Storia (e futuro?) delle Province italiane.

Urbano Rattazzi e la sua barba a “manico di secchiello rovesciato in testa”.

Nel novembre del 1852, immediatamente dopo le dimissioni di Massimo D’Azeglio, Camillo Benso Conte di Cavour – già ministro dell’Agricoltura e del Commercio – venne incaricato dal Re di formare il nuovo Governo. Con la famosa operazione del connubio, Cavour riuscì a creare una coalizione governo che riuniva l’ala moderata con quello che oggi chiameremmo Centrosinistra, il cui massimo esponente era Urbano Rattazzi (da non confondersi con Piero Rattazzo). Il principio della grande-coalizione, visto diverse altre volte nella nostra Storia, in cui governano tutti tranne gli estremi.

Fu proprio Rattazzi, ben sette anni dopo, a importare il concetto di provincia nel Piemonte Sabaudo, prendendolo in prestito dalla Francia di Napoleone III. L’armistizio con gli austriaci era già stato firmato a Villafranca a luglio, ma la Pace di Zurigo arriverà più tardi (l’11 novembre); nonostante questo, con il Decreto Rattazzi , datato 23 ottobre 1859, il Regno Sabaudo (compresa la Lombardia, zona formalmente ancora austriaca) viene suddiviso in sedici province. Ciascuna provincia era retta da un Prefetto ed accompagnato da un Vice-Governatore (sul modello francese), ai quali venivano delegate a livello locale – quasi a carta bianca – le mansioni del Ministero degli Interni, cioè sostanzialmente soltanto la gestione dell’ordine pubblico (in Francia il potere dei départements era molto più ampio).

Le battaglie di San Martino e Solferino avevano già decretato la vittoria sardo-francese nel giugno del 1859.

Come vediamo, dunque, la Provincia italiana nasce (come fu già per quelle Romane), in un momento in cui è fondamentale che il potere centrale non perda il controllo del territorio. Se consideriamo, poi, quanto la legiferazione dell’Italia unita sia avvenuta – per lo meno nelle prime fasi –  principalmente per estensione delle leggi Sabaude, è logicamente comprensibile come, a partire dal 1861, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, la Legge Rattazzi abbia potuto facilmente essere estesa al resto del Regno, diventando definitivamente valida per tutto il territorio (allora) italiano con la Legge di unificazione amministrativa, varata dal secondo governo Ricasoli nel 1865. In quell’anno si contavano cinquantanove province.

Data la genesi dell’ente provinciale, i governi del Regno continuarono ad appoggiarvisi, ma con il tempo le esigenze degli italici cambiarono e, nell’alternanza tra Destra storica, Sinistra ed età Giolittiana, gli interventi in questo campo furono principalmente di natura contenutistica ed costitutiva: da un lato, la provincia attraeva a sé sempre maggiori poteri di natura squisitamente amministrativa (perdendo l’accezione di mero controllo militare che aveva inizialmente), dall’altro si cercò di costruire una struttura maggiormente democratica, che prevedesse, ad esempio, l’elezione dal basso dei membri della Provincia (inizialmente di nomina regia), ma anche una strutturazione degli organi provinciali di stampo parlamentaristico (Consiglio, Deputazione, Presidente, durata delle cariche elettive etc).

La provincia in Italia, intesa dal punto di vista pragmatico-politico, sembra non essere altro che la riproduzione in piccolo del sistema dirigenziale nazionale, una riproduzione funzionale alla tipologia di controllo e alla necessità di capillarità di un sistema centrale – grande differenza, per esempio, con la Germania, la quale, già dal Medioevo, si configura come un’accozzaglia di province di derivazione feudale unite da intenti comuni  (in questo caso la provincia è un elemento costitutivo dello Stato, non una sua frammentazione a posteriori).

Benito Mussolini in alta uniforme.

Con il fascismo, la corrispondenza strutturale a specchio di Stato e Provincia si palesa in modo evidente: le Province tornano infatti ad essere “proprietà” del Governo centrale (non più uno strumento dei cittadini), un Governo che, essendosi imposto con la forza, ha ancora bisogno di sorvegliare il suo territorio (proprio come avveniva in quella Lombardia strappata agli austriaci a soli dieci anni dai mai spenti fuochi dei moti del ’48). Mussolini abolisce le elezioni amministrative e restituisce al Re la prerogativa di eleggere il Preside del Rettorato (organo che va a sostituire il Consiglio).

Nel dopoguerra, la nuova Costituzione inverte nuovamente il senso di marcia (dal punto di vista elettivo e organizzativo) ma, contemporaneamente, decide per la regionalizzazione della Repubblica. Le Regioni, entrate ufficialmente nella Storia Istituzionale della Repubblica Italiana solo nel 1970, attraggono su di loro la pioggia dei trasferimenti di poteri amministrativi emanati dall’alto dello Stato centrale (assistenza sanitaria e scolastica, polizie locali, trasporti, turismo, gestione dell’agricoltura, della caccia, della pesca etc), impedendo che essi pervengano alla Province, istituzionalmente “sotto l’ombrello” della Ragione.

Separate dallo Stato dall’esistenza delle Regioni, le Province sono già di fatto separate anche dal territorio e dai cittadini dal Comune, atomo solidissimo ed essenziale della vita politica italica sin dai tempi di Federico Barbarossa. In questa terra di mezzo, la Provincia non ha potuto far altro che implodere in sé stessa e, oggi (come tutti sapete), è considerata dai più alla stregua di un organo «inutile» da sopprimere.

Ma è davvero giusto abolirla? O ha ancora qualche funzione? In un momento così difficile dal punto di vista economico, è molto facile considerare la Provincia uno spreco fine a se stesso: ad un primo sguardo, del resto, siamo più o meno tutti convinti del fatto che le Regioni e i Comuni sapranno farsi carico delle faccende di cui si sono occupate fino ad oggi gli enti provinciali. Ma il problema che credo ci si debba porre di fronte alla semplicità con cui si affronta questa soppressione, non è di natura realizzativa, bensì rappresentativa. Seguite il brevissimo ragionamento.

Se la Provincia, oggi, non è più strumento di controllo, ma espressione e rappresentanza di un territorio, chi provvederà, in assenza della Provincia, a farsi carico dei problemi di quella fetta di territorio indipendentemente dagli interessi dei singoli Comuni ( e quindi maggiori a discapito dei più piccoli) in materia, per esempio, di urbanistica, di valorizzazione di conservazione del territorio? Non certo la Regione, perché è troppo vasta, e perché certi luoghi, probabilmente, non sa nemmeno che esistono (e , comunque, non può essere fisicamente vicina nello stesso tempo alle problematiche di Alpi, Prealpi, Pianura Padana, Laghi, Fiumi, allevatori, pastori e avvocati – tanto per restare in Lombardia).

Spesso la propaganda assolutizza e semplifica concetti (anche interessanti) in un modo che non mi piace.

Credo che ci sia troppa leggerezza nel trattare il tema, probabilmente perché, ormai, quando una cosa la dicono anche Grillo e Il Fatto Quotidiano, per molti, diventa oro colato. Anche io sono convinto che gran parte delle Province debbano essere riviste, ridimensionate, abolite (anche perché se no la piena regionalizzazione voluta dall’Assemblea Costituente non potrà mai avvenire pienamente), ma non credo che esse  possano essere a cuor leggero relegate semplicemente nella sfera dell’inutilità e, poi, abolite come concetto. Penso, invece, che potrebbero essere trasformate. Da centri di potere eletti, con edifici reali e strutture permanenti, quali sono, potrebbero convertirsi in semplici assemblee a cadenza regolare in cui i Sindaci di determinate aree si incontrino e, secondo il principio di una testa, un voto, possano stabilire linee guida condivise su certi temi (con valore legale, in conformità delle quali, poi, si muoveranno i singoli Comuni); una sorta di “politica estera” della giunta comunale. In tal modo si risparmieranno comunque i soldi “sprecati” per le strutture e gli apparati in questione, senza però rinunciare a parte della rappresentanza territoriale che queste ci permettono di avere (che poi è la chiave di un Repubblica Parlamentare).

In un certo senso questo processo si sta verificando nel caso delle Città Metropolitane (per esempio quella di Milano, di cui terremo d’occhio la costituzione passo dopo passo), ma credo che il concetto valga in generale, quindi anche per molte altre aree, non necessariamente con quel tasso di urbanizzazione.

Giancarlo Mazzetti

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2 thoughts on “Storia (e futuro?) delle Province italiane.

  1. per me la cosa più giusta sarebbe di abolire le regioni, non le province, le provnce sono la storia, lmentre le regioni una “cosa” che non ha storia, eventualmente abolire le ultime province uscite fuori in questi ultimi 30 anni che sinceramente non le capisco. e poi spiegtemi, cosa volete che sappia milano a quelo che può avere bisogno la punta più estrema della lombardia (provincia di mantova) a pochissimi chilometri da ferrara….
    solo cazzate

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