Antonio Conte, calcioscommesse e la conferenza

Antonio Conte (Ansa)

Ho appena terminato di assistere alla conferenza stampa di Antonio Conte e dei suoi avvocati presso lo Juventus Center, in cui, copyright della Gazzetta dello Sport, il salentino ed il suo entourage avrebbero raccontato la loro verità all’indomani della sentenza d’appello sul calcioscommesse che ha confermato la condanna dell’attuale allenatore della Juventus a 10 mesi di squalifica.

Ho deciso di assistere all’evento in diretta spinto da due ragioni principali. La prima è senza dubbio la mia intima curiosità verso l’accezione relativistica e molteplice della verità che pare essere in voga a corredo di molti processi (sportivi e non) nel nostro paese. La seconda riguarda l’avvocato Giulia Bongiorno, il legale dei VIP salito in corsa in supporto del pool di esperti legali messi a disposizione dalla Juventus, perché ho sempre pensato che fosse la sorella separata alla nascita di Anna Finocchiaro, parlamentare PD, verso la quale mi sono scoperto attratto da un punto di vista fisico (onestamente, non so spiegarmi il perché).

Tre avvocati dunque, Antonio il leader dello spogliatoio ed il suo vice Alessio (di cognome), squalificato per sei mesi con sconto di due sulla sentenza di primo grado. La parola passa subito a Conte, con la sua solita voce roca e pacata,  sempre sul punto di rompersi in un singhiozzo di dolore o in un rantolo carico di rabbia, si sente in dovere di sfogarsi per gli ultimi sette mesi passati sulla gogna mediatica.

Per chi non lo sapesse, pochi immagino, l’allenatore campione d’Italia con i bianconeri è stato condannato nei primi due gradi di giudizio della giustizia sportiva nell’ambito del calcioscommesse per due omesse denunce relative al suo periodo senese: Novara-Siena e Albinoleffe-Siena. Se nel primo grado Conte è stato condannato a 10 mesi di squalifica per entrambe le partite (5+5 richiesti e ottenuti dal procuratore Palazzi), in appello è stato prosciolto per quanto riguarda il Novara (il pentito Carobbio non è stato ritenuto attendibile nel primo caso, perché Conte avrebbe prima spronato la squadra alla vittoria e contestualmente auspicato per un pareggio) mentre è stata confermata la condanna per l’Albinoleffe (Carrobbio lo accusò di essere d’accordo con la combine e aver chiesto alla squadra chi si sentiva di lasciar vincere l’Albinoleffe). Nonostante venisse a crollare una delle due “stampelle” (cit Avv. Bongiorno), il totale della pena è rimasto invariato: sempre dieci mesi.

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E sono proprio questi due i cardini dell’accorato j’accuse di Antonio Conte, che si sfoga, si libera delle ingiustizie subite (è una vergogna!) per essere stato chiamato in ballo da un pentito inattendibile, una persona in grado di vendersi per tre anni “la famiglia e i compagni di squadra”.  Com’è possibile, si chiede, che venga riconosciuto maggior credito ad una persona del genere a scapito suo, professionista indefesso che “mai ha scommesso in vita sua”. Come è possibile che per sette mesi la sua faccia sia stata sbattuta sulle prime pagine dei giornali sulla base di accuse false, effettuate non da un pentito ma da un “collaboratore di presunta giustizia” in cerca di uno sconto di pena. Se a questo si aggiunge che nonostante un proscioglimento sui due capi di imputazione la pena è rimasta invariata , e che uno dei magistrati della Corte Federale si è permesso subito dopo la condanna di sottolineare come Conte  abbia poco da lamentarsi, la risposta ai quesiti appare quanto mai scontata: Conte da fastidio perché vince e si tratta quindi di un accanimento personale da parte dei giudici-tifosi. Così scorrono, tutti d’un fiato, gli oltre dieci minuti di toccante flusso di coscienza (in un italiano rivedibile) di un uomo tutto d’un pezzo, vittima di accuse infamanti e rivelatesi false, che aveva financo dovuto ingoiare il tentativo di patteggiamento (rifiutato dalla disciplinare perché sproporzionato rispetto ai reati ipotizzati) suggerito dai propri avvocati in primo grado, sebbene innocente. Poco spazio viene dato al suo vice presente in conferenza, condannato a sei mesi di squalifica (8 erano quelli richiesti), e poco spazio all’altro collaboratore di fiducia, Stellini, che a fronte di una richiesta di oltre tre anni per illecito sportivo ha patteggiato una condanna definitiva di oltre due anni di squalifica dai campi. Dai segugi del giornalismo d’assalto seduti in platea, per tutti i quaranta minuti dell’evento, si levano domande scomodissime, quali “Dopo tutto quello che le è successo, ha ancora fiducia nella giustizia sportiva?” Oppure “Punta all’assoluzione di fronte al TNAS”? Per dirla come il Travaglio della prima ora: roba forte.

