Politica e Partiti dopo il successo europeo di Monti.

Giovedì scorso, avevamo detto che l’esito dell’incontro europeo sarebbe stato decisivo per la politica italiana – nell’immediato, ancor più che per quella europea –  e avevamo promesso che oggi avremmo proposto, per l’appunto, un’analisi dei suoi effetti sulla nostra politica interna. Facciamolo.

Il primo macro-effetto (che era anche il più prevedibile) riguarda tutti i partiti indistintamente, e corrisponde al fatto che non ci saranno elezioni o rimpasti a ottobre, ma si andrà fino a fine legislatura con il Governo Monti. La causa di questo fenomeno, banalmente, è che nessuno, oggi, può più permettersi di mettere in discussione chi ha raggiunto un obiettivo che era stato presentato (dai partiti stessi) come decisivo e risolutivo. Questo momento è stato formalizzato anche da Napolitano, il quale ha messo in guardia i partiti da eventuali colpi di coda, affermando che lui non scioglierà in nessun caso le camere prima del termine naturale della Legislatura.

Da questo grande elemento principale e costitutivo, ne emergono altri derivati, che sono le rispettive posizioni dei partiti. Dobbiamo considerare che, se le elezioni a ottobre sono archiviate, da venerdì è iniziata la lunga strada verso le Elezioni 2013, un percorso difficile, durante il quale bisognerà anche modificare (o non-modificare, che è comunque una scelta) la Legge Elettorale. Nulla di più interessante, per gli appassionati come me, andare a vedere quale è la situazione ad oggi e provare comprendere come si potrebbe evolvere.

Giorgio Napolitano: il Presidente della Repubblica ha esortato i partiti ad effettuare la Riforma della Legge Elettorale come gli accordi in base ai quali è stata formata la maggioranza prevedono.

Fatta eccezione per il Movimento 5 Stelle, che ha dichiarato di non volersi alleare con nessuno, tutti i partiti maggiori si presentano alla griglia di partenza di questa campagna elettorale con  identità poco definite e occhi aperti ai partiti più vicini; nessuna scelta è ancora stata presa ed ogni possibilità viene vagliata. Il ventaglio delle combinazioni possibili è complessivamente ampissimo, ma per i singoli partiti si tratta “semplicemente” di attaccarsi al vicino più a destra o al vicino più a sinistra (o stare da soli) previa, naturalmente, eventuali reazioni a catena: la Lega cerca il confronto con i falchi pidiellini (possibile uno scambio di interessi federalismo-semipresidenzialismo su cui fondare un’intesa), Berlusconi cerca di capire se è più conveniente assecondare i falchi o le colombe, le colombe di Alfano osservano gli intransigenti ex AN, ma guardano con grande interesse a Casini, Casini tenta il PD con la proposta di una grande all’alleanza ma, contemporaneamente, prova ad attirare una grande coalizione moderata (giovedì era all’incontro del Partito Popolare Europeo), il PD è in bilico tra la solita foto di Vasto e un dialogo più spostato verso il Centro, SEL media tra PD e Italia dei Valori e Di Pietro deve scegliere se appoggiare informalmente Grillo, oppure seguire SEL e PD.

Ovviamente, non sono prevedibili tutti i movimenti che costruiranno la forma effettiva di quello che, per ora, è solo lo stato embrionale del panorama politico che ci si presenterà quando saremo chiamati a votare, ma c’è un bel gioco che possiamo fare, per ora, e che si chiama “prendi le reazioni agli eventi europei degli esponenti politici e indovina la direzione che prenderà il suo partito nell’immediato”. Vediamo un po’.

Roberto Maroni: il nuovo segretario della Lega.

Lega. Il neo-segretario del partito (eletto ieri con voto palese al raduno di Assago) Roberto Maroni ha dichiarato: «sono molto scettico, non credo che i risultati proclamati da Monti siano utili e applicabili». Non potendo attaccare Monti direttamente, il segretario leghista sceglie la via dell’incompatibilità tecnica della decisioni; è la direzione politica in toto del Governo ad essere rifiutata. La nuova Lega ricomincia da capo, come ha espresso chiaramente Maroni ieri mattina davanti ai suoi, si ritorna alla gente, si riparte dai militanti. Meno Europa, meno Roma, più Nord.

Renato Brunetta: ex Ministro e, ora, una dei Falchi del Pdl.

