Cosa diavolo sta succedendo in Romania?

Oggi, mentre leggete, 18milioni 308mila e 612 romeni sono chiamati a decidere le sorti del loro paese tramite un quesito referendario che recita: «Sunteţi de acord cu demiterea Preşedintelui României, domnul Traian Băsescu?», che, in un italiano pessimo, significa più o meno «sei d’accordo nel deporre l’attuale Presidente della Romania Traian Băsescu?». Vediamo come (e perché) si è giunti fino a questo punto (se conoscete già la storia, andate pure direttamente in fondo all’articolo per valutare le conclusioni).

7 febbraio 2012. Il Primo Ministro Romeno Emil Boc, leader del Pdl (il partito democratico-liberal-conservatore) si è dimesso. All’urlo «scusateci tanto, ma non riusciamo a produrre quanto voi rubate», studenti, pensionati, monarchici e varie frange estreme, avevano manifestato – nonostante i venti gradi sotto zero – per tre intere settimane contro il regime di austerity intrapreso dal Governo (eletto nel 2009) e, dopo la repressione iniziale – come avvenne già nel 1989 – la polizia iniziava a simpatizzare con i manifestanti; ai tempi, il fuggiasco Ceaușescu non fece una bella fine, questa volta le suddette dimissioni sono servite a placare (temporaneamente) le proteste.

8 febbraio 2012. Il Presidente della Romania (che è una Repubblica Semi-presidenziale) Tarian Băsescu fa la sua contromossa e nomina Primo Ministro Mihai Răvzan Ungureanu, esponente del Pdl – stesso partito di Boc – ex membro della Securitate ed ex delfino-del-Mar-Nero prodigio del Comitato Centrale dell’Unione Giovani Comunisti (organizzazione morta nel con la fine del Regime).
Ora, il concetto di  servizi segreti al Governo non piace a nessun uomo democratico medio che si rispetti, se poi questo viene sommato all’aggettivo “comunista” (termine che in Romania è associato a personaggi ben diversi dal buon Togliatti e dal povero Berlinguer) si comprende quando sia stato facile il gioco dei partiti di opposizione nel dichiarare aperto dissenso nei confronti del nuovo esecutivo. Sospinti dalle piazze, che in quelle tre settimana avevano auspicato un cambiamento di ben diversa natura rispetto al semplice cambio di Premier e quattro ministri (Finanze, Economia, Agricoltura e Comunicazioni) attuato dal Presidente, i leader di Psd e Pnl danno luogo a qualcosa di similissimo all’italiota secessione dell’Aventino: tramite i rispettivi segretari, Victor Ponta e Crin Antonescu, l’opposizione dichiara che voterà «contro ogni procedimento» promosso da Ungureanu (definito «un fantoccio» del sistema Băsescu) e, anzi, si rifiuteranno di partecipare ai lavori della Commissione e alle sedute del Parlamento.

Victor Ponta.

7 maggio 2010, la piccola svolta. Per la Costituzione romena, nei primi tre mesi dalla formazione di un nuovo Governo, questo non può essere sottoposto a sfiducia. Ma il giorno immediatamente successivo alla scadenza di questo termine, Victor Ponta, classe 1972, dimostra a Băsescu di aver riunito una nuova maggioranza parlamentare e il Presidente lo nomina Primo Ministro. Il Governo ottiene la fiducia del Parlamento con una maggioranza di 284 voti (conservatori, socialdemocratici e liberali) contro 92 (minoranza ungherese e partito dei liberal democratici). Praticamente due terzi del Parlamento.

Lo scontro. La tensione cresce gradualmente. All’inizio si tratta di critiche a Ponta per la scelta di un Ministro che era stato in precedenza condannato, poi si passa a questioni di tesi di Laurea rubate o copiate (compresa quella di Dottorato del Primo Ministro), ma l’apice giunge per un questione-pretesto puramente istituzionale: secondo Ponta, è lui a dover rappresentare la Romania all’incontro europeo del 28 giugno, non Băsescu. La questione arriva fino alla Corte Costituzionale, la quale dà ragione al Presidente, ma il Primo Ministro non ci sta e parte comunque per il Belgio affermando che non riconosce la decisione di una Corte che non è altro che un’emanazione di Băsescu stesso.

