Weekend con il morto – Ludovico II il Germanico.

Ludovico il Pio, padre di Ludovico II il Germanico.

Figlio di Ludovico il Pio – e nipote di Carlo Magno – il Germanico è spesso considerato da noi (ex) studenti un personaggio minore della Storia, ma credo che sia invece una figura determinante, non tanto per qualche suo particolare merito personale, quanto semplicemente per il suo modus agendi, poiché tramite i suoi atti riusciamo a leggere lo spirito del suo tempo (e forse della Storia in generale) come per pochi altri accade.

Alla morte di Carlo Magno, Ludovico il Pio – il suo unico erede – aveva compreso, per primo, quanto la concezione patrimoniale dell’Impero – per cui lui, come il padre, possedeva l’Impero, non si limitava ad amministrarlo – avrebbe portato, prima o poi, alla sua frantumazione. Per questa ragione, nell’817, compose la Ordinatio imperii in cui, tra le altre cose, si dichiarava l’Impero quale res sacra (in quanto voluta da Dio e consacrata dal papa), la cui divisione avrebbe comportato sacrilegio.

Con questo atto formale, il Sacro Romano Impero viene interpretato come un ente separato e indipendente dal suo sovrano, una res che sopravvive all’Imperatore, non più un possesso da suddividere tra gli eredi. Per attuare fisicamente questo modello, pur senza riuscirvi, Ludovico tentò anche una riforma amministrativa e legislativa che desse effettivamente al suo Impero gli strumenti per poter vivere autonomamente rispetto a lui.

Ludovico, tuttavia, ebbe tre figli. Come da prassi, affidò a ciascuno una porzione dei suoi possedimenti, ma volle affidare il titolo di Imperatore al figlio maggiore, Lotario, in modo che egli garantisse l’unità dell’Impero. Alla nascita del quarto pargolo, Carlo, inizia però una lotta del tutti contro tutti tra i tre figli maggiori (preoccupati delle possibili rivendicazioni future del piccolo Carlo) e il padre, deciso a non cedere ai capricci dei tre discendenti. Se non fosse per l’utilizzo di eserciti armati personali, la guerra sarebbe molto simile a quella che tre fratelli potrebbero combattere per avere il posto davanti in macchina durante un viaggio con il padre: dispetti, sotterfugi, accordi segreti, atti di forza, interventi saltuari del padre per punire le scorrettezze dei figli più audaci e far valere sopra ogni cosa la sua autorità di padrone dell’automobile.

Dopo la morte del padre (il Pio), la guerra si inasprisce e, nel 842, il nostro Ludovico II il Germanico si accorda con il fratello Carlo il Calvo (ormai cresciuto) per aiutarsi reciprocamente – con irispettivi eserciti –  contro il fratello maggiore Lotario, colui che ereditava il titolo di Imperatore. È il Giuramento di Strasburgo, uno dei documenti fisici più importanti di quel periodo, il primo – secondo gli storici – in lingua romanza scritta.

Cartina della divisione dell’Impero decisa a Verdun.

Il Giuramento apre una nuova (ed ultima) fase della guerra tra i fratelli, che si conclude l’anno successivo con a spartizione del territorio, stabilita dall’arcinoto Trattato di Verdun (843): a Carlo il Calvo va il titolo di Re dei Franchi insieme con i territori occidentali; a Ludovico II il Germanico, che possedeva già i territori della Baviera, viene concessa anche la parte centro-orientale del Regno; Lotario, oltre ai possedimenti nell’Italia del Nord, mantiene il titolo di Imperatore e la fascia centrale dell’Impero, comprendente la Borgogna, l’Alsazia, la Lorena, gli attuali Paesi Bassi e la Provenza. Da questo momento in poi, ciascun regno prenderà la propria via e non saranno mai più uniti (se non per qualche contingenza temporanea).

Ciò che più è affascinante in questa banale storiella di lotte per il potere e la successione, è il modo in cui vediamo sussistere il rapporto tra pensiero e realtà. Da un certo punto di vista, Ludovico il Pio può essere considerato un illuminato e un precursore dei tempi: la sua concezione dello Stato come organo autosufficiente e dotato di vita propria – in cui i sovrani si debbono susseguire sostanzialmente solo alla scopo di apportare le necessarie modifiche per aggiornarlo al tempo che scorre e, quindi, mantenerlo in vita – appartiene sicuramente allo Stato moderno e, quindi, la sua efficacia è confermata dalla storia. Tuttavia, al tempo di Ludovico il Pio e i suoi figli, le contingenze reali in cui questa nuova concezione emergeva, non costituvano un terreno maturo per la sua realizzazione; c’è voluto tutto il Medioevo (e anche un po’ di più) perché si affermassero Stati Nazionali con quelle caratteristiche.

Quel che, un po’ pessimisticamente, verrebbe da pensare osservando questo processo, è che per quanto un uomo politico possa essere lungimirante, creativo e fuori dal suo tempo, nulla gli sarà possibile realizzare, perché sono solo le reali condizioni e il reale gioco delle forze in campo a determinare gli avvenimenti, mai la mera applicazione di un’idea. Per ogni tentativo di riforma amministrativa (fuori dal tempo) di Ludovico il Pio, ci sarà (nel tempo) un Ludovico II il Germanico pronto a mostrare l’irrealizzabilità storica dell’idea, ostacolandola con interessi apparentemente più rilevanti.

Non è mia intenzione osservare questo disegno secondo le categorie del bene e del male, o del giusto e dello sbagliato, ma semplicemente constatarne l’esistenza. Quel che mi chedo è, quindi, cosa bisogna fare? Forzare la Storia? Oppure abbandonare le idee e dedicarsi alla pragmatica del presente come, per esempio, suggerisce Popper nella sua Miseria dello storicismo? Dove sta il confine tra cercare di realizzare un’idea che si ha in testa e semplicemente intervenire sul presente in modo puramente pragmatico? È possibile agire senza avere una (per lo meno inconscia) idea di società? Oppure l’idea è a posteriori solo la somma dei singoli interventi pratici? Ok, ora vi lascio in pace, ma scriverò un libro su questa faccenda.

Giancarlo Mazzetti

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