La crisi è l’austerity della creatività?

Il filosofo di Rembrandt. La scala, quasi evocata più che dipinta, allegoria del pensiero, dell’aspirazione, della lievitazione concessa a chi se lo concede.

E’ un adagio piuttosto diffuso quello che propone l’idea che nei periodi di crisi la creatività sia la vera torcia per trovare la via d’uscita. Ed è uso comune pensare che proprio in contingenze storiche di ristrettezza economica e di forte angoscia comunitaria si manifestino picchi elevati e consistenti di genialità e creazione. Abbiamo spesso negli occhi e nelle orecchie esempi illustri di artisti venuti fuori dalla polvere della guerra o dalle ceneri della loro vita sotto la sussistenza. Il Neo-realismo è stato essenzialmente un momento culturale forzoso e volontario che ha fornito una risposta alle impossibilità causate dal conflitto bellico. Sono evocative e d’impatto le storie personali di Tinguely, Bacon e Pollock (per citare tre autori del Novecento).

E tuttavia proprio cinque giorni fa, nella ricerca annuale del Ministero per i Beni Culturali sulla produzione artistica italiana, si è evidenziato l’enfatizzarsi della contrazione della produzione di opere e nella pianificazione di mostre d’arte contemporanea in spazi pubblici e privati in una cifra  superiore al 10%, quasi l’11. A prima vista il dato non getta alcuna luce su una possibile analisi di tipo culturale o sociologica; infatti questa contrazione potrebbe essere la diretta causa dei minori investimenti monetari nel settore pubblico e nella fisiologica mancanza o ritenzione di capitali privati. E’ l’abbinamento ad un secondo dato che modifica in parte il giudizio e sposta il fuoco del pensiero: la spesa media per ogni comune in cultura (comprendendo l’investimento pubblico e quello privato) è salita nel 2011 e nel primo quadrimestre del 2012 di nove punti percentuali. Che cosa pone quindi in relazione inversa queste due cifre? Che fattore sociale può produrre una contrazione nella produzione culturale contemporaneamente ad un incremento della quantità economica investita?

Un’opera di Marco Tirelli. Una scala troncata che s’avvita. Una salita e una discesa che richiamano quella del filosofo di Rembrandt.

Di primo acchito la risposta si colloca autonomamente nell’ambito della farsa e dell’improvvisazione: si è speso di più e molto male. E’ però altamente improprio e improbabile considerare la totalità della spesa (ed anche la parzialità di 10 punti percentuali, finanziariamente su base nazionale comunque del tutto rilevanti come quantitativo) “errata”, o guasta, fortemente inadeguata. L’errore di programmazione su base nazionale, contando l’ibridazione tra pubblico e privato, è una scusante più che una causa reale. Scartata per banale deduzione questa ipotesi che denuncerebbe senza mezzi termini o ipotesi la deteriore e infamante inadeguatezza dei decisori di tutto il sistema cultura (la situazione è catastrofica ma non a tal punto), rimane una possibilità subito successiva ed immediatamente ipotizzata dalla maggior parte della stampa di settore che si è cimentata in un commento a questa ricerca: si è prodotto meno, ma con migliore qualità. Dovrei citare per completezza di forma e sostanza quali testate e quali giornalisti hanno firmato e adottato questo assioma. Ma citandoli farei un torto alla libertà di pensiero e involontariamente alimenterei quella specifica e fastidiosa pratica dell’arte contemporanea italiana che è la suddivisione in gruppi e sottogruppi ideologici e pretestuosi della creatività; che non è più libera come pensano in molti ma è davvero imbottigliata in anse e chicane sociali e para sociali, in bassure banali e scontate. Ognuno ha una pettorina e ognuno è tenuto ad indossarla con evidenza per poter agire nei luoghi e nei contesti in cui persone con la stessa pettorina colorata hanno il controllo. Infatti, come pravda in tempi nefasti della storia, chi ha interpretato alla seconda maniera i dati sopra citati sono tutti gli adesori di un particolare schieramento dell’arte che è bene non citare. Eppure a chi il sistema ha la voglia e forse anche il coraggio di osservarlo trasversalmente, appare chiaro che gli ultimi 16 mesi questo risultato portentoso per qualità di programmazione non si è manifestato. Ad ogni livello, pubblico e privato, di piccola o grande città, anche senza strumenti di analisi comparata, non è accaduto nulla di diverso di quello che ha continuato a perpetrarsi negli ultimi 5 anni almeno: una continua e indistinguibile noia intellettuale rotta da pochi eventi solitari e per questo vagamente interlocutori. Non servono statistiche complesse per dedurre con facilità che in Italia, escluse alcune buone mostre a livello nazionale, ed alcuni progetti locali degni di attenzione, il livello di produzione del pensiero sia in una fase di recessione come e quanto l’economia.

