L’ Atto Creativo – Parte I e Parte II

Beato+Angelico+Cristo+Deriso+Atto+Creativo+Arte+pittura

L’ultima volta che ho avuto un’idea per un racconto è stato camminando nervosamente lungo la banchina della stazione di Maciachini. Non è un bel posto, quello. L’aria è pesante, anche se non quanto quella che percorre la linea 2. Ed è un ambiente generalmente più angusto rispetto a quello della linea 1. Lo schermo digitale per gli avvisi segnava 3 minuti ed in quel preciso istante, del quale potrei ricostruire ogni minuzioso elemento, dalla carta penzola del cartellone pubblicitario, alle scarpe rosa e argento della quindicenne strizzata in un paio di jeans che avrebbero potuto garantire attenuanti se non ad un reato di stupro per lo meno ad un abbordaggio manifesto, alla cartellina trasparente di plastica gialla della professoressa a fine giornata dai capelli ricci e unti, ho avuto un’idea. Non tutto il racconto, quello capita raramente, ma la sensazione che avrei potuto scriverlo; e che se avessi ragionato, pensato al suo riguardo con la dovuta ossequiosità per il pensiero della sua venuta alla luce, forse sarei anche riuscito a scriverlo. E questo è sempre un inizio. E’ un ambito di azione, una sorta di sentiero verso l’opera.

Ho ritrovato, in questi anni di letture, molto pressappochismo e tanti luoghi comuni attorno al concetto di atto creativo. Innanzitutto, e lo capisco, perché questo è qualcosa di devotamente privato. Ogni artista, ogni persona, crea in determinate condizioni, indotte o dedotte, e mediante un’interconnessione tutta particolare e unica, di consistenza biologica, il proprio DNA, il proprio essere, e convivenza ambientale. Eppure questa peculiarità non è sufficiente a spiegare la scarsa rilevanza data a questo tema e il basso livello di approfondimento di cui beneficia.

Quando cammini per le strade di una città è piuttosto normale, nel lungo corso dei chilometri che ogni persona con frequenza personale raggiunge, incontrare il matto del quartiere. Quello che raccoglie i tappi di bottiglia o gli oggetti secondo un ordine tutto suo – di cui scrive Auster in un romanzo della Trilogia. Quello che defeca nello stesso punto della strada vestito di una tuta di montagna tutto l’anno. Quello che canta la stessa cantilena, o una sua parte precisa di otto note e quattro parole. E non basta ricorrere ad una catalogazione del tipo “questo o quello”, perché essendo uomini ve ne sono d’ogni tipo. Di vari e di vagamente monotoni. Di ripetitivi e di meteo-umorali.

Ne ho osservati tantissimi in questi mesi. E mi sono chiesto, come tutti d’altronde, che cosa vedano con i loro occhi. Che livello cosciente vivano della loro esistenza. In quale universo parallelo al mio, di pochissimo o di un’eternità, siano attori. Molti potrebbero dire che non sia importante rispondere a questa domanda; né per noi, come per loro. Di fatto noi viviamo una nostra vita, e non ci viene offerta la possibilità di trasmigrare in altro fisico per vibrare di emozioni extra-corporee (non escludo chi sia in grado di farlo ma non si trova ora a questa tastiera a scrivere). Eppure una cosa in tutto questo conta: non sono pazzi. O se così posso chiamarli, è perché il termine pazzo in me non corrisponde al significato comunemente attribuitogli.

Se pazzo è qualcuno che si emargina dalla società, qualcuno che vede e che vive un universo parallelo, distante o vicinissimo al nostro, che non risponde secondo logiche comuni alle domande che gli vengono poste, che rifiuta scale di valori parametrate e globalmente riconosciute, che canta ad alta voce per strada, che racimola cicche di sigaretta o altri rifiuti, che infrange le barriere umane ponendo domande dirette a perfetti estranei, che non lede le libertà altrui quanto piuttosto le invade secondo sue logiche private e del tutto inauscultabili, che urta il resto del circostante con il suo atteggiamento – se questa collisione sconvolge senza ferire fisicamente o illegalmente-, che richiede con alacrità per tutto questo e ancora per tutto il restante la questua; allora è esattamente la definizione che potrei approvare. Lasciando da parte ogni pervicace, persistente, e obbligata sfumatura nefanda, negativa, declinata verso un senso d’inutilità, di superfluo e fastidioso. Se questa è l’indomabile e incerta nozione che anche voi avete dei pazzi, infine, potete continuare a leggere questo articolo.

