Weekend con il Morto – Simone Weil

Simone Weil. La forza delle idee.

Simone Weil ha ricevuto in dono migliaia di articoli, memorandum, saggi e pensieri. Tutte cose che sono dovute ad una donna che ha fatto quello che ha fatto, e che ha lasciato scritto con tutte le sue contraddizioni e dubbi, pagine della loro qualità. E infatti non è intenzione di nessuno che oggi possa avere la testa sul collo aggiungersi all’iper-costituita genia degli agiografi che sono zelanti e anche vagamente fastidiosi.

Esistono esempi nel corso della storia dell’uomo che se non solo per quello che hanno scritto, e che andrebbe letto – abitudine culturale in corso di smantellamento -, ci insegnano a vivere.

Alcuni conoscono le righe di Weil, quello che ha scritto prima sulla condizione operaia e sulla vita degli oppressi, sui necessari movimento sociali, sulla Storia, e poi sulla conoscenza soprannaturale e il rapporto con Dio. La fortuna che hanno questi lettori è incommensurabile, perché possono, come dice Edgar Morin, «vedere con i loro occhi la profonda etica che c’è nel dare vita a un pensiero per iscritto.» Ma quelli che, inutile nascondersi, questa fortuna non desiderano procurarsela, per mancate aspirazioni, menzognere illusioni su stili di vita incompatibili con la parola scritta o (folle) scelta individuale, dovrebbero riflettere su quello che gli uomini sono al di fuori delle loro opere. Uno dei più intelligenti lettori dell’arte contemporanea, Didi Huberman, avverte a ogni piè sospinto di non confondere l’artista con la propria opera, giacché la seconda sopravvive al primo. E ogni segno di questa dicotomia esistenziale è visibile sin dai primi anni di coesistenza, dove l’opera è salda e ha una parola che in quanto polisemica si rigenera nella contemporaneità e l’uomo è oscillatorio, debole e instabile. Eppure con la rarità di stelle alpine, nella storia dell’umano sono esistite persone in grado di attenersi, con uno sforzo improbo e forsennato, che ha poco di apollineo e molto di dionisiaco e furibondo, al grado etico ed estetico, altissimo, del loro pensiero. Ne intravedo alcuni: Nuto Revelli, che in guerra rischiava la propria vita per recuperare e seppellire in pietà e dignità i propri compagni di vita e di morte militari. Mishima, che nell’unione inseparata di anima e corpo ha voluto conoscere la morte per seppuku. Carmelo Bene che ha posto il proprio corpo, la propria carne e sangue nelle questioni che lo hanno agitato e animato per tutta l’esistenza. E Simone Weil, che ha suscitato il proprio pensiero prima con le mani che con la sua penna. Nel suo lavoro nelle fabbriche metallurgiche e nell’indotto Renault, in quello agricolo, per questa coincidenza gravosa tra pensiero e operato, Simone Weil è un esempio necessario prima di un autore da Meridiani Mondadori. Per quanto Didi Huberman abbia ragione, dobbiamo saper fare con il lavoro di un pensatore, non con lui, possiamo anche sperare di incontrare, in vita o nelle galassie postume, esempi e emanazioni di persone che hanno saputo in vita tenere unite le due metà di mente e corpo – pensiero e azione. Per farlo si deve essere disposti a provocare il proprio esistere fisico, accettare le conseguenze e sperimentare se stessi. Weil lo ha fatto perché ha creduto che fosse il modo per esplorare il pensiero che correva per la sua testa. Tuttavia, in anni nei quali l’equilibrio della ragione è assente, e nei quali si grida al complotto con la stessa facilità con cui si inneggia alla santità, è necessario comprendere che questa non è una ricerca di successo o riconoscimenti. Il martirio intellettuale- altra espressione non esiste – appartiene a coloro che lo concepiscono come condizione necessaria al loro vivere intellettivo. Piuttosto, quello che ha importanza per noi contemporanei orfani di costoro, è: leggere l’opera e, se di fronte a esseri come Weil, conoscerne la vita.

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