La Musica Così Come La Trovai: Johnny Cash

precedentemente apparso qui

Magari ti calmi.

Se quando avevo quindici anni qualcuno mi avesse consigliato di ascoltare Johnny Cash, probabilmente lo avrei mandato a cagare. Ero stupido ed influenzabile come qualunque quindicenne, e avevo uno scrittore preferito. Bei tempi quelli in cui avevo uno scrittore preferito. Il mio scrittore preferito dell’epoca, Charles Bukowski, aveva scritto una pagina abbastanza dura contro Cash, prendendosela con la sua Folsom Prison Blues, e in particolar modo con il verso famosissimo che dice I Shot A Man In Reno. Il succo dell’invettiva dello scrittore californiano era più o meno questo: sei proprio sicuro di aver sparato a qualcuno, Johnny? Mi sa che ci stai coglionando un po’ a tutti, Johnny.

Ma Bukowski era un vecchio che si lamentava al bar, aveva costantemente bisogno di prendersela con qualcosa o qualcuno. La cosa che secondo me fece particolarmente incazzare il buon Bukowski, a parte il fatto che Cash faceva molti più soldi di lui, era il fatto di essersi trovato di fronte ad uno che sapeva essere tanto gradasso quanto lo era lui. C’era in giro un tipo che le sparava abbastanza grosse, faceva un sacco di soldi e non si chiamava Bukowski. Le invettive di Bukowski restano e resteranno tra le pagine che prediligo nella storia della letteratura del XX secolo (quelle, innumerevoli, contro Mickey Mouse, quella, indimenticabile, contro San Francisco – be sure to wear flowers in your hair, e via discorrendo), ma ciò non toglie che nel tempo io mi sia dovuto ricredere sul buon Johnny Cash, e che ora non passi giornata senza che io mi metta ad ascoltare almeno una sua canzone.

E allora posso tentare l’azzardo di rispondere a Bukowski, per quanto riguarda la sua invettiva contro Folsom Prison Blues, e dirgli che non c’è bisogno di essere fisicamente in galera per sentirsi prigionieri, e non c’è bisogno di aver ammazzato nessuno per sentire di aver ferito qualcuno. Mi fa quasi ridere dire queste cose a Bukowski, primo perché è morto, secondo perché tutta la sua letteratura parla forse proprio di questo: delle piccole galere quotidiane. Pensandoci bene, quella canzone potrebbe tranquillamente essere una poesia di Bukowski, sostituendo qualche parola magari, ma le parole contano così poco, in poesia, che non fa davvero alcuna differenza. Ci sono pagine di Ham On Rye (uno dei romanzi di Bukowski), dove ci rende perfettamente conto che se il nostro avesse suonato una chitarra, probabilmente se ne sarebbe venuto fuori con una canzone molto simile. In quelle pagine se la prende con i giovani normali che vivono vite normali, vite senza l’ombra di un problema. Lui sta là e li guarda e sa che non potrà mai essere così spensierato, sa di non avere diritto alla spensieratezza. Ed è più o meno quello che sa anche Johnny Cash quando dice

I bet there’s rich folks eatin’,
In a fancy dining car,
They’re probably drinkin’ coffee,
And smokin’ big cigars,
But I know I had it comin’,
I know I can’t be free,
But those people keep a-movin’,
And that’s what tortures me

Quegli ultimi tre versi saranno usciti almeno cinque milioni di volte dalla penna di Bukowski, magari scritti in un altro modo, ma sono usciti. Ed è questo, in fondo, che affascina e cattura in Johnny Cash, la sua capacità di narrare condizioni estreme come la galera, o la forca, per poi fartele sentire vicine, tanto vicine da essere addirittura vissute, condivise, incorporate. Pensiamo a quattro mura in un carcere e ci sembrano molto lontane, poi arriviamo a quei versi e ci rendiamo conto di non essere mai stati più vicini ad altro in vita nostra. Quel tipo di sensazione che ti dice “tu non sarai mai come loro”, “tu non sarai mai spensierato come loro”, “tu avrai sempre l’ombra di un problema addosso”. E non è un tipo di sensazione facile da portare, anzi, è proprio quel tipo di sensazione dalla quale ci si vuole liberare, ogni tanto – anche se, volendo fare davvero il gradasso, potrei a spingermi a dire che si tratta dell’unica sensazione che ti permetta di dire autenticamente “sono libero” – ed è per questo che ci si ubriaca. Ma tutte queste belle frasi ve le potete andare a trovare nei baci perugina, io sono qua per parlare di musica. Sono qua per parlare della musica di un meraviglioso buffone, di un grandioso sbruffone. Tanto sbruffone da scrivere un pezzo come Big River.

Un’altra situazione assurda, un’altra sparata di quelle potenti e altisonanti, di quelle che solo Charles Bukowski e Mitja Karamazov avrebbero potuto fare senza sentirsi un tantino esagerati :

Now I taught the weeping willow how to cry,
And I showed the clouds how to cover up a clear blue sky.
And the tears that I cried for that woman are gonna flood you Big River.
Then I’m gonna sit right here until I die.

Esagerato! La spari grossa! Ma guarda un po’ che buffone! Queste le reazioni, probabilmente. Eppure si arriva ad un punto, perché ci si arriva, se si ha un cervello, in cui queste sembrano essere le uniche parole davvero sensate mai scritte. In certe situazioni, queste parole potrebbero descrivere interamente la condizione umana, senza bisogno di aggiunta alcuna. Ma questa è una mia opinione, e a me piace spararla grossa.

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