Yves Klein+Salto+pazzia+creatività

Infatti, non è forse un pazzo, ossia un emarginato, un de-costruttore, ricostruttore, deflagratore di parametri sociali, un artista? Lasciate perdere l’artista di corte, Maurizio Cattelan, che, come mio padre, finge di sculacciarti solo per nutrire e arricchire di significato il significante della punizione – non vi sta, di fatto, punendo, vi sta facendo comprendere che esiste modo di punirvi. Non considerate questo esempio reazionario. Pensate piuttosto a Christo, andate a vedere il museo Tinguely, ponetevi di fronte ad un guardo di Bosch e poi leggete l’anno della sua pittura. Immaginate il Cristo deriso del Beato Angelico. E ancora, informatevi sulla storia di emarginazione di Piero Fogliati. Non vi sembrano pazzi, questi? Non pensate pazzo uno che si getta dal secondo piano di una casa a testa libera, per farsi fotografare, per dimostrarvi la potenza del vuoto, la forza della leggerezza, dell’idea che esiste qualcosa quando non esiste più nulla? Eppure Klein i vostri datori di lavoro se lo strappano dalle mani a cifre a sei zeri per le aste di New York. Pagarlo due milioni non è da pazzi? Quello no? E cosa avrebbe fatto il vostro boss di banca, se avesse incontrato Klein o Manzoni per strada? Ubriachi, puzzolenti, rumorosi, decisamente poco propensi a spiegare il motivo di una merda in un barattolo o di un pallone aerostatico. Ve lo dico io, avrebbe detto, che pazzi che sono, io me la squaglio. E cosa avrebbero fatto, in un ambiente molto più riconoscibile, uno studio ordinato, accompagnati da un uomo mansueto e devoto alla sua idea poetica come Piero Fogliati? Sarebbero scappati anche lì. Sconvolti dallo zelo, dall’amore, di un uomo per la luce, per il suono del vento che muove delle molle appese al soffitto, per il sommesso, minuscolo, gracchiare di un oggetto misterioso dal movimento sconosciuto. L’atto creativo non è una questione di parametri. Non esiste quella sudicia, masticata, idea dell’ispirazione come luogo evocabile sempre e comunque. L’ubriacatura come collante verso questo luogo. E’ doveroso rispettare l’unicità, la sindrome quasi solipsistica delle modalità con cui il creativo si esprime. Eppure è basilare intravedere questo legame che solo la scala dei valori della società di massa, e non Dio, e non la Verità, ha posto come gerarchico ma che io vedo come paritario, tra l’atto di Lucio Fontana, pagato milioni di euro, e quello di Piero, il pazzo che si crede ancora un generale prussiano e che suona la tromba. L’atto creativo, quello che corre lungo la retta elettrificata che unisce Fontana a Piero è lo stesso, e mai come oggi posso percepire vicini questi due uomini. E’ un vagito, una vibrazione che corre nell’anima e che si estrinseca con una matita, un pennello, una macchina fotografica, una macchina da presa, uno strumento musicale, uno scalpello, un’accetta, una motosega, un’incudine, un aeroplano, la voce delle labbra e dei polmoni, le mani e le braccia, la mente e gli occhi; l’atto che crea è tutto questo e nulla di questo. E’ un valore condiviso, aggiunto per il mondo; e non per la società che non è altro che la somma dei valori conformati e numerosamente accettati, ma che non parla e non contempla tutti gli uomini, e la terra che calpestano e le formiche e le aquile e gli alieni che ci invaderanno. E’ un valore aggiunto per il pastore che mediante quello strumento migliora la propria vita e che magari morirà senza trasmettere questo sapere, l’utensile miracoloso, a nessun altro essere umano del pianeta.

