Il Sulcis Così Come Lo Trovai

Un anno fa io e Fabrizio Bontempi girammo il Sulcis, terra con un grande passato industriale, terra che avverte la presenza di questo passato come un’enorme voragine, un buco capace di inghiottire ogni cosa, un buco che sembra permettere di guardare solo indietro e mai avanti. Le cose che leggerete qui di seguito sono più che altro appunti, domani vi proporremo la seconda parte del racconto di Bontempi. Buona lettura. Le foto della galleria sono mie. Se volete usarle scrivetemi via mail, o, ancor meglio, scrivete all’indirizzo del sito. Grazie.

Eravamo seduti ad un bar di Carbonia. I bar a Carbonia si chiamano tutti “Caffè Torino” o “Bar Roma” o qualcosa del genere. Checché ne avesse da dire Puddu, il capo del sindacato locale, la gente del posto ha una cultura del bar. Mi spingerò, anzi, fino al punto di dire che i bar, laggiù a Carbonia, sono forse l’unico luogo in cui ci si senta vagamente vicini all’Italia, al resto d’Italia. Molti bar a Carbonia sono nuovi, ben arredati, freschi.  Carbonia è relativamente nuova, questo è vero, ma c’è ben poco di ben arredato e di fresco. Carbonia sembra lasciata a se stessa, Carbonia sembra essere stata abbandonata al suo destino. La grande capitale della Sardegna che Mussolini aveva sognato di costruire, con la sua imbarazzante energia di bolscevico travestito da borghese, era ora un luogo che suggeriva solo questa parola: abbandono.

Non parlo di urbanistica o di architettura o di sociologia. Parlo dell’aria che respiravo a Carbonia, non voglio nemmeno spingermi a dire che fosse una sensazione a pelle, nessuna di queste stronzate: solo ed esclusivamente aria respirata.

Eravamo là, io ed il mio compare, per scrivere un reportage sulla condizione delle miniere e dei minatori del Sulcis. Ora ci trovavamo a fare i conti con una quantità di materiale tale da lasciare interdetto qualunque reporter, anche il più sgamato. Non sapevamo da dove iniziare, insomma, e ne avevamo ben donde. Ce ne stavamo là seduti a quel baretto a leggere l’Unione Sarda e a renderci conto di quanto fosse disastrata l’intera regione Sardegna. La Tirrenia si privatizza e la mette in culo alla Sardegna. I pastori sardi invadono Cagliari e paralizzano il traffico cittadino, già di per se stesso non proprio fluido, ottenendo la solidarietà della popolazione. Giunta comunale di sinistra, non di centro-sinistra, di Carbonia che tradisce la parola presa con dieci lavori della discarica, permettendo che la ditta appaltatrice li mandi a spasso (non sono solo sul giornale, sono proprio là a due passi, accampati davanti al municipio, veