Il Cielo Su Torino (e quello sotto Milano)

Quando nel 2009 a Milano venne annunciata la prima edizione del Maximal Festival, un Festival di musica elettronica, molti gridarono evviva. Finalmente il meglio della musica campionata di fama internazionale si sarebbe esibito sotto i capannoni degli East End Studios – per l’occasione rimodellati dal team di designer fiammingo Takayama Katachi – e a Milano si sarebbe svolta una delle più grandi rassegne di questo genere musicale a livello europeo. In effetti per Milano fu una grande novità: per l’occasione gli organizzatori aprirono addirittura un’apposita pagina di Myspace, l’unico social ad essere fallito prima di diventare ‘network’ (l’acquisizione di Myspace nel 2005 da parte di Rupert Murdock fu addirittura considerata la peggiore operazione finanziaria del tycoon australiano). Il prezzo del biglietto era enormemente spropositato, ma dato che il festival si svolgeva a Milano, portabandiera della cultura modaiola di questa nazione, inclusa nel prezzo c’era la t-shirt dell’evento.

La settimana scorsa a Torino si è svolto un festival simile – nella norma per la tradizione musicale della città – che non è stato salutato con ‘evviva’: il Kappa Futurfestival si è svolto il sabato e la domenica di un weekend torinese, da mezzogiorno a mezzanotte. Sul ‘palco’ – meglio chiamarla ‘consolle’ – della manifestazione si sono alternati diversi dj tra cui Fatboy Slim, Deadmau5 e Carl Cox – una brutta copia dello scrittore-hooligan Cas Pennant. In due giornate di musica si sono incontrate circa 18.000 persone sotto le tettoie dei capannoni industriali dismessi del Parco Dora (che ha poco del parco e poco della Dora) che non erano stati rivitalizzati da alcun team di designer dell’epoca moderna, ma che nella consueta gestione urbana dell’area sono occupati da tre o quattro campetti da pallacanestro undergrownd.

Il Kappa Futurfestival ha avuto il suo successo ed è riuscito ad appassionare anche il sottoscritto, che per i dj e la musica da mixer ha un’allergia cronica fotonica. Quello che ha appassionato il sottoscritto, in effetti, oltre alla travolgente performance di Fatboy Slim in maglietta della nazionale italiana, è stata la sincera partecipazione del pubblico e la totale mancanza di quel sottofondo ‘glamour’ e in un certo senso arrivista che un milanese si aspetta da molte manifestazioni che hanno luogo nel capoluogo meneghino – come ad esempio il concerto Èvento dello scorso maggio per sostenere la candidatura alle elezioni amministrative dell’attuale giunta comunale pisapiesca.

Nel contesto della musica underground italiana Torino ricopre sicuramente un ruolo leader a livello internazionale, anche se la sede di tutte le etichette, dalle major alle cosiddette indipendenti, si trova nel capoluogo lombardo, dove di fatto tutte le band che sottoscrivono un contratto giungono – oltre che per mettere la firma al legame commerciale che le renderà schiave della politica di mercato – per darsi una bella lavata di originalità e conformarsi agli standard, per poi essere passate in radio da emittenti che ne faranno la fortuna – poco importa se fisicamente si trovino in via Massena, in via della Moscova o su ‘Broadway’.

Qualche settimana fa, verso la metà di maggio, mi trovavo a Torino per il Salone Internazionale del Libro, una manifestazione tanto decantata quanto inutile al settore specifico. Un pomeriggio, alla conclusione di una giornata in fiera assieme ad alcuni amici ci siamo trovati in un locale nel quartiere di San Salvario per un aperitivo, pratica tipicamente milanese, e con nostra sorpresa dopo esserci serviti al buffet per il consueto bevi-poi-mangia-quanto-vuoi il cameriere ci consegna una porzione a testa di Parmigiana. Su nostra richiesta ci spiega che l’happy hour da loro funziona che il buffet è lo spuntino e l’aperitivo consiste in una portata. La meraviglia per me fu enorme: io che credevo di essere esponente di spicco della cultura del ‘prendiamo un aperitivo’ e che questa pratica possa essere considerata retaggio della tradizione gastronomica meneghina – nello stesso istante mi sono rivisto mesi prima al Bar Magenta di Milano con un barista che mi faceva il piatto dell’aperitivo intimandomi di non cercare di riutilizzare lo stesso scontrino per una seconda tornata. Un amico importante di una redazione importante di un bimestrale importante mi fece notare in seguito – dopo essere stato a Torino per un reportage che descrive molto bene la realtà culturale e il cambio di passo urbanistico raggiunto dalla città piemontese negli ultimi anni – che se c’è una cosa sicura è che a Torino, nella media, si mangia sempre bene, ed è vero.

L’esempio del Kappa Futurfestival e del Maximal mi hanno convinto, dopo diverse altre considerazione alle quali ero giunto in passato, che la diversità tra le città italiane e Milano è incolmabile. Qui in ‘piazza del Duomo’ ci siamo abituati ad essere circondati da adulanti foresteri provenienti da svariate realtà provinciali di ogni parte della nazione che hanno gonfiato a dismisura l’autostima che noi milanesi stessi abbiamo del nostro paesotto-metropoli, un agglomerato urbanistico che non riesce a diventare metropoli internazionale e che non ha del caratteristico come punto di riferimento culturale nazionale. Nel mondo della moda, per fare un esempio della serie ‘mi piace vincere facile’, questa dinamica sociale ha oramai raggiunto la perfezione aurea. In ambito musicale, l’assenza totale di un’identità caratteristica cittadina è quantomeno imbarazzante quando Gigi D’alessio e Antonello Venditti riempiono il Filaforum. Nel mondo dell’arte, poi, la questione diventa annosa e fastidiosa, con una serie di eventi, vernissage, mostre, rassegne, aste, collezioni private che ha del grottesco per quanto sia poco sincera e costruita sull’apparenza e la convenienza.

Ci sono certi locali a Milano che trasportati in altri posti – per esempio a Bergamo, che è una città che ho amato molto per gli stessi motivi per i quali ora mi piace Torino – avrebbero vita facile e potrebbero godere di ottima affluenza e di pubblico spigliato: qui, invece, fanno fatica a sopravvivere e ad emergere per non mettersi in competizione con la tradizionale mondanità milanese. Tra questi c’è veramente chi crede che far pagare un long drink meno di 8 euro sia controproducente perché significa automaticamente auto-svalutarsi agli occhi del cliente.

Torino, a differenza di quanto pensano i milanesi con i quali ho avuto modo di parlare di questo argomento, non è tanto più piccola di Milano. Ha più o meno lo stesso numero di abitanti, una concezione un poco più monocentrica dell’area urbana, mezzi pubblici sviluppati e funzionanti, industrie, fabbriche, locali, discoteche, concerti, due squadre di pallone, le montagne alle spalle, i kebabbari, gli happy hour, le ragazze in leggings, castelli, piazze nascoste. Ma a differenza di Milano ha due fiumi, tanti ponti, il verde urbano più selvaggio e meno regolarizzato, una multietnicità spaventosa. E soprattutto, quando vai a fare l’aperitivo, non ti devi atteggiare alla bohemien o alla hypster, alla Woodstock o alla Cindy Crawford, andare al Cape Town se sei un giornalista con le manie di un letterato e avere amiche che si chiamano La Ceci, La Cami, La Beba e La Titti. A Torino alla’aperitivo di un bar qualsiasi che non avrebbe nessuna pretesa di eccezionalità non ti danno il ‘carpaccio di ananasso in marinatura al limone‘ ma ti accontenterai di una parmigiana. E Questo vuol dire molto, per me.

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