Olimpiadi – Ciclismo: Corsa in linea maschile.

Mark Cavendish, il grande favorito di queste olimpiadi.

Tutti si ricordano di Paolo Bettini; e come dimenticarsi della sua volata con Paulinho nella quale in settanta metri o poco più prima superò e poi dissuase il corridore portoghese da qualsiasi tentativo di recupero, concedendosi così 100 metri a baciare la sua medaglietta e ad allargare le braccia al sole caldo di Atene. Ma quando si parla di ciclismo su strada in Italia per le Olimpiadi non si può non porgere un saluto sommesso e madido di tristezza a Fabio Casartelli, che un oro olimpico lo vinse, prima di morire sul ciglio della discesa dal Colle di Portet-d’Aspet, dove adesso attoniti potete ammirare la stele in suo onore.

La storia del ciclismo in linea alle Olimpiadi è relativamente recente. Sono state 19 le edizioni – contando quella di Atene del 1896, che tutt’oggi è avvolta nel mistero e che si è conslusa con la vittoria del baffuto Aristidis Konstantinidis nativo della capitale Ellenica. E solo dal 1996 con Pascal Richard la competizione ha come vincitore un ciclista professionista. E proprio queste caratteristiche, la scarsa storicità della corsa e la tipologia così anormale, la rendono un appuntamento di difficile approccio tecnico e di indubbio interesse.

La corsa di Londra non presenterà agli atleti particolari difficoltà tecniche. Nessuna salita di rilievo, né alcuna discesa che possa facilitare i corridori più intrepidi. Non ci saranno particolari momenti nei quali poter attuare strategie che destabilizzino il gruppo. E allora che corsa verrà fuori? Trovo che abbia poca importanza imbarcarsi in un’analisi delle cose che saranno, posto il fatto che sì, Mark Cavendish è l’indubbio favorito, sia per le gambe che il buon Dio gli ha attaccato al tronco, sia per aver vinto e anzi stravinto il pre-olimpico, sia per il manipolo di avversari; e sì, noi non siamo di certo i più accreditati ma Paolo Bettini ha messo in piedi una squadra che per affiatamento e per caratteristiche costituisce un misto di adeguatezza, inadeguatezza, velocità e spensierata volatilità all’italiana, con il nostro cavallo buono che velocista non è mai stato; ed infine ancora sì, l’appuntamento londinese sarà per lo più un piccolo ingorgo da ingresso mattutino e la esigua dimensione del gruppo (ridotta rispetto alle abituali condizioni di Mondiale o di tappa di un Giro) tenderà a rimanere compatta a lungo, costringendo gli inglesi in primis – padroni di casa e possessori del vero favorito – a scattare per primi dando una scossa al l’intero gruppo e ovviando ad una reazione. Quello che piuttosto sembra più interessante è affondare con la mente nelle 19 edizioni che sono state, cercando di capire perché non sempre a vincere è stato un velocista. La lunghezza media di questi appuntamenti è di 200 km (fatta esclusione per quella di Atene del 1896, per la quale qualche storico ha azzardato l’ipotesi che la lunghezza fosse di cento). A Londra si partirà dalla Constitution Hill – vicino Knightsbridge – per raggiungere il giro di boa a Box Hill, essendo passati per Weybridge e Gomshall. Il percorso subirà un restringimento proprio in prossimità della Box Hill, così da permettere l’ingerenza del meteo londinese: con la velata pioggia che alcuni meteo-man delle squadre aspettano qualcuno potrebbe volare stringendo troppo le due curve dove gli spalti si affilano per favorire – e sottilmente per sfavorire – il passaggio della corsa. In quello che sarà un piccolo nugolo di incarogniti, forse fiaccati dalle prime fughe inglesi, dovrà per forza uscire innanzitutto una risposta e successivamente potrà manifestarsi quello che per svariate edizioni è stato: la piccola impresa di un passista in forma, di uno scalatore-velocista o di un completo sulla cresta di un buon periodo. Le Olimpiadi ci hanno regalato la vittoria di Jan Ullrich, che nel 2000 a Sidney era già nel suo periodo di andi-rivieni dal sovrappeso, quella del 1980 ad opera del russo dilettante Sergei Nikolaevich Sukhoruchenkov, che, ironie a parte, velocista non era; nonché quella dell’ormai mitico Treno di Forlì, il grande Ercole Baldini, che vinse proprio grazie al suo modo fisicamente straripante di interpretare il ruolo del passista; ed in generale, escludendo l’imprendibile Grewal, il fantomatico e cattivissimo Olaf Ludwig ed il super-specialista da un giorno Hendrikus Kuiper, pochi altri velocisti hanno potuto esprimersi al meglio in questa gara così anomala.

L’oro Olimpionico di Bernt Johansson a Montreal nel 1976.

Emerge, piuttosto, che il vero denominatore comune delle grandi vittorie di Bernt Johansson, di Piefranco Vianelli, di quella che andrebbe definita epica Ercole Baldini con l’inno di Mameli cantato dagli emigranti in Australia, è sempre la capacità di andare oltre. Lanciando una fuga in un momento non atteso, attaccando per primi e portando il gruppo e tutte le nazioni – che difficilmente ad inizio Olimpiade riescono a trovare accordi politici antecedenti al via – sul punto di non sapere come reagire. Ecco che il passista la sua chance ce l’ha eccome. Ed ecco che la forma fisica del momento può influenzare in modo decisivo il risultato della gara. Il Treno di Forlì attaccò sull’ultima salita, il suo passo regolare e forsennato fece la differenza. In un’Olimpiade il ciclismo in linea maschile su strada non è il “solito” mondiale, dove vedrete Cipollini portato a duecento metri dal traguardo in un’orda di fisiconi a prodursi in uno sforzo tanto spaventoso quanto esaltante. Questi sono 200 banalissimi chilometri, corsi con squadre a ranghi ridotti dove chi attacca può andarsene e dove chi ne ha di più sul lungo può vincere.

Lo dice la storia; lo racconta Pierfranco Vianelli, che ricordo in maglia Molteni arancione, quando scattò a venti dall’arrivo staccando tutti.

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