Sarà che io non sono un giornalista, sarà che difficilmente mi emoziono di fronte alle vittime mediatiche, ma di primo acchito mi sarei permesso di sottolineare un paio di questioni.

Mi sarebbe piaciuto sapere dal Conte, e dai suoi avvocati, qualcosa di più in merito alla condanna per la partita dell’Albinoleffe, che è stata confermata, piuttosto che qualcosa sul proscioglimento di quella di Novara, che ha cannibalizzato tutta la conferenza. Domandine innocenti, del tipo: “dott. Conte, i magistrati ci spiegano che lei avrebbe allontanato e messo fuori rosa la sua punta titolare (Mastronunzio, 35 presenze e 9 gol fino a quel momento) perché non fu d’accordo ad aggiustare il risultato. Ci può spiegare perché?” Oppure: “Ci ha appena spiegato che il suo collaboratore Stellini, squalificato per oltre due anni, le mancherà come se le mancasse un braccio. Non aveva mai avuto un sospetto sulla sua malafede?”  O ancora: “Che il patteggiamento sia un ricatto se ne è accorto prima o dopo essersi visto rifiutare l’accordo con il procuratore?”

In realtà le motivazioni della sentenza sono state rese pubbliche poco dopo dalla Procura federale e paiono esaustive. Nelle carte di spiegazione evince chiaramente come secondo la corte il salentino e i suoi legali, in merito all’esclusione apparentemente immotivata di Mastronunzio, “non ha fornito, in sede di audizione davanti alla Procura Federale, motivazioni credibili, attribuendola in un primo momento, ad un infortunio del Mastronunzio del tutto inesistente, e, successivamente, al fatto che il predetto calciatore non avesse dimostrato un adeguato spirito di gruppo per avere rifiutato di trasferire il proprio domicilio da Empoli a Siena. Sul predetto episodio  la difesa si è limitata a cercare di dimostrare che l’esclusione del calciatore Mastronunzio sarebbe avvenuta per motivi tecnici. Si tratta della terza spiegazione che, nel corso del presente procedimento, e’ stata fornita della predetta esclusione”.

La corte procede poi a controbattere anche punto su punto i cardini delle ipotesi difensive dei legali di Conte. In primo luogo per la la durata della squalifica, rimasta di 10 mesi nonostante il proscioglimento per la partita di Novara. Questo proprio per la “estrema gravità” della condanna per l’Albinoleffe, pericolosamente borderline all’illecito sportivo più che all’omessa denuncia (questo il succo del giudice Sandulli, che ora rischia un procedimento disciplinare per aver rilasciato la dichiarazione). In secundis perché non reggono le tesi difensive relativamente al risentimento personale di Carobbio nei confronti di Conte, legato ad uno scontro tra consorti: “L’effettiva verificazione dell’episodio relativo al diverbio tra la moglie di Carobbio e la compagna di Conte, che sarebbe avvenuto in occasione della festa di compleanno della figlia del calciatore Brienza, suscita notevoli perplessità. In primo luogo,  poco credibile che la moglie di un calciatore professionista, i cui lauti guadagni sono ben noti, possa lamentarsi di essere stata costretta ad una spesa di 1.500 euro; a ciò si aggiunga, che la predetta spesa sarebbe stata dovuta alla necessità di farsi assistere, da un punto di vista morale, da una ostetrica; orbene, questa Corte non può esimersi dall’evidenziare che appare quantomeno curioso che la sig.ra Carobbio abbia sentito il bisogno di ricorrere ad una ostetrica per avere, in mancanza del marito (soggetto insostituibile), un supporto morale. Ma, anche a voler ritenere credibile il predetto episodio, si rileva come la mancata concessione del permesso ha, con ogni probabilità, causato il risentimento della moglie di Carobbio, e non di quest’ultimo”.

