Il ritorno del Cavaliere Oscuro.

Dopo la strigliata di Napolitano settimana scorsa ai partiti, richiamati tutti a rispettare gli accordi presi a novembre durante le consultazioni che hanno formato l’attuale maggioranza, pensavo – con grande gioia – che oggi avrei parlato di legge elettorale. In effetti lo farò, ma l’angolatura da cui bisogna osservare, oggi, la questione fa passare la questione centrale in (quasi) secondo piano perché, come tutti sapete, Berlusconi è tornato.

Qualche settimana fa, cercando di analizzare la situazione politica, avevamo detto che Berlusconi, per noi, rappresentava una grande incognita, ma anche che ci aspettavamo a breve qualcosa da lui, perché le sue inevitabili scelte avrebbero innescato una reazione a catena capace di fondare un nuovo equilibrio tra le forze politiche in gioco. Il problema è che il Cavaliere, manco a dirlo, non ha agito entro gli schemi che ci aspettavamo, perché, nonostante abbia dichiarato la sua decisione di ri-scendere in campo, non ha attuato quella scelta di campo tra l’intransigenza dei falchi Pdl e l’avvicinamento al centro delle colombe che si prospettava.

Povero Alfano…

Berlusconi mischia le carte, e rimanda la scelta di campo; invece di scegliere il lato da seguire, si ripropone egli stesso come polo attrattivo, non è più colui che deve scegliere sceglie, ma, piuttosto, quello che sono gli altri a dover scegliere. Casini aveva fallito in questa operazione, la stessa sorte sembra essere ormai decisa anche per Montezemolo. Su Alfano nessuno aveva puntato un nichelino.

Nonostante i sondaggi segnalino il pessimo momento, il Pdl resta la forza numero a destra, quindi, a prima vista, è comprensibile che Berlusconi provi l’ultima (disperata) carta del ritorno per salvare il salvabile e, magari, riuscire nell’intento di figurare come lo zuccherino da prendere dopo l’amara medicina-Monti. Dal punto di vista personale (l’unico che, a quanto pare, sia mai interessato al nostro), le ultime cartucce del Partito dell’Amore sembrerebbero ben spese. Ma quali sono le conseguenze che comporta questo atteggiamento dell’ex Premier?

Con Berlusconi in prima linea (e un paio di sondaggi truccati), il Pdl punta dritto a superare il 20% dei suffragi e ad attestarsi come secondo partito, e considerando che, ad oggi, il PD è dato intorno al 25%, non sarebbe una posizione malvagia per gli azzurri. Il problema è che i tentativi di avvicinamento degli ex amici Casini e Fini sembrano non funzionare, e anche le reazioni della Lega di Maroni non fanno pensare ad un avvicinamento. Certo, se il Cavaliere dovesse riuscire a fare il miracolo e far crescere il Pdl (o come diavolo si chiamerà) fino ad intaccare il primato del Partito Democratico, allora la sua “amicizia” sarebbe più appetibile per tutti, ma, personalmente, non credo proprio che accadrà.

Quello che temo avverrà, purtroppo, è la presenza di un Pdl isolato, abbastanza grande da bloccare i tentativi di aggregazione a destra, ma non abbastanza forte da rappresentare da solo la destra (magari con qualche alleanza dell’ultim’ora). Se dovesse verificarsi questa situazione, però, essa comporterebbe l’impossibilità di creare un sistema bipolare – se i due poli non sussistono, il bipolarismo non ha senso – e farebbe quindi propendere per un sistema proporzionale, magari alla spagnola (come ultimamente piace tanto a Silvio), in cui il premio di maggioranza è assegnato ai primi due partiti (e non alla coalizione vincente, come avviene oggi).

Non sarò mai abbastanza malizioso da comprendere a fondo i progetti politici a lungo termine di Berlusconi, ma questa volta l’ho pizzicato (anche se spero davvero di sbagliarmi). L’obiettivo numero uno di questa operazione, a mio modo di vedere, è proprio la legge elettorale di cui, dopo l’intervento di Napolitano, si deve iniziare a parlare seriamente. Ecco il meccanismo perverso che potrebbe sussistere (o magari il perverso sono io che penso a certe cose, per carità).

Un uomo del popolo che vuole dare la voce al popolo?

Berlusconi vuole l’elezione diretta del Capo dello Stato (sappiamo tutti da quando ha comprato Van Basten che vuole fare il Presidente della Repubblica) e potrebbe minacciare di non fare passi indietro – non permettendo quindi un’unione di tutti (gli altri) moderati – senza che all’interno del nuovo provvedimento venga inserita la clausola presidenziale. Come a dire: attenzione, perché se non mi date l’elezione diretta del Capo dello Stato, io vado avanti per la mia strada e il bipolarismo che tutti auspicate non si fa.

Se questa ultima ipotesi si dovesse verificare, Casini insisterebbe per permettere le aggregazioni post-elettorali tra partiti, il che, dopo le elezioni, porterebbe portare il PD, come la DC negli anni ’80, a dover fare il conto dei voti e, magari, a concedere la Presidenza del Consiglio al Pier (come ai tempi si fece con Craxi) in cambio di concedere responsabilmente all’Italia l’unico Governo possibile senza Berlusconi (ai tempi lo si fece  per evitare un governo con dentro i comunisti). Magari con Monti Presidente della Repubblica, oppure, al contrario, con un Monti-bis e Casini al Quirinale. Inutile dire che l’ex Presidente della Camera più sexy della storia ci sguazzerebbe e che dal punto di vista istituzionale, sarebbe un passo indietro di trent’anni.

Non credo che davvero si arriverà a tanto, ma creando le alleanze prima del voto (cosa che potrebbe essere scelta come una via mezzo), si dovrà considerare di combattere con un Berlusconi agguerrito e imprevedibile, quindi sarà inevitabile una Grande Alleanza da Casini a Vendola (mentre, scegliendo di aggregarsi dopo, esiste la possibilità che il progetto di Berlusconi, semplicemente, fallisca).

La lotta sarà durissima, perché la concessione del Presidenzialismo non è cosa da poco (soprattutto se sotto ricatto), ma i possibili scenari alternativi non sono molto rassicuranti. Ci aspetta una collezione estate-autunno di fuoco.

Giancarlo Mazzetti.

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