PDL (Falchi). Si espone l’ex Ministro Renato Brunetta che, facendo un parallelismo tra  la situazione greca e quella italiana, afferma che non trova nel nuovo progetto euro-montiano «nulla di nuovo, anzi», sottolinea, «siamo di fronte ad una polpetta avvelenata». La tattica dei falchi del Pdl assume ufficialmente la connotazione politica di una destra ultra-popolare e intransigente, con un pizzico di post-grillismo ammiccante (palese la mano di Berlusconi in questa formula). Il distaccamento dalla linea assunta dalla maggioranza si fa sempre più chiara.

Berlusconi. Non si è ancora esposto pubblicamente in modo netto e la sua figura è quella più problematica dal punto di vista degli equilibri a destra: prima o poi dovrà scegliere se seguire i suoi falchi o se limare certe sue posizioni per entrare nell’orbita dei  moderati (che lo guardano con sospetto, ma conoscono la sua capacità di attrazione elettorale). Io non l’ho mai considerato un moderato, ma credo che se dovesse subodorare da quelle parti un sentiero verso Colle (Quirinale), non esiterà a fare carte false per accentrarsi.

Alfano e Berlusconi: attuale ed ex segretari Pdl

PDL (Colombe). Il segretario Angelino Alfano ha commentato gli episodi europei con un «Berlusconi ha chiesto a Monti di far sentire la voce dell’Italia e di non essere timido. E lui non lo è stato». L’obiettivo principale rimane la complessa rivalutazione di Berlusconi: Alfano è legato a Berlusconi (ne è di fatto un’emanazione) e tutto il partito rischia di pagare a lungo l’appoggio dato all’ex Premier nei suoi momenti più difficili. Ma assegnare la paternità di azioni responsabili a Berlusconi – come la teoria per cui la stessa nascita del Governo Monti sarebbe una sua personale presa di coscienza e atto di responsabilità – a questo punto si dovrà accompagnare, da parte loro, a un appoggio più deciso a Monti.

Gianfranco Fini. Sabato (per due ore) ha parlato all’Assemblea di Fli.

FLI. Fini non ha bisogno di esporsi troppo, perché il suo appoggio a Monti è sempre stato «incondizionato» (come quello di Casini), approfitta tuttavia della situazione per squalificare Pdl e Lega dal suo progetto di un «polo riformatore, patriottico, europeo». Se la contrapposizione con i due ex alleati serve a Fini per autoproclamarsi (per differenza) quale politico serio e responsabile, l’accento sulla dimensione europea e al tempo stesso patriottica, è in perfetta scia con il clima di questi giorni, ed è utilissima per associare il successo di Monti al progetto a lungo termine dei finiani.

Pierferdinando Casini.

UDC. Parla Casini, come sempre, e lo fa proponendo subito una governo allargato al PD, ovvero rilanciando per l’anno prossimo un Governo che ricalchi questa maggioranza nei contenuti e nella aspirazioni (e possibilmente anche nel Primo Ministro). Io credo che le mosse di Casini siano fondamentali più che altro per la questione della legge elettorale: tenendo il piede in due scarpe, Casini attende che alla sua destra succeda qualcosa che gli faccia capire se un’unione di tutti i moderati è possibile oppure no e, nel caso riuscisse, quale sarà la sua vera entità. Se questa nuova coalizione-soggetto prenderà forma e dimensioni di massa, si formerà un bipolarismo di fatto in Parlamento, che verosimilmente si tradurrà in una legge elettorale con bipolarismo a doppio turno; se invece le rotture e i vari veti di alleanza prevarranno (o se il progetto dovesse risultare poco popolare per l’elettorato), è verosimile che il sistema rimanga di tipo proporzionale e che, quindi, il Partito Democratico debba scegliere tra Casini e foto di Vasto per avere i numeri e pote governare.
Porre un’analogia diretta tra il successo di Monti e la vicinanza attuale tra moderati e Democratici, è una buona ipoteca sul futuro del progetto casiniano nel caso dovesse fallire  (o nel caso funzioni ma sia meno forte di quel che potrebbe). Ad ogni modo, le tentazioni del diavolo-Casini al PD, hanno anche la funzione di far emergere alcune difficoltà tra il Partito Democratico e gli altri suoi possibili alleati a sinistra, cosa che, comunque vada,  rafforza l’astuto Pierferdinando.

Bersani al lavoro: occhiali e maniche sollevate.

PD. Il PD parla tramite Bersani, il quale afferma: «l’Italia ha giocato bene anche a Bruxelles, ma la partita non è finita». Le carte che utilizzano i democratici sono quelle della lungimiranza e della serietà: il PD si pone come la forza che, dopo aver permesso a Monti di salvare il paese, proseguirà il lavoro, ma dando alla sua azione anche la  connotazione sociale che i tecnici non hanno per definizione. Il modello è, ovviamente, il già vittorioso Hollande (il quale, guarda caso, ha anche appoggiato la proposta italiana in sede europea).
Tuttavia, volente o nolente, il PD deve attendere prima di prendere certe decisioni; del resto, sebbene sia il primo partito (e quindi apparentemente quello che può decidere a prescindere dagli altri), in realtà il partito di Bersani è il più legato alle scelte altrui: se si andrà al bipolarismo di cui si parlava sopra (e dipende dalla destra), allora sarà naturale allargare a sinistra a Vendola e Di Pietro (magari buttandoci dentro anche i Radicali e qualche lista civica), mentre se resterà una qualche forma di proporzionale (e dipende sempre da cosa succederà a destra), la scelta sarà affidata probabilmente alla semplice conta dei voti che gli altri partiti possono portare (e quindi scegliere il più conveniente). Il progetto di una grande coalizione «da Casini a Di Pietro» sembra invece, ormai, improbabile per la troppa incompatibilità su certi temi (si pensi al prolema delle coppie di fatto in una convivenza tra UDC e SEL), anche se un ritorno di Berlusconi sopra il 20% potrebbe rilanciare anche questa idea – ipotesi che però, francamente, sembra improbabile.

Antonio Di Pietro e Nichi Vendola.

SEL. Vendola, negli ultimi sei/sette mesi non si è esposto molto; sa bene che una buona parte del suo elettorato è ostile ad alcuni provvedimenti del Governo Tecnico, ma non può sbilanciarsi troppo, perché per lui è vitale mantenere un rapporto con il PD. L’obiettivo di SEL è sicuramente quello di riproporre a livello nazionale le esperienze positive di Milano con Pisapia e, per ora, di Doria a Genova, due città nelle quali ha dimostrato ai suoi alleati di essere una forza seria e pragmatica, seppur assolutamente di sinistra (per Berlusconi le due cose sono in contraddizione, per esempio). Si pone comunque nei confronti del PD come un’alternativa a Casini.

Italia Dei Valori. Ora che l’asse Monti-Napolitano ha acquistato grande popolarità, Di Pietro potrebbe addolcire certe sue posizioni (anche perché Bersani ha già manifestato disappunto per certe forme di grillismo dipietrista e, dall’altra parte, il Movimento Cinque Stelle ha detto che con loro nessuna alleanza è possibile). Vedremo cosa deciderà, anche se ieri ha già teso la mano al PD, ricevendo, tra l’altro, l’appoggio di Vendola, che sottolinea: «discuto con il PD solo se c’è anche Di Pietro». Probabilmente la strada più percorribile è quella di unirsi a SEL e formare un asse con i sindaci che li rappresentano per fungere da “coscienza sociale” e stampella del PD.

Movimento 5 Stelle, il logo di proprietà di Beppe Grillo.

Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo non si è espresso formalmente sul merito dell’incontro dei leader europei, ma nel suo Comunicato Politico Numero Cinquantuno (quello in cui ufficializza che M5S sarà presente alla prossime elezioni), ci tiene a precisare che non è «contrario all’Euro in principio», ma di aver solo «detto che bisogna valutar[ne] i pro e i contro». Parole in parte vere, ma che segnano un inevitabile addolcimento, che potrebbe segnare l’inizio di un Grillo 2.0, una fase in cui devono essere creati i contenuti da portare alle elezioni nazionali ed è necessario dar prova di serietà e affidabilità.

Giancarlo Mazzetti

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One thought on “Politica e Partiti dopo il successo europeo di Monti.

  1. Bella analisi, ma credo che non ci saranno grandi soprese. I più furbi, come Maroni hanno capito che non è il momento di stare a Roma (Sel e Idv avevano dato il via prendendosi Napoli, Milano, Genova e altre importanti realtà locali) anche perchè i parlamenti nazionali non contano niente ormai. Chi si intestardisce morirà di voti, compreso Silvione ormai uno zombie politico. Bersani si è perso tra destra e sinistra e finirà contro un muretto o dentro un precipizio. I grillini vogliono governare da soli, ma è difficile anche per loro e il loro neodux. Di certo è già tutto cambiato, come è vero che Andreotti è ancora in parlamento. Il che lascia aperte tutte le opzioni per noi che non siamo stregoni. Però l’orizzonte sembra quello, o un governissimo bis (chiaramente mascherato) o la necessità di tornare a elezioni nel breve perchè nessuno ha i voti per fare da solo.
    Aspetto la tua prossima.
    Michelangelo

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