Infine, last but not least, cade anche l’estrema ipotesi che Carobbio, Pippo per la procura, avrebbe accusato Conte per alleggerire la proprio posizione in sede penale: “Orbene anche questo tentativo non convince. Ed invero, non può non evidenziarsi la contraddizione in cui incorre l’odierno appellante che, da un lato, afferma che la magistratura di Cremona ritiene Carobbio un soggetto che non merita la qualifica di collaboratore perché rende dichiarazioni che sono un mix tra verità e fantasia, ma poi sostiene che Carobbio avrebbe parlato del coinvolgimento di Conte al fine di ottenere una derubricazione delle accuse penali nella più benigna ipotesi della frode sportiva. Delle due l’una: o Carobbio non è credibile per la magistratura di Cremona e allora potrebbe raccontare qualunque cosa senza potere ottenere alcun vantaggio dal punto di vista dell’indagine penale; oppure Carobbio è credibile a prescindere di chi e di che cosa parla”.

Comunque si voglia evidenziare la vicenda, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che la Giustizia sportiva, con il suo iter più celere e i suoi processi sommari, necessariamente debba apparire come meno garantista rispetto a quella ordinaria. In fin dei conti non ha a che fare con dei criminali, ma con dei tesserati. Lo stesso Conte, condannato, non è per la giustizia sportiva (ne per chiunque altro) un delinquente. Si tratta semplicemente di un disonesto, almeno fino all’ultimo grado di giudizio. Altrettanto onestamente bisognerebbe riuscire ad ammettere che esistono dei limiti oggettivi in questo ordinamento, tra cui il disequilibrio tra le pene comminate ai tesserati: la sproporzione tra dirigenti e calciatori risulta troppo spesso lampante, come il caso di Moratti e Preziosi che trattano (da squalificati) Thiago Motta e Diego Milito ci insegna.

Nel caso specifico poi, mi pare si sia trattato il caso Conte un po’ come molti arbitri fanno regolarmente nei casi dei “fischi di compensazione”. Che alla fin della fiera non li rendono più giusti, ma li costringono a sbagliare due volte.  Difficile giustificare le richieste di patteggiamento iniziali di Palazzi per due omesse denunce con soli 5 mesi più sanzione pecuniaria (i precedenti erano di 10 mesi di squalifica richiesti per singola omessa denuncia), decisamente sproporzionate al ribasso. Ancora più difficile giustificare, almeno a livello concettuale, l’aumento di pena richiesta seguente il rifiuto dei termini di patteggiamento, goffo tentativo del procuratore di rimediare all’errore precedente. Per arrivare infine alla decisione della corte di appello: vista la gravità riconosciuta della partita con l’Albinoleffe, ai limiti dell’illecito sportivo (con pene dai tre anni in su) delle due l’una: se è omessa denuncia che la si tratti di conseguenza, se siamo nell’illecito che lo si squalifichi più a lungo. La via di mezzo non rende giustizia a nessuno.

Ciò detto, e concludo, non posso fare a meno di amareggiarmi per aver assistito, per l’ennesima volta, ad uno spettacolo poco edificante dal punto di vista etico. Chi viene giudicato ha tempi e modi previsti per raccontare la “propria” verità nelle sedi preposte, senza doverlo fare pubblicamente. Dai “gomblotti” ai “mi hanno uggiso l’anima”.

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2 thoughts on “Antonio Conte, calcioscommesse e la conferenza

  1. Lo so, però cerca di capirmi, non avrei saputo come renderlo più interessante. Da qualunque parte la si veda, bisogna riconoscere che la conferenza stampa di Conte è stata un vero spasso.

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