Weekend con il morto – Elio Romano

Elio Romano. Un pittore.

Elio Romano era un pittore. Nella banalità di questa affermazione sta molto della sua vita – e della tipologia di persona che era. Accade nell’estistenza di chi dipinge, chi scrive, chi canta, che arriva un istante che cambia le cose. È di fatto una barriera di rumore bianco sottile e chiarissimo, che ci impedisce di fare quello che si è fatto fino a quel momento. La penna, lo strumento, si incarta e si assottiglia, e ci svuota da quella spensierata libertà di movimento che si è sempre avuta. È un gradino abbastanza normale e verificato, una di quelle prove che chi detiene la vocazione di essere un artista deve saper superare. Perché arriva un momento dal quale ci si stacca dai primi tentativi ingenui e passionali, furibondi, che hanno fagocitato e divampato gli anni selvaggi della giovinezza.

Il periodo nel quale si tenta di scrivere il libro più lungo del mondo sul fatto più insignificante, quello più breve con gli accadimenti più disparati, la storia della propria saga familiare e un complicato romanzo sull’intelligenza artificiale. La tremenda e superba impunità e il candore che attraversa quelle parole non solo le giustifica per sempre ma anche le eleva, come un tentativo troppo goffo e troppo libero, una vera impresa. Dopo quei giorni si rallenta, perché, questa volta, la mente cerca di sopportare il peso del pensiero, deve spostare faticosamente il sedimento degli studi e della coscienza; e deve resistere a tutte le tensioni sociali, intime, tecniche che di continuo la nostra parte conscia depone sul fare. E allora per molti arriva l’impossibilità di muoversi, di reagire a quella masa cementificata, che come i fili di un caco lega tutta la mobilità del pensiero; molti altri per rompere e deflagrare quel blocco salgono, esplodono, puntano l’empireo: sono i peggiori, perchè nulla di quello che faranno avrà un senso. Altri ancora ce la fanno, e saranno le persone che cambieranno la nostra esistenza. E poi, alla fine, ma con una modesta dignità che non è semplice accettare, ci sono quelli che continuano e che resistono ai blocchi legamentosi. Che nonostante tutte le obiezioni del pensiero, gli ostacoli della contemporaneità, gli avanzamenti di coloro che filtrano il loro sentire e producono un valore reale, continuano e proseguono in quello che hanno sempre fatto. Sin da bambini quando impastavano il colore sui mattoni e sulle pietre calde del cortile; e che, senza nostalgia ma con amorevole dedizione e convinzione, dipingono (o scrivono, cantano, disegnano) tutto quello che hanno sempre immaginato e riprodotto.

Il pittore trapanese da sempre vissuto a Catania ha fatto parte di questa schiera che chiama una certa compassione benevola e una diffusa simpatia. Questo non vuol dire che non avesse delle tensioni interiori, che non bramasse di diventare il più bravo o che non sperasse di essere il più conosciuto. Questa condizione di ritorno (o di immobilismo) psichico all’ingenuità, una sorta di posizione reazionaria e volonterosa, non esclude tutte le dinamiche tipiche di un artista; semplicemente, senza molto stupirsi, si vive come bambini che fanno convinti di essere supereroi in un mondo di normali. Elio Romano, come altri, era un mediocre o buon pittore, con una tecnica consolidata e una sensibilità costruita e limata su tematiche classiche, riprodotte e declinate secondo tecniche post-impressioniste, dal sapore mediterraneo. Niente fiumi o cattedrali. Ma ritratti o nature morte, paesaggi siciliani, maschere e oggetti tradizionali della sua contemporaneità. Era del 1909, divenuto uomo e pittore formato negli anni 30, quando il cubismo e il futurismo avevano lasciato un’impronta che per sempre avrebbe cambiato la vita e la storia dell’immagine, quando Pollock iniziava con il suo action painting e Casorati dipingeva le sue uova, attivando e innervando il realismo metafisico, Pirandello e Svevo avevano già aperto la via alla frammentazione psichica dell’umano, e Freud e Jung erano medici di fama mondiale, la guerra mondiale cambiava e stravolgeva il pensiero e la vita di tutti, come Ungaretti quella della poesia, Elio Romano continuava a dipingere paesaggi siciliani. Era un ingenuo e libero artista fuori dal tempo; persino fuori tempo massimo. Come Il Gattopardo, in ritardo di circa quattro decenni, anche il pittore di Trapani lo era, di circa sei. E poco ha contato nella sua vita; come poco deve contare nella vita di chi il blocco iniziale non lo percepisce, o lo supera decidendo di rimanere quello che si è all’inizio, quando la consapevolezza non esiste e a guidare è solo l’aspirazione e il sogno. Morandi ha cambiato il mondo dipingendo una bottiglia che Romano ha dipinto prima e più a lungo di lui. Ma questo è arte.

Uno dei ritratti più famosi di Elio Romano.

Quasi sapendo tutto questo all’apertura di un qualsiasi contenuto sul pittore siciliano la frase che si trova, come epitaffio, è: Io aspiro solo ad essere considerato l’artigiano di una tecnica antica, riproposta con rinnovata sensibilità. Un artigiano, non artista.

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