Quale universo parallelo ha abitato Vladimir Nabokov? O Giorgio Manganelli? Avrei voluto abitarli con loro, anziché condividere il mio spazio vitale con l’amministratore di condominio che mi parla di bollette e di passera – non il ministro. Ditemi qual’è la strada per la dimensione cosciente di Aby Warburg. Voglio andarci.

Ritorno+Futuro+atto+creativo+salto+tempo

Chiamateli pazzi. Evitateli. Poi, se sarete fortunati, pagherete a caro prezzo, grazie alla digestione sociale, i loro feticci. I loro libri. Le loro opere. Le loro sinfonie e i loro dvd. Le loro macchine inutili eppure così utili. E tornerete, come Czesław Miłosz, a spargere miglio e semi di papavero sulle loro tombe. Altrimenti sarete morti poveri e privi del loro valore aggiunto. Questa non è un’invettiva sul potere dei pazzi. Quanto piuttosto un buon ricostituente, un onesto riequilibratore. Che sposta il nodo dal valore conformato al valore del gesto; da un’umanità prodotta ad un’umanità produttrice.

Mario Rigoni Stern un giorno disse qualcosa di decisivo su questo argomento. Disse che una catasta di legno ben impilata era più creativa di un lavoro in banca. E dava soddisfazioni maggiori all’uomo che la metteva in piedi con il sudore del corpo e della mente. Quell’atto creativo, la catasta di legna spaccata per l’inverno, è il fuoco di tutto. Non esiste differenza tra quella catasta e Lo sposalizio della Vergine. Non in termini di nascita, di comparsa alla luce del mondo. Sono idee aggregate dalle stesse forze mentali, di persone che vivono in universi psichici tutti paralleli. E se la Madonna del Parto di Piero della Francesca costituisce per tutti oggi un decisivo luogo di riflessione, un riconosciuto momento culturale, lo è perché rappresenta e tende a essere uno dei più reconditi e interstiziali significati circa il concetto di “aprirsi”, di “apertura”. Eppure la fama meritata e salvifica di quest’opera, non svilisce o deteriora la catasta di legna vista dai quattro componenti della famiglia Bradieri di Ossola.

Sono atti creativi che ripopolano il mondo di umanità. Riportano la dimensione del gesto all’interno del creare e, penso, senza atti di presunzione, rimodellano, o sono sul punto di farlo, la concezione di opera d’arte.

Two Stage Transfer Drawing+Dennis+Oppenheim+Video+Arte
Dennis Oppenheim, Two Stage Transfer Drawing. Video.

Quando nel 1971 Dennis Oppenheim girò Two Stage Transfer Drawing disse qualcosa che Raymond Carver riprese nel 1983 con le parole di Cattedrale. Nel video dell’artista americano un uomo e un bambino, a turno, si disegnano sulla schiena con un pennarello nero piuttosto spesso. Il disegnato, in tempo reale, replica sul muro il disegno percepito senz’occhi sulla sua schiena. Questo trasferimento al buio istituisce una serie di limiti e condizionamenti circa la visione del manufatto. La correttezza della trama non è assicurata. Una miriade incallita di crocicchi e angolature impediscono la perfetta reciprocità tra i due disegni. Ma la correttezza non è in questione. Chi si aspetterebbe una risposta esemplare da un telefono senza fili? La riproduzione di un elemento visuale che avviene mediante la perdita della percezione ottica assomiglia molto all’ispessimento grossolano di due strati di pastella attorno ad un carciofo.

