Narrare un luogo: Portobeseno Festival

Forse gli appassionati dei laghi, dell’arrampicata e di tutto ciò che è ordinato, pulito e funzionale, conosceranno il territorio della Vallagarina, in Trentino Alto Adige. Per tutti gli altri mi auguro, dopo aver letto questo articolo, che abbiate trovato un valido motivo per programmare un weekend.

SINERGIE LAGARINE. Un’azione sociale di coesione culturale dove la partecipazione di molte associazioni lagarine ha permesso di realizzare un evento straordinario. http://www.portobeseno.it/sinergielagarine2012.html

Quest’area geografica circonda Rovereto per arrivare a toccare anche la provincia di Verona. Guarda a Nord verso la Val d’Adige mentre a sud sfiora l’ultima punta della pianura Padana, presso la Chiusa di Ceraino. Se vi è capitato di trascorrere alcuni giorni di bianco-sci nelle Dolomiti abbacinanti, ebbene anche se non ve ne siete accorti sull’autostrada del Brennero avete passato i comuni di Ala, Isera, Calliano, Avio o Besenello.
E’ in questa zona, dove forse il tannino del vino o l’aria più pura fanno gli abitanti del luogo gente di ampie vedute, di grande iniziativa e organizzazione, che è nato PORTOBESENO.

Di fatto, non esiste una città, un villaggio, una zolla di terra che porta il nome di Portobeseno. Esiste Besenello, questo sì, che è uno dei centri protagonisti di questo festival unico sul territorio nazionale. L’idea di aggiungere la parola “porto” al titolo della manifestazione mi fa pensare ad un bacino dove accadono fatti, esperienze, azioni, incontri. Un’area identificabile con latitudine e longitudine precise dove potersi ancorare e scoprire nuovi orizzonti.

Filari di vite in Vallagarina, Trentino Alto Adige

A mio parere, non è possibile definire Portobeseno unicamente come festival. Indubbiamente conserva le caratteristiche di un appuntamento regolare negli anni, attivo ormai dal 2005 è iniziata a giugno l’ edizione 2012, ma le modalità di lavoro e l’approccio strizzano l’occhio a processi di partecipazione e condivisione tipici dell’arte pubblica più vera.
Curato da Davide Ondertoller e Sara Mainoassociazione Libera Mente di Calliano -, Portobeseno sviluppa progetti artistici e laboratori didattici dedicati al territorio e alla memoria dei suoi abitanti. Il materiale prodotto è successivamente presentato nel festival “Portobeseno, viaggio tra fonti storiche e sorgenti web” che propone spettacoli (dal teatro ai concerti di musica acusmatica) e installazioni multimediali. Proprio questa  è una delle caratteristiche più interessanti di un’operazione che ha ormai qualche anno e fin dalle origini ha sposato il web, la tecnologia e le risorse dei motori di ricerca. Le interviste, le ricerche etnografiche, le immagini dei laboratori, delle passeggiate, l’esplorazione del territorio, le testimonianze delle persone e i racconti orali (tracce audio) sono TUTTI consultabili/visitabili/visibili/ascoltabili on-line. Ad esempio, uno degli appuntamenti a mio parere più curiosi di giugno 2012 sono stati i Paesaggi Atipici, una rassegna-degustazione di musica acusmatica dedicata ai suoni ambientali tipici della Vallagarina.

In seguito ad una fase di ricerca dei paesaggi sonori tipici della lagarina, grazie all’aiuto di sound designer-musicisti-ricercatori invitati a trascorrere alcuni giorni sul posto hanno prodotto una serie di registrazioni che raccontano queste terre attraverso registrazioni sonore di diversa natura. Come risultato, sono stati creati 3 concerti/appuntamenti nel mese di giugno e potete ascoltare alcuni esempi qui.
Un grande archivio digitale permette di conservare, promuovere e soprattutto trasmettere questo immenso bagaglio di conoscenze e informazioni che tutti i partecipanti, adulti e bambini, hanno raccolto negli anni. Spesso artisti – visuali, teatranti, cantanti e cantautori, artigiani, video-maker, street artist – nazionali e internazionali sono stati chiamati a coordinate e dirigere alcuni degli interventi che si manifestano a zonzo, nella Vallagarina.
Il lavoro di queste persone confluisce in un momento celebrativo indipendente, che assume i connotati dell’evento – del festival appunto – nel castello di Beseno, location davvero ricca di genius loci.

castello Beseno

In cima alla collina, il Castello di Beseno offre una vista a 360 gradi sulla Vallagarina

Ritengo giusto farvi notare come un progetto simile intenda riflettere tanto sulla storia e sull’eredità culturale che le persone più anziane, i muri delle case e i fili d’erba di Isera conservano, quanto sul presente. Sulla tanto scritta, studiata e commentata contemporaneità. L’uso della tecnologia multimediale si sposa in maniera funzionale con la mole e la tipologia di materiale raccolto nelle varie edizioni di Portobeseno e assolve appieno la sua funzione di archivio (mediateca, fototeca, audioteca etc) oltre che di connettore sociale (attraverso il blog del festival e tutta la web community). Allo stesso tempo, creatività e libertà di espressione trovano la giusta dimensione in installazioni, videoproject, musica, webproject, che coinvolgendo ancora una volta gli abitanti, consentono la totale condivisione del processo, dell’esperienza e dell’output finale.

