Vedere l’arte e non riconoscerla (più).

Quest’opera ti piace perché ?

Ho incontrato di recente un mio caro amico curatore. Dopo i primi minuti di musi lunghi e di radicata frustrazione sono iniziati i tempi delle idee. E’ così che mi ha parlato di un progetto* che trovo attuale non solo per la scelta degli artisti ma anche e soprattutto per la visione che dell’arte si ha in questo momento storico e, sempre di più, nella bislunga e particolare sezione geografica denominata Italia.

Esiste una dilagante tendenza a non considerare il lavoro, l’opera d’arte, come un oggetto che ha in cuore un’epifania linguistica ed estetica, un valore umano; ma altro. Non è una questione di morale, di stigmatizzazione del mercato e del valore economico. Quelli esistevano al tempo dei Papi ed esistono ora nel mercato globale; sono incomprensibili per molti versi ma chi vi si scaglierà contro con veemenza o continuerà ad essere un illuso cronico o un falso modesto o forse un invidiante mascherato. Piuttosto è un fatto vicino alla sensibilità, al modo di intendere e di proporre l’arte. Dalle sale dei nostri musei, alla concezione vetero-conservativa del nostro ordinamento italiota, delle competenze dei nostri soprintendenti, il messaggio che arriva al fruitore è sempre lo stesso: la distanza. Quella seccata e arrogante richiesta di frapposizione tra oggetto e essere umano che viene perpetuato in ogni rassegna. Non sono a favore di un rapporto fisico con la Pietà Rondanini e men che meno di assottigliare quell’idea-simulacro, quel fantasma di incontro, che è divenuta un po’ beffardamente la visita alla Gioconda. Quello che mi interessa è ritrarre il rapporto della gente comune o dell’assiduo frequentatore con l’opera e con il suo corso nella storia dell’uomo nella contemporaneità. Moltissimi di coloro che entrano in una mostra, rispetto al lavoro, assumono quell’atteggiamento sornione e scettico che investe la persona di fronte ad un momento che non le si addice, che lo allontana e che, questa distanza, la tiene ben presente a tutti. E così, proprio per questo fenomeno deviato, di poca considerazione dell’opera, di scarsa familiarità dell’oggetto e dell’idea, è emerso una sorta di effetto collaterale, di sintomo immunitario a mo’ di risposta: la lettura forzata della didascalia. Non sottovalutate il nome della malattia; come dice Hugh Grant in quel gran film dal titolo Quattro matrimoni e un funerale uscivo con una ragazza che credeva i Red Hot Chilli Peppers un piatto messicano o ancora Pat Bateman nell’orrida interpretazione cinematografica di Bale Esco con ragazze che pensano che l’AIDS sia un nuovo gruppo young inglese.

E’ il modo di visitare un’opera, questo?

La lettura preventiva della dida ha tolto e impoverito il rapporto con l’opera e induce milioni di persone ogni giorno a leggere nei musei, prima l’autore e poi valutare e osservare il lavoro. E’ quella tignosa malattia che fa dire a mio padre che un Matisse è bello perché sopra alla tela c’è scritto Matisse. E se fosse un falso? O, molto peggio e molto più verosimilmente, se fosse il più brutto Matisse della storia che lo stesso autore in punto di morte si è dispiaciuto di non aver distrutto?

Ecco perché il progetto che ha introdotto e ispirato questo articolo parte da questa malattia, dalla patologia più seria della contemporaneità dell’arte, e ripone l’arte nel suo luogo: la vita dell’uomo, come nella parole di Mario Rigoni Stern: anche una catasta di legna ben impilata può essere un atto creativo. La mostra, della quale per riservatezza non citerò qui titoli e prossima apertura, ma che questo blog seguirà con attenzione e recensirà, avrà come spazio un lecceto, ed una galleria, come artisti molte delle migliori menti e mani europee della contemporaneità e non avrà nomi nè didascalie. L’opera nel suo contesto, sola con se stessa, pronta ad incontrare il tuo occhio e aprire la sua forza.

Ultima questione, l’allargamento del morbo: sapete quanti artisti hanno rinunciato causa la presunta e desunta mancata riconoscibilità del loro nome? Molti. Moltissimi. E questo non solo è nocivo, ma anche doloroso, deprimente.

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7 thoughts on “Vedere l’arte e non riconoscerla (più).

  1. Lo scorso anno ho visitato il Kolumba Museum di Colonia. Nessuna didascalia e un approccio trasversale e dialettico fra opere d’arte di diverse epoche. Il crocifisso ligneo del ‘200 affiancato all’opera contemporanea di design. Imperdibile.

    • Imperdibile, perche innanzitutto rende e riporta – ahimè si tratta di riportare – l’opera nella dimensione di gesto umanizzante, e di valore per l’uomo. Altrimenti sono solo etichette e nozioni. Poca roba.

  2. L’iniziativa mi pare molto interessante. Non sono un grande frequentatore di musei o di mostre. me ne tengo lontano perché, generalmente, la struttura stessa dei musei e delle mostre – il modo in cui sono disposte le opere e altro – sembra quasi volermi imporre un compito: la ricerca di un senso, di un valore di verità, quella sensazione da visitatore di mostre che ti dice “dovrà pur voler dire qualcosa, se non trovo una spiegazione non resta niente, se non individuo lo schema dell’immagine non avrò nulla in mano.” (come se poi fosse un problema, di fronte a un’opera, trovarsi con niente in mano. Di certo non lo è per me.) e queste sono più o meno tutte questioni che trovo poco interessanti e ingombranti: ingombrano e annullano la mia “libertà” di spettatore, riempiono uno spazio impedendo di distinguere alcunché, soffocano la mia “creatività” di spettatore lasciandomi perplesso come quando in terza liceo ascoltavo la lezione di matematica.

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