Diego Esposito. Una luce che filtra da una soglia. Come una spinta verso un superamento.

Cosa rimane allora in grado di mettere in relazione i due dati a tal punto contro tendenti? Purtroppo per noi rimane l’ipotesi che ritengo non solo più accreditata ma in definitiva corretta. In periodo che attraversiamo è una delle fasi di manierismo più forti e concrete dell’ultimo secolo. Non c’è da spaventarsi, sono fenomeni se non ciclici per lo meno ripetuti; nei quali per varie cause e concause, di affaticamento culturale, di abbassamento di talune soglie di urgenza e attenzione, di distribuzione della libertà di parola otto decenni si assiste ad una diffusa livellamento della qualità del pensiero in senso lato e della qualità media della produzione culturale. L’inizio del Novecento con le dichiarazioni dei crepuscolari e con i prodromi della scapigliatura sembrava destinato ad un esito del tutto similare; poi le scoperte psicanalitiche, la straordinaria produzione di maestri come Joyce, Montale, Svevo, Pirandello, la soglia di attenzione mentale e psichica, l’angoscia della guerra, hanno aperto a quello che sarebbe stato uno dei più prolifici momenti storici del pensiero umano. Questa vena dall’inizio degli anni ottanta è andata prosciugandosi e adesso, a distanza di vent’anni da quel flebile inizio di prosciugamento, ne subiamo (senza patemi) tutte le conseguenze. Sono conseguenze l’arrivismo tutto italiano di alcuni gruppi di potere dell’arte, la stoica (ironicamente) e radicata resistenza di altri, il desiderio, la bramosia di molti giovani citati di recenti di cambiare suonatori ma non la musica. Quello che davvero è importante quando si entra in secche culturali e intellettuali non è maledirne i fautori; quanto abbinare ad un senso di responsabilità di creazione e propensione culturale (che poi è anche etica) la consapevolezza che per riuscire ad arrivare ad una produzione di livello che alimenti quei picchi così rilevanti e necessari all’umanità non sono necessari investimenti faraonici. Piuttosto sarebbe opportuna una razionalizzazione dei costi e delle spese (in alcuni punti folli e insostenibili) del sistema dell’arte e della cultura; una migliore e migliorata distribuzione e gestione delle cariche e delle figure professionali che guidano i migliori poli della cultura (poco cambiamento e molta cristallizzazione) e un apparato legiferante di norme che aprano all’investimento del privato in questo fondamentale settore e che emancipino definitivamente l’idea che se un imprenditore investe in un’opera contemporanea anziché in una super car non è un pazzo visionario che vive sugli alberi ma nella maggior parte dei casi un benefattore culturale. Ed infine, come in quel capolavoro dal titolo Indipendence day con un impacciato Golblum e un giovane Will Smith, non pensate che una tavoletta del cesso costi 100 dollari. Per giungere al gradiente culturale non sempre è obbligatorio un investimento considerevole se non piuttosto continuo. E, una volta per tutte, togliamoci dalla testa che ogni mostra debba cambiare il mondo della cultura per sempre: ogni torta ha moto più pan di spagna che crema. Quello che conta perché non vi sia indigesta è che il pan di spagna sia buono e non avariato (come oggi).

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