Uno degli obiettivi principali di Portobeseno è dunque di riuscire a raccontare, sotto forma di narrazione ibrida, un territorio al fine di conoscerlo meglio e promuoverlo. Infatti, solo prendendo consapevolezza delle ricchezze di un luogo è possibile ideare e mettere in atto strategie di promozione artistico-culturale efficaci. A pensarci bene, questo format è facilmente riproponibile in altri territori del nostro lungo e stretto stivale, apportando le giuste modifiche del caso. Sono tranquilla nel fare queste affermazioni, in quanto ancora una volta, gli ingredienti sono quelli giusti: il tempo, la condivisione, il pubblico. Usati coerentemente, questi consentono a persone appassionate e motivate di sviluppare progetti davvero interessanti, che dialogano trasversalmente con luoghi, persone, eredità dalle tipologie più diverse. Ecco perchè ritengo Portobeseno un progetto in qualche modo di arte pubblica, cui molti si sono affezionati e che, anche grazie all’aiuto dei media locali e delle testate nazionali, ha ormai un seguito, una giusta eco e un’ottima reputazione.
Ma c’è di più.
Poco fa ho buttato lì tra righe un genius loci. Non uso un binomio latino per vantarmi del mio diploma di maturità classica. Infatti, con il debito rispetto, anche se avete fatto studiato latino non è affatto scontato che sappiate con quale accezione intendo queste due parole accostate, in contesto simile. Leggete queste parole di qualcuno ben più esperto di me
«Nell’epoca della cultura planetaria, globalizzata, quando non è più necessario raccogliere nei pochi centri del sapere delle città capitali grandi biblioteche e grandi musei enciclopedici (perchè questo compito è svolto dalle reti di informazione telematiche, dalle infostrade che portano a casa tutte le conoscenze del pianeta) diventa invece indispensabile riconoscere (e approfondire) la diversità e la specificità culturale dei singoli Paesi e anche delle minime storie culturali: presentare cioè nei luoghi, nei contesti, nei paesaggi dove sono nati i beni culturali che a essi da sempre appartengono, in piccoli musei che permettono di rivivere ogni speciale e particolare genius loci». E questa particolare caratteristica nella nostra piccola e grande Italian è più che tangibile. A tutti è nota l’importanza e la ricchezza del nostro patrimonio culturale e sappiamo anche molto bene quanto sia difficile riuscire a conservarlo, restaurarlo, promuoverlo, renderlo fruibile agli stranieri ma anche allo stesso popolo verde-bianco-rosso. Abbiamo già accennato su questa piattaforma, di quanto la specificità culturale e la diversità dei singoli Paesi e delle anche minime storie culturali siano parte costituente della nostra Cultura. Se pensiamo a questa nei termini coi quali la definisce Eduard Herriot «la Cultura è ciò che resta all’uomo quando si è dimenticato tutto», ci rendiamo conto che tutto ha un senso. Le teorie di Ermanno Olmi sul ritorno alla madre terra, al ciclo di vita della natura nel pieno rispetto di animali e piante; le parole di Pasolini che a suo tempo già invitava le persone a «lottare per la conservazione di tutte le forme alterne e subalterne di cultura»; fino allo slogan «Think globally, act locally». Anche senza possedere un luogo ascrivibile ad un museo, è possibile attivare processi, realizzare interventi e installazioni che tengano conto del contesto e quindi del genius loci specifico, inglobando il visitatore stesso «per dare allo spazio una nuova organizzazione degli stati d’animo, delle memorie collettive […]». A questo punto non ha più senso concepire musica, arte, architettura, geografia, danza e performance come pratiche artistiche estranee a processi di osmosi reciproca. Promuoviamo la contaminazione tra i saperi e tra le discipline e proviamo a riflettere che proprio grazie all’Arte e alla figura degli artisti, questo può avvenire in modo fluido, secondo modelli di comunicazione e di azione raramente presi in considerazione e volutamente sopra le righe, fuori dagli schemi, oltre il sistema.
Portobeseno, nel suo agire locale e per mezzo degli abitanti del luogo, ha permesso di creare una rete in grado di valorizzare il territorio, camminando sulle tracce delle memoria collettiva ma guardando avanti. Gli organizzatori di questo festival e tutti coloro che ogni anno ci investono energia, tempo, saperi, hanno capito – forse hanno ri-scoperto – quanto sia fondamentale per l’uomo fare della curiosità uno strumento intellettuale.
Scacco matto.

Tutte le immagini provengo dagli archivi online di Portobeseno Festival e dall’account Flickr del progetto.

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7 thoughts on “Narrare un luogo: Portobeseno Festival

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