Nel video di Oppenheim la veridicità dell’intreccio è garantita solo dall’audace impegno del disegnato; che vive sotto il tiro di ogni escrescenza pilifera, dei suoi punti grassi, profondi come crateri lunari, delle sue ossa e delle due zone insensibili. A tal modo, ogni storia che ha a che fare con una traduzione, trasposizione da un linguaggio ad un altro, è anche la storia di un tradimento. Non ha speranze di una formattazione perfetta; perché qualsiasi entità tradotta è anche trasposta, spostata di qualche centimetro entro il suo raggio d’azione, travisata, ed in un certo senso anche riprodotta e moltiplicata entro confini sensoriali multipli, quelli del traduttore. Valerio Magrelli ha spesso intonato alla forza del fraintendere, al punto di rischiare la scomposizione, l’annientamento, in quel mare incerto di nulla, di anti-determinismo, d’increspature e sabbie mobili. È una vita da mistici questa. La Cattedrale di Carver è un artefatto che discende dalla pietra, da una chiesa esistita ed esistente, ed è anche l’idea di una chiesa, di come sarebbe dovuta essere nella mente di chi la disegna. Quest’opera condivisa, tra un professore cieco di liceo ed un marito annichilito dalla cannabis, è una traduzione, una filiera sgranata di intoppi e ricuciture, che ben simula le difficoltà e i continui scalini esistenti nell’appropriazione e rilascio di una materia fluida come un manufatto.

Da sempre sono rimasto affascinato dall’impeto che alcuni grandi pensatori hanno posto nel tradurre testi di altri; e ancora, dal desiderio incontrollato che hanno subito nel portare alla luce opere nascoste e dapprima considerate irrilevanti. E’ il caso, ad esempio, di Pavese con l’opera di Melville. Oppure di Montale con Svevo. Nella vastissima e incontrollata storia del pensiero è frequente rintracciare tra i grandi autori anche grandi traduttori o maestosi speleologi del talento. E’ in questa prassi ora così desueta, il portare alla luce da parte di un artista affermato un altro artista mai conosciuto, che si percepisce in modo del tutto comprensibile la moltiplicazione dell’uso del gesto e la nascita dell’opera. Chi non leggerebbe un libro consigliato da Ian McEwan? Chi non visiterebbe, almeno di sfuggita, una mostra suggeritagli da Hidetoshi Nagasawa? E cosa ci spinge sino a quel testo o in quella retrospettiva fino allora estinte se non la parola di due grandi del pensiero contemporaneo?

Insomma, qual’è il confine, a prima vista inesistente, tra quello che l’uomo considera opera d’arte e quello che non viene considerato? Perché ed in che modo un testo di Withman o un’opera di Kapoor vengono prese definitivamente per arte ed invece altre non entrano in questa terra evocata e irraggiungibile?

Piero è un uomo che vive al bordo di una strada assolata, invasa dalla luce del caldo secco d’agosto. Costruisce utensili – roncole, falcetti, piccoli rastrelli- per alcuni, selezionati contadini. La sua non è una selezione volontaria, ma piuttosto forzata dallo stato delle cose. E’ un vecchio carpentiere e conosce un solo uomo, che passa per quella strada una volta alla settimana con i pochi spiccioli per la propria sussistenza in cambio delle roncole. Alla morte del contadino che procura i pochi affari a Piero si spegne quel mercato di rastrelli e falcetti e di lì a pochi mesi anche Piero muore, spezzando per sempre la catena virtuosa di quegli oggetti. Alla morte del primo un gesto si è sepolto tra le cose del mondo, ruzzolato veloce nel bosco imperlustrabile che è il corso dell’uomo nel tempo. Che cosa non ha permesso a quegli oggetti di essere un’opera?

Moltissimi risponderebbero che quelli sono oggetti d’artigianato. Attrezzi per il mestiere di tutti i giorni; e poco importa se Mario Merz o Rauschenberg li hanno utilizzati, il fine in quel caso era difforme. Uno per falciare, l’altro per significare. Quindi, se lo scopo finale di un’opera d’arte potrebbe apparire chiaro, istituire un percorso salvifico di conoscenza, costellato d’intoppi come quelli di una traduzione, di un travisamento continuo che genera e rigenera l’opera, non è del tutto evidente di come possa considerarsi opera il falcetto di Mario Merz del 1963 e non quella di Piero, e di come queste due condizioni possano non modificarsi mai.

mario+Merz+Collezione+Stein+Forma+Radice+Sostanza
Mario Merz, Se la forma scompare la sua radice è eterna. La prima volta che la vidi fu in un video della collezione Stein.

