La Musica Così Come La Trovai – (irish folk)


So Buy Me Beer And Whiskey Cause I’m Going Far Away

SAD TO SAY, I MUST BE ON MY WAY.

La mia vita si basa su solide ed indubitabili certezze: se sento l’odore di un cavolfiore, vomito; se vedo una Porsche, continuo a seguirla con lo sguardo, sospeso tra sogno e overdose di endorfine, spaesato; se vedo una bella ragazza, posso essere fidanzato, sposato, il Papa, un eunuco, ma mi devo girare a guardarla. So che quando aprirò la porta per uscire da casa non cadrò in un vulcano in eruzione.

Non so spiegare, come tra l’altro è giusto che sia, in che modo sia nata una delle mie più salde e forse stupide certezze. Sto parlando del mio amore, incondizionato, probabilmente insensato, per la musica folk irlandese.

Forse posso far risalire questa mia passione ad un’altra mia passione, quella per il genere western. Quando in un western compare un irlandese, succede sempre qualcosa di grosso.

Così è nata la mia simpatia per gli abitanti dell’isola di smeraldo: leggendo gli albi di Tex Willer e guardando i film di Sergio Leone. Nella mia testolina di bambino di otto anni, un bambino che se sapesse che il suo upgrade venticinquenne non è ancora stato sulla luna si suiciderebbe, mi sono formato uno stereotipo ben preciso e difficilmente rimpiazzabile del “tipo” irlandese: gente grossa, chiassosa, sboccata, losca, impulsiva, generosa, leale, coraggiosa, irriverente, irriducibile. In buona sostanza, ho sempre considerato gli irlandesi come se fossero i discendenti legittimi degli abitanti di quel villaggio le cui storie sono narrate nell’altra mia lettura formativa fondamentale: Asterix.

È normale, infatti, che un bambino cresciuto leggendo le storie di un piccolo villaggio che resiste ora e sempre all’invasore, si sia innamorato della storia di un popolo oltraggiato e tiranneggiato da un vicino troppo arrogante per poter essere in grado di cucinare un pasto decente (anche in Asterix una delle caratteristiche negative dei romani era la stramberia dei gusti culinari. È curioso notare quanto i britannici siano simili ai romani di Asterix.), un popolo costretto ad abbandonare diverse volte la propria terra per andare a stabilirsi nei luoghi più disparati del pianeta, un popolo preso a calci nel culo per buona parte della sua storia. La storia d’Irlanda è tutta qua: calci nel culo, sconfitte, tirannie, carestie, deportazioni, coscrizioni, epidemie, emigrazioni, leggi assurde imposte da un occupante idiota. Ribellioni, guerre civili, eroi nazionali, ammutinamenti, intransigenza.

Nella musica dei Dubliners e dei Pogues, questa storia si respira continuamente. Poco importa (ecco, sì, sto frenando il saputello che è in tutti voi) che i Pogues non siano veramente irlandesi, se non per discendenza genetica.

Se c’è una parola che può permettersi di andare tranquillamente a spasso con “apolide”, quella parola è senza dubbio “irlandese”. Il punto fondamentale nel folk irlandese sembra essere proprio             questo: l’imperturbabile accettazione del mondo e delle disgrazie che si accompagnano alla parola “mondo”.  Ti vengono raccontate storie di sconfitta, di tradimenti, di donne che non fanno una figura non esattamente bella nei confronti dei loro uomini i quali, generalmente, riescono a fare una figura ancor peggiore, e l’unica soluzione che ti viene suggerita, per rispondere a questi scenari che spesso e volentieri hanno dell’apocalittico, è quella di continuare a sentire quello che sta facendo il fiddle [Il fiddle non è uno strumento musicale. Il fiddle è una specie di religione. Il fiddle è semplicemente una regola: non differisce in nulla da un semplice violino, se non per il modo in cui viene suonato. La musica irlandese (così come la musica Country americana), per intenderci, è piena di violini, ma non ha alcun violinista. Si chiamano fiddler, e credo s’incazzerebbero molto se li chiamaste violinisti.]e magari tentare di capire in che modo si inserirà il banjo.

Permettetemi di coniare un neologismo. Un neologismo, in questo caso un aggettivo, che possa spiegare, a chi non sapesse nulla di questa particolare materia, il significato intrinseco della musica folk irlandese. L’aggettivo che userei è senz’altro antemico, derivato dal vocabolo inglese che sta per inno.

La musica popolare irlandese ha questa sconvolgente capacità di trasformare melodie semplicissime (intessute da una struttura armonica ricchissima), spesso accompagnate da testi rozzi e crudi, in veri e propri inni fatti su misura per gentaglia di vario genere, dai tagliagole che ti aspettano alla stazione per rubarti la pensione, fino ai travestiti. O più semplicemente, facendo lo stesso discorso fatto settimana scorsa per Townes van Zandt, per persone che non hanno alcuna voglia di tornare a casa.

Non so quante volte mi sarà capitato, nella vita, di tornare a casa alle quattro del mattino e avere ancora voglia di fare il balordo in compagnia di una bottiglia di whiskey e di qualche bella canzone da ballare. In questi fortunati casi, si riesce a sentire tutta la potenza, tutto il valore mistico di questa musica che parla di viaggiatori, pirati, ribelli, puttane, marinai, ubriaconi, ladri, giocatori d’azzardo, truffatori, uomini presi di peso dalle loro case e strappati dalle braccia delle loro donne bianche come la panna per essere spediti ad ammazzare sconosciuti all’altro capo del mondo.

Sarebbe riduttivo definirla “musica da ubriaconi”: è senza dubbio musica fatta da persone che hanno una notevole familiarità con le bevande alcoliche, per persone che hanno (o che intendono sviluppare, per i più piccini) una familiarità altrettanto spiccata; ma il discorso non può, davvero, ridursi a questo. C’è qualcosa di primordiale e di indescrivibile nella musica irlandese, qualcosa che unisce l’umanità come razza, qualcosa che mi permette di dire di persone diverse come Neil Armstrong e Ibn Battuta che fanno parte dello stesso meraviglioso e assurdo calderone che chiamiamo “genere umano”: l’attitudine al viaggio: quell’insaziabile e ossessivo – compulsiva attitudine che ci distingue dalle scimmie. O dagli inglesi.

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8 thoughts on “La Musica Così Come La Trovai – (irish folk)

  1. Ciao Nicola,
    grazie per avermi segnalato il tuo post e questa eccezionale musica! “Whisky in the jar” è una delle mie canzoni preferite: in un pub in Scozia l’abbiamo cantata a un ritmo più sostenuto però 😉

  2. Pingback: La Musica Così Come La Trovai – Bluegrass | POTATO PIE BAD BUSINESS

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