettuale, sono arrivate a noi e ora sono parte della nostra cultura. Da una minoranza ad una maggioranza.

      Spero di aver risposto.
      E spero ci leggerai ancora!

      • “L’artista non deve rivolgersi alla collettività”, non condivido. l’artista ha un ruolo quando esiste un pubblico, per unico ed individuale che sia. Ed il ruolo è cambiato nel tempo.
        “E’ la collettività che deve rivolgersi a lui. Nessuna idea che l’artista sia il vate e noi il suo pubblico.” ma con questa affermazione viene dichiarato proprio questo. La collettività si rivolgerà all’opera, il prodotto, il concetto, l’idea, ma non all’artista. Penso che ci debba essere una maggiore consapevolezza del ruolo e l’identità dell’arte e dell’artista. Anzi l’anelo/iamo ardentemente.

        ma…chissà.

      • Gentile Franz,
        Chiedo scusa per il ritardo.
        Non sono d’accordo che l’artista abbia ruolo in relazione ad un pubblico.
        Seguendo un paradosso: Lucio Fontana non sarebbe un artista in un mondo spopolato? O sugli artici? Perché? L’artista è un uomo che compie un gesto, un gesto salvifico ma la numerosità del pubblico che lo appercepisce non è una variabile che inficia il gesto in quanto tale.

        Per quanto riguartda la tua seconda obiezione: l’artista non è un vate. E’ un uomo che compie un gesto, come detto. Ma non è lui che ricerca la collettività, non è costretto a ricercarla. Sono d’accordo che noi (collettività), invece, dobbiamo rivolgerci a quel gesto, e non all’uomo che lo compie. Anche perché spesso potremmo anche rimanere delusi.

        Grazie come sempre dei commenti.
        E del contradditorio.

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