L’arte non è una condizione data. Questo è certo. E il mercato che prolifera attorno all’idea che esista per davvero una professione che risponde al nome di “artista” è qualcosa di temporaneo e che per nulla inficia quella condizione inauscultabile in cui un’opera si mostra e per mezzo della quale costituisce quel gradiente basilare all’uomo. In un saggio del 1953 Jean Starobinski disse che se fossero arrivati gli alieni questi avrebbero salvato del nostro pianeta solo l’Arte. Che cosa avrebbero salvato me lo sono chiesto spesso. Se la cupola del Bernini, o le Grazie del Canova, se un dipinto di Brugel oppure un cerchio di pietre di Serra. Ma la domanda non è evidentemente cosa, quanto perché. Il gesto che richiama Rigoni Stern nella sua intervista con Marco Paolini, la catasta di legna adeguatamente impilata, la stessa che Raymnond Carver farà terminare, senza motivazioni rilevanti e risibili, al protagonista di Legna da ardere, prima della sua dipartita da quel paesino di boschi e precipizi, è un gesto sia creativo che salvifico. Proprio al pari del Noli me tangere di Beato Angelico. Eppure, quello che proietta il secondo nella storia del pensiero umano, quello che gli consente di esistere all’interno di una dimensione aurea che è il luogo dorato della cultura, quello che parla all’uomo, non è solo la sua qualità formale intrinseca.

Rigoni Stern ha ragione, una catasta di legna è davvero un’opera d’arte. E’ un gesto, come quello delle roncole di Piero, come quello di molti artisti oggi e di un buon numero di quelli del passato.

Catasta+legnba+Rigoni Stern+Marco+Paolini
La catasta di legna di Mario Rigoni Stern

Il punto non è l’arbitraria considerazione dell’uomo rispetto all’oggetto, o la massificazione dell’idea che questo sia arte e che quell’altro non la possa mai essere. La condizione aurea, quella che eleva agli occhi dell’umanità un gesto ad opera d’arte, quella che consegna il taglio di Lucio Fontana a noi posteri senza cervello, è un meccanismo umano per azionamento e inumano per funzionamento. Siamo noi ad innescarlo; e nessuno di noi è in grado di interferirci. Ogni gesto è opera, ogni gesto deve essere fatto con l’intento di raggiungere quel capolavoro cui aspiriamo senza sosta. Il linguaggio in cui questo vive e si esplica, gli utensili mediante il quale è stato forgiato – una penna, una accetta, una cinepresa- non fanno di lui qualcosa di diverso o qualcosa di indelebile.

In questo senso lo scrittore prima Sergente, ha ragione: ogni gesto è opera d’arte. E’ un contrafforte dell’uomo per l’uomo. Come le roncole. Anche Gille Deleuze dice bene: l’arte è un momento catartico entro cui meccanismi complessi vengono attivati. Come un cortocircuito che, di colpo, esplode un sistema. La fiamma percorre i fusibili, attraversa i piani verticali della struttura e fulmina il circostante. Questa longeva lateralità è il luogo di una purificazione assoluta che solleva la mente e allevia dal dolore che l’incomprensione e la cecità dell’uomo comportano. Questo terreno boschivo e irraggiungibile che è l’arte non ha accessi diretti. La condizione aurea che avvinghia, accerchia, trasuda questo posto privilegiato è l’anticamera del pensiero puro; un fiotto di spirito che trafigge e sconfigge quella scoraggiante condizione di buio in cui vive per gran parte del suo tempo l’umano. Quando ho osservato la lattuga tra due pietre di Anselmo ho provato questo. La liberazione da un condizionamento inspiegabile. Questa è l’opera. E la manifestazione dell’epifania che è il luogo aureo, avviene nella catarsi che è in me. E come il fremito della natura prima di un’alba sulle montagne, ha eco nello spirito di un uomo e alberga anche solo su di una bocca e in una coppia di occhi. E allora cosa distingue il capolavoro di Giovanni Anselmo dalle roncole? Che cosa ne permette la divulgazione abnorme e comprovata?

