L’erba del vicino è sempre più verde. Arte a Parigi.

Il Palais de Tokyo di Parigi.

E’ vero ho meno di ventisei anni e sono sempre entrato gratis (o con il biglietto ridotto) alle mostre in Parigi. E se mi volto a guardare il parallelo con Milano il confronto è disarmante: neppure uno studente dell’Accademia di Belle Arti di Brera ha il privilegio di un ingresso gratuito a Palazzo Reale che, dall’ateneo meneghino, dista meno di un chilometro. E’ anche vero che la densità di musei, piccoli e grandi, tutti ben registrati e in assetto in comunicazioni di livello e in immagini coordinate che non sfigurano della Ville Lumière batte di gran lunga l’offerta culturale, se non per numero sicuramente per qualità del pacchetto-visita, dello stivale. Eppure non sempre l’erba che dalla distanza poco rassicurante della staccionata, prima delle irte Alpi e Dolomiti, è davvero verde.

Se ci sono differenze tra i due paesi in questione non si avvertono tanto nella programmazione e nella qualità delle mostre, quanto nella capacità di fornire al fruitore un’esperienza non solo gradevole ma davvero completa e stimolante. Nel giro di quarantotto ore si possono visitare mostre temporanee a Parigi al Palais de Tokyo, allo Jeu de Pomme, al Grand Palais, al Petit Palais, al Quai Branly, al Centre Pompidou, alla Fondation Cartier-Bresson, oltre che ovviamente i grandi ricettacoli delle collezioni permanenti di Francia come il Louvre, il Musèe de l’Orangerie, il Musèe Rodin e molti altri luoghi strepitosi. A questo densa resina culturale si possono aggiungere almeno quattro delle gallerie del sistema contemporaneo più influenti del mondo come Perrotin, Karsten Greve, Thaddeus Ropac,Yvon Lambert. E allora dove sta il problema di una città a tal punto in grado di mantenere in tensione ed equilibrio il suo parterre di attori? Il problema è sempre lo stesso;  una condizione nella quale vivono oggi molti dei centri culturali canonici della vecchia Europa, di quella porzione di continente e di mondo che ha prodotto dalla metà del 1800 ai primi anni settanta del Novecento la stragrande maggioranza della produzione artistica e visiva che oggi è possibile incontrare nei musei e della quale si trova ampia traccia semantica e culturale nei libri e nel pensiero in senso lato dell’uomo contemporaneo: la mancanza di idee, l’assenza di persone che abbiano la forza etica ed estetica di portarle sulle loro spalle. E’ un luogo comune ben radicato quello che le idee, dal contesto industriale a quello economico a quello dell’arte visiva, siano all’ordine del giorno. E’ facile leggere giornali e articoli agiografici su nuove start-up e su casi di successo che capillarmente innervano il tessuto sociale delle comunità. Di buone idee ne possono emergere molte, di buone idee praticabili ne vengono alla luce meno e di quelle che cambiano la vita all’uomo ve n’è penuria per definizione. Non ci vuole una mente superlativa come quella di Gombrich o di Giulio Carlo Argan o di Warburg per intuire che gl’ultima decade in fatto di pensiero visivo sia uno dei punti più bassi degli ultimi 150 anni. Questo fenomeno ondulatorio chiamato comunemente e retoricamente intelligenza non sempre fornisce apporto sufficiente ad una produzione culturale adeguata alle esigenze di evoluzione del pensiero umano. Dopo anni di avanguardie e di forti stress culturali come quelli che si sono alternati in ordine confusionario, sparso e potente nel corso del secolo passato, ora viviamo un periodo di diffuso manierismo intellettuale che ovatta e addensa quella distesa grigia di pensiero neutro e livellato verso il basso. Non c’è da panicare. E’ accaduto svariate volte nel corso della storia dell’uomo e presumibilmente accadrà ancora e ancora. Il fatto di leggere di orde di persone in fila per un teschio di Swarovski in esposizione a Milano mi sembra uni segnale tanto tangibile quando effimero non della banalità della massa quanto della pochezza e fragilità del vertice. La grande differenza tra Parigi e Milano, così, non sta nel contenuto degli spazi che è possibile visitare. La più brutta mostra della mia vita è quella attualmente attiva al Palais de Tokyo, una Triennale sgangherata che a parte cinque pregevoli opere di Carol Rama e due Struth che non fanno mai male, si barcamena tra elementi di artigianato, video amatoriali di bassa qualità, scatole di guanti aperte e divelte in stile Jason Dodge (che non fanno che pugnalare giorno dopo giorno Duchamp e inneggiare minuto dopo minuto al deteriore e scadente Duchampismo). Il resto della programmazione è basato su una mostra di Rosa Barba che a parte il nome ed un presumibile documento d’identità personale non si differenzia di un’oncia sbilenca dalle decine e centinaia di artiste post-contettuali che inondano il pianeta conosciuto come Terra; su di una personale ermetica e poco coinvolgente di Laurent Grasso; su di una iper-saturata e vagamente eccessiva mostra sul Disordine e sul Caos nello splendido Quai Branly. Quello che rimane del tour-temporaneo di Parigi è in fondo una mostra pertinente, completa e precisa di Gerhard Richter; che tuttavia, come accade con artisti di ottant’anni che hanno già detto ed espresso il loro immenso potenziale, stupisce più per l’assenza del restante, l’impotenza del contemporaneo che per la forza intrinseca. E proprio in questo sta il punto della questione: chi ha necessità di contenuti, di idee, di gradienti culturali, deve cercarli in Richter, in Tinguely, in Calvino, Landolfi, Svevo, e sempre meno in vivide e viventi persone di carne e ossa. Vietare una mostra a Rosa Barba non è la soluzione; la soluzione potrebbe essere evitare di propinarne opere e scritti a profusione, permettendo così ad altri di esprimere la loro parola, la loro opera. Meno Rosa Barba, più Stefano Arienti o Simone Pellegrini, insomma. Ma il dato sostanziale che rimane, la madre acetata al fondo della bottiglia, è che nell’ordine attuale del pensiero visivo sono molto più frequenti le pianure delle montagne. E pianure strette e tozze; orticelli per lo più.

Museo Quai Branly. Spettacolare sin dall’ingresso.

Parigi ha la stessa erba stopposa e ingiallita di Milano. Di qua Luca Trevisani e la sua proto-banalità-concettuale-insopportabile; di la Laurent Grasso e il suo ermetismo-muto. E dove sta la differenza? Dopo la mostra di Grasso-Barba-Besnyo ho visitato (e toccato) un bookshop di livello, con libri e non tazzine negli scaffali e con un computer, un database, un “libraio”. Dopo l’orrore del Tokyo ho vissuto un’ora nella cage dei cataloghi e dopo la mostra sul caos ho vagato per un museo etnografico senza precedenti nell’Europa del Sud. Non crediate che questo non faccia parte della mia esperienza culturale almeno quanto la candela annebbiata di Richter; crederlo ci ha ridotto nello stato comatoso in cui siamo. Insomma: in attesa di picchi e di menti, priviamo a migliorare il brodo che ristagna nella fondina.

Luca Trevisani. Di cosa stiamo parlando?

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