Acqua e Cultura Visuale a Plymouth – II giorno

Glacial Erratic Series, 2000-2003 by Deborah Bright

La seconda giornata della Water:Image Conference è stata interamente dedicata ai practitioners, ovvero a tutte quelle persone che si occupano di fotografia in vari modi – professori, artisti, studenti, ricercatori – ma che hanno in comune l’utilizzo della macchina fotografica e quindi la produzione individuale di immagini.
Ed è proprio in questa giornata che ho potuto osservare, in poche occasioni ammirare, e studiare, il comportamento dei nerd accademici. Dentro di me ho sempre pensato che esistessero quelli che per via del troppo studio sono un po’ gobbi, i loro capelli sono un po’ unti e la loro puzza cattivamente umana.

Discorsi che vertono solo ed esclusivamente sull’ambito di studio, sulla passione che hanno in comune, sugli ambienti che conoscono a menadito e verso i quali godono poter fare dei riferimenti più che ovvi, tra loro. Ovviamente ci sono anche molti elementi con una dignità propria un gradino più su, molto più simpatici e chiaramente di generazioni più prossime alla mia. Compagnia a parte, quello che conta è la qualità di ciò che vai a sentire e riconosco che in soli due giorni ho assistito a un paio di interventi interessanti (direi tre dei 10 che sono riuscita a seguire) e una lectio magistralis di Deborah Bright davvero considerevole.
Vediamo di addentrarci in questa seconda giornata senza rendere le cose ulteriormente boriose.

Richard Danyer, la cui prima slide della presentazione citava “photographer and ice cream maker”, è un ometto tracagnotto, con una barbetta bianca da uomo del nord, insegnante a Norfolk e amante del territorio circostante di Norfolk e Norfolk Broads. Questi ultimi sono un enorme circuito di canali navigabili che costituiscono una delle mete d’eccellenza del turismo britannico oltre che patrimonio nazionale.

Queste “wetlands”, letteralmente territori bagnati, si presentano al giorno d’oggi come paesaggi estremamente antropizzati e regalono quadretti kitsch di quotidianità inglese. Da sempre interessato alla greografia di questi luoghi e agli aspetti antropologici del rapporto dell’uomo con le watery landscape, Danyer ha realizzato un esteso progetto fotografico, dal titolo Neither Land Nor Water.
Il suo interesse per il paesaggio va di pari passo con l’ironia nella vita di molte delle persone che vivono lungo questi canali, il loro senso estetico, la recirca di un bello e di un necessario spesso davvero incomprensibili.
Recarsi in Olanda è stato per questo autore un viaggio culturalmente e artisticamente molto formativo perchè si è reso conto di quanto, molto più degli inglesi, gli olandesi amino l’ordine, la precisione, il rigore, i fiori, i canali e le panchine. Si potrebbe mappare il territorio olandese solo attraverso le sedute doppie o singole appostate lungo i corsi d’acqua nazionale. Anche se il risultato formale è per forza qualcosa di già visto, studiato e archiviato, sono comunque visioni interessanti per noi mediterranei, abituati alla luce, ai colori e ad un certo disordine generale.

David Stephenson è un matto. Ho fatto una fatica viola a seguirlo per via del suo accento a cavallo tra l’australiano, l’americano e il texano – e il signore viene dalla Tasmania! – e ancora oggi non so se sono riuscita pienamente a cogliere il senso del suo lavoro.
Resta che quest’individuo – che in qualità di artista ha conseguito un PhD in Fine Art nel 2001 – insieme all’artista Martin Walch, ha recentemente realizzato The Derwent Project, che sfrutta un metodo completamente nuovo per raccontare la storio e il paesaggio naturale del Derwen River in Tasmania. Questo metodo completamente nuovo consiste in video immersivi, basati su time-based digital imaging che evcativamente rivelano gradi di informazione segreti dell’ambiente cui si riferiscono, creando una rappresentazione a 360 gradi del fiume. Dato che credo nessuno di voi abbia capito, eccovi un esempio (portate pazienza prima o poi qualcosa succede).

«The aim of the Derwent project is to produce a new aesthetic of experiencing a multilayered landscape over time, conveying its rich layering of information with clarity and impact. This is being achieved through the development of a highly portable means of image and sound capture that creates a powerful immersive representation of an intimate experience of remote environments; a means of layering additional environmental and historical information within these immersive representations; and a display approach that can cost-effectively present these immersive experiences in a range of different exhibition space».

Fergus Heron è un giovane fotografo britannico, diplomatosi presso la University for the Creative Arts di Farnham e oggi Senior Lecturer presso l’Università di Brigthon. La sua ricaerca guarda principalmente al paesaggio con l’occhio del pittore, di colui che struttura la scena nei minimi dettagli, che si reca più e più volte nello stesso luogo per ritrarre la stessa scena ma con una luce diversa. Una musica nota a molti di voi come a me e che oltre a non avermi “catturato” emotivamente né criticamente, ho trovato devestante anche per un altro motivo, che tra poco vi spiegherò. Fergus è davvero molto stimato in UK, conosciuto nell’ambiente accademico e impegnato in una carriera artistica che si sta rivelando brillante. Gli inglesi hanno il grande vantaggio non solo di parlare la lingua del mondo, ma anche di essere estremamente bravi nel promuovere e nello spingere il loro prodotto, ciò che gli piace, che credono abbia significato e a fargli acquisire valore anche solo a livello nazionale. Questo ammontare di volare resta in ogni modo più alto di qualsiasi equivalente italiano di moderna produzione fotografica italiana contemporanea. Le immagini presentateci da FH nel corso della giornata di hanno lasciata basita.

Trenta immagini scattate presso un laghetto che assomiglia più a una pozza per la sua grandezza, intente a riprendere vari stadi della vegetazione e del suo evolversi. Sono la prima a dichiarare quanto sia magico il mistero che avvolge Madre Natura e tutto ciò che vi si ritrova, ma mi aspetto che tu mi dia una lettura critica, soggettiva, attuale, in controtendenza, politica rispetto a questa. La pura contemplazione del fiorire e dello sfiorire di arbusti e fiori, lo smuoversi della terra, gli odori e i profumi sono elementi che ampiamente e meglio sono stati sezionati e riproposti in opere d’arte da molti e moltissimi.
Come leghi il tuo lavoro alla contemporaneità? Cosa intendi comunicare con queste immagini se non vi è nulla che sottostà alla loro genesi? Come autore, artista che scolpisce un messaggio attraverso il mezzo fotografico, cosa chiedi alla tua opera? Questo Fergus non ce l’ha detto, e quando gli è stato chiesto il significato del suo lavoro la sua risposta è stata banale: «Credo che questo posto sia avvolto di mistero, di un’atmosfera speciale che lo rende molto più che un semplice luogo naturale»….e allora?!
Peccato perchè, come avrete capito, si tratta di un fotografo davvero impeccabile dal punto di vista tecnico ed estremamente consapevole (almeno così ci è parso).Per di più, i suoi lavori precedenti li trovavo molto più convincenti.
Mi impegno per riprendere più avanti, nel corso dei successivi appuntamenti del giovedì alcuni spunti interessanti, pratici e teorici, che sono emersi nel corso di questo soggiorno a Plymouth. Grazie a tutti gli stoci che si sono letti tutti e tre gli articoli in merito!

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