La numerosità su cui questo gesto, la lattuga ed il blu oltremare, potrà esprimersi è l’ulteriore scintilla che infiamma la dimensione aurea di opera d’arte per i posteri e per l’umanità intera. Che cosa ha permesso che al Prado trovasse posto la Fusilacion di Goya? E che milioni di euro venissero spesi da tutte le famiglie del mondo per rimirare quel quadro? Che cosa ha impedito che lì ci fosse un’opera di Simone Pellegrini o di Franco Bemporad? Il gesto è quell’unità fondamentale che ci ha reso uomini, ed ogni gesto dovrebbe tendere alla perfezione che portiamo negli occhi  e nel cuore, a quella militanza privata e personale che ci contraddistingue come uomo e donna, come Luca e Maria, su questo pianeta. La numerosità, la base d’appoggio, la quantità di persone che potranno usufruire dell’utilità salvifica, positiva, di quell’operato, permetteranno di consacrarlo ancora e ancora in quel luogo aureo. Ma nulla di questa consacrazione depaupera la catasta di Myers nel racconto di Carver. E nulla, ancora, assicura che un’opera che gode della condizione aurea possa rimanervi per l’eternità. E’ l’uomo, il suo bisogno di pensiero, di conoscenza, che determina questa condizione. Che avvera l’epifania catartica e che mantiene acceso il fuoco di Anselmo.

Non vi è volontarietà in questo mantenimento. L’uomo assorbe il pensiero che permette quella catarsi privata e ripetuta nel mondo ogni giorno. E questo momento di liberazione, che appartiene a moltissimi (non tutti) uomini che osservano La Cena in Emmaus di Caravaggio, permetterà loro di esistere, diversi da prima, nel circostante. Di migliorarlo in virtù di questo fiotto pensante che li ha colti sulla via di Damasco. La condizione aurea è quel fuoco che depone il gesto nell’opera, la sua brace è l’uomo che la intende, la osserva con occhi vividi, la assorbe, e mediante questa cambia il mondo ancora.

So bene che paragonare un’opera di Lucian Freud al dipinto del pittore domenicale del Lago possa sembrare blasfemo e demagogico; ma nulla tra questi due è separato nell’atto creativo, se non la numerosità che ha considerato il primo equo rispetto al pensiero in modo maggiore rispetto al secondo. L’arte è un meta-linguaggio che si avvale di alcuni strumenti e di alcuni compromessi visibili. Limitare però la definizione di opera d’arte a quel precipuo campo d’esistenza colmato di pennelli e marmo, d’immagini su lambda e di cotone, è decisamente restrittivo. Un po’ come considerare la cultura una branchia elevata dell’uomo. L’uomo è un animale culturale, e la cultura è una sua prerogativa. Altrimenti saremmo felini o scimmie.

L’opera d’arte è tutto questo. E’ un gesto volto nel mondo, che corre due rischi paritetici: l’estinzione e la sopravvivenza. Nessuno dei due esclude l’altro, nessuno dei due è irreversibile.

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3 thoughts on “L’ Atto Creativo – Parte I e Parte II

  1. Pingback: Produzione e fruizione culturale. Un modello esemplare | POTATO PIE BAD BUSINESS

  2. penso sia uno degli scritti più belli che leggo da molto tempo a questa parte. complimenti sinceri. Non è facile parlar d’arte, quando l’arte intorno a noi sembra morta e gli unici artisti, sono appunto gli emarginati che hai descritto, capaci come direbbe De Andrè, di andare “in direzione ostinata e contraria”.

    • Ti ringrazio davvero molto per i complimenti che mi lusingano ovviamente. E’ davvero un pezzo al quale sono legato inttimamente e più lo rileggo più sento essere parte di una mia sorta di “cifra poetica!.
      Grazie!
      Fortunato.

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