La grande svolta. Con il ritorno a Bucarest, l’atteggiamento di Ponta si irrigidisce notevolmente e sfocia nell’approvazione dei seguenti quattro provvedimenti nel giro di un paio di settimane (a partire dal 4 luglio 2012):
1) Il Gazzettino Ufficiale viene subordinato direttamente al Governo, in modo che i provvedimenti possano essere ivi pubblicati e diventare immediatamente esecutivi;
2) L’Avvocato del Popolo Gheorghe Iancu viene licenziato e sostituito da Dorneanu, considerato molto vicino a Ponta (si tratta di una sorta di Tribuno delle Plebe che può porre il veto su alcuni provvedimenti, oppure bloccarli e richiedere delle modifiche facendo ricorso alla Corte Costituzionale);
3) I Presidenti di Camera e Senato sono sostituiti;
4) La Corte Costituzionale viene sostanzialmente svuotata dei suoi poteri reali e assume la forma di un semplice organo consultivo.

Diffido sempre dai Parlamenti unanimi: più persone sono d’accordo su una cosa, più bisogna sospettarne.

Inutile sottolineare quanto queste mosse ricordino quelle che fece approvare Herr Adolf Hitler nel corso del famoso Suicidio Parlamentare della Repubblica di Weimar nel 1933 (e del resto il sistema semi-parlamentare in questione è similissimo a quello che vigeva nel Reich tra il 1919 e il 1933). Interessantissimo il discorso sul concetto di Colpo di Stato – o Colpo di Stato Istituzionale – che si potrebbe aprire (ma ve lo risparmio, su questo mi sfogherò al bar con gli amici).

Il Referendum. Il sistema Romeno prevede che per deporre il Presidente, dopo l’iter parlamentare (che con quella maggioranza è una pura formalità – per altro già sbrigata), si sottoponga il quesito ai cittadini tramite Referendum, il cui testo è quello che vi citavo in apertura. Se dovessero vincere i ““, verrebbero immediatamente indette Elezioni Presidenziali anticipate – verosimilmente a settembre – per eleggere un nuovo Presidente; laddove dovessero prevalere i “no” (oppure se non dovesse essere raggiunto i quorum), tutto resterebbe com’è attualmente.

Considerazioni. La Romania si trova, a mio avviso, in un momento difficilissimo. Il passaggio referendario è obbligato, ma di fatto la scelta non è in alcuno modo risolutiva del problema. Se i cittadini romeni decideranno di deporre il Presidente, è verosimile che a settembre, alle elezioni per il successore, vincerà il candidato espresso dalla USL (l’Unione attualmente al Governo che ha promosso il Referendum) e che, quindi, non ci saranno più ostacoli alla piena realizzazione del “Golpe Istituzionale” (concetto su cui, del resto, l’Ufficio Stampa di Băsescu sta giocando molto);  se invece Băsescu dovesse resistere, la situazione rimarrebbe quella attuale, con l’appuntamento per le nuove Elezioni Parlamentari per la prossima Primavera, il che potrebbe portare il Governo a cercare di allargare la propria base elettorale, magari modificando la Legge Elettorare in suo favore, cosa che con certi numeri non avranno problemi a fare – vedi la “Legge Truffa” di DeGasperi in vista delle Elezioni del 1953 o, se è più indicativa, quella di Mussolini per la tornata elettorale del 1924.

La differenza tra le Dittature cui abbiamo fatto riferimento e la situazione romena odierna risiede nel fatto che la maggioranza – che per comodità chiameremo “golpista” – non è costituita da un unico partito, ma è un accordo tra elementi diversi del Parlamento; per gli amanti della Democrazia, c’è quindi ancora la speranza che eventuali dissensi interni possano spaccare l’USL e ripristinare il conflitto democratico, ma per i più maliziosi, potrebbe prospettarsi un nuovo spettro in tutta Europa, ovvero la dittature della grandi coalizioni, cioè il post-totalitarismo, la degenerazione della Democrazia. Personalmente, dal punto di vista puramente teorico, ai bipolarismi perfetti ho sempre preferito le tendenze proporzionali (preferisco tante voci, piuttosto che solo due), ma quel che sembra è che, dove non si riesce a governare (come per esempio in Italia, oltre che in Romania), la tendenza sia quella di unire le forze politiche   semi-centriste su pochi punti chiave e raggiungere maggioranze bulgare per far fronte comune contro la minaccia dei mercati e quella dell’antipolitica. Staremo a vedere.

Giancarlo Mazzetti

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