Fabio Mauri a Palazzo Reale. Mostre gratis a Milano

Dettaglio dell’opera Il muro occidentale o del pianto, 1993

Dopo aver parlato di Addio Anni 70, vi avevo promesso che avrei parlato di un’altra significativa mostra, visibile gratuitamente al pian terreno di Palazzo Reale a Milano fino a settembre.
Credo che Fabio Mauri The End, se paragonata ad altre realizzate con lo stesso format e dalla medesima istituzione in anni passati, conterà più visitatori. Oltre allo zoccolo duro dei normali habitués di questa sede, i critici, i curatori, gli artisti e chi del settore si sente in qualche modo vicino a Mauri, comparirebbe – potendolo verificare – una piccola percentuale aggiuntiva di pubblico “nuovo”. Come mai? Io credo che questo sia dovuto a due fattori ben precisi. Il primo è sicuramente la gratuità dell’offerta. La fruizione artistica a costo zero è diventata quotidianità in alcuni paesi europei – vedi Gran Bretagna e Francia – mentre da noi è più rada. Spesso associamo al concetto di mostra grauita l’idea di scarsa qualità, e spesso è così. Questa mostra estiva ha però la fortuna di possedere una veste grafica allettante, ricorrente nella comunicazione contemporanea ma sicuramente efficace. Questo è il secondo motivo per cui credo che più, milanesi e non,  saranno attirati verso questa rassegna più che altrove, tenendo in considerazione che Fabio Mauri non è un VIP del mondo dell’arte. Ma parliamo un po’ di The End e di quello che la curatrice Francesca Alfano Miglietti (si fa chiamare FAM) ha selezionato, deciso, descritto, allestito. Perchè, dovete sapere, che non è facile riuscire a dare un quadro completo di un artista, intellettuale, drammaturgo, cinefilo come Fabio Mauri. Oggi vediamo i suoi lavori e la documentazione delle sue performance e delle sue installazioni-mostre, ma tenete presente che fu presidente di Messaggerie e Garzanti oltre ad occupare la cattedra di estetica della rappresentazione all’Accademia di Belle Arti de L’Aquila. Invidio sapere che Mauri ha partecipato ai discorsi e alle idee del Gruppo 63, forse una delle realtà letterarie italiane più interessanti del secolo, fondando la rivista Quindici, insieme a Sanguineti, Eco e Guglielmi.

«Nel suo complesso, la mostra di Fabio Mauri a Milano propone quello che da sempre è il tema centrale della poetica dell’artista: una riflessione sull’arte declinata con i toni, a lui più congeniali, della tensione ideologica, come allusione alla condizione drammatica dell’uomo nella dialettica tra struttura e materia, tra forma, immagine e storia». Così recita il testo introduttivo della mostra che già, non pare semplicissimo da decodificare.

Vera cera ebrea, 1971

Ciò che vedo nelle opere di Fabio Mauri una grande capacità di sintesi intellettuale e massimo rigore formale. Ammetto che alle volte è quasi troppo netto, pulito, ordinato. Lo si vede ad esempio nell’installazione Ebrea, una delle più note, riproposta analoga alla mostra tenutasi alla galleria La Salita di Roma nel 1971.
Oggi non assistiamo alla performance  – in cui una figura femminile abita realmente questo spazio – ma vediamo gli oggetti, le opere, che testimoniano momenti di vita (ebrea appunto) con saponette, rasoi, sedie, candele di uso quotidiano.
E’ un’opera che parla di storia, di design e di umanità, che sviluppa un’attaggiamento intimo e riflessivo verso il lavoro. In uno dei suoi testi l’artista scrive: «In Ebrea il razzismo ebraico sta per quello negro come per ogni atra specie o sottospecie di razzismo». La stessa condizione è data dal Il muro occidentale o del pianto, del 1993.  Imitando il muro del pianto di Gerusalemme che accoglie quotidianamente le preghiere dei fedeli, Fabio Mauri costruisce un muro di valigie, con forme colori e dimensioni diverse, ma perfettamente combinate. Questo oggetto che a tratti ritorna a vivere come opera  e riesce sempre ad essere più che evocativo: perchè possiamo portarci via un pezzetto di casa, perchè ci obbliga a scegliere cosa portare con noi, perchè prevede una partenza – vicino o lontano che sia – ma non necessariamente un ritorno.

I numeri malefici, 1978

In mostra si susseguono diverse sale con lavori che solo in parte riescono a trasmettere la complessità del pensiero che li ha generati e li sostiene, ancora oggi a distanza di anni. Mi riferisco in particolar modo I numeri malefici (1978). Questo lavoro riflette sull’origine dell’errore intellettuale per cercare di prevenirlo attraverso la teoria. Ecco che Mauri concepisce una formula matematica attraverso la quale calcolare parametri e varianti. Se non è comprensibile..è di sicuro molto affascinante.
Senza raccontarvi troppo altro di The End, vi lascio con l’immagine dell’ultimo lavoro che mi ha indicato l’uscita, la fine e una sensazione di grande accomplishment – lo dico in inglese perchè in italiano userei una parafrasi e mi piace poterlo dire con una sola parola.

Pasolini trafitto dal suo stesso cinema

Intellettuale, nasce come performance nel 1975 presso la Galleria Comunale di Bologna. Fabio Mauri ottenne il conosenso di Pasolini stesso, a prestarsi non solo come artista e autore de Il vangelo secondo Matteo, ma come unico partecipante alla performance. Il film è proiettato sulla sua camicia, le immagini attraversano e penetrano il corpo di chi le ha create. Il suo corpo incarna l’opera, è crocifisso della sua propria crocefissione, vittima di un’opera che lui stesso ha creato. Una radiografia esperienziale dello spirito attraverso il prodotto del nostro stesso intelletto: quest’opera non solo è concettualmente e formalmente impeccabile ma esprime una dimensione carnale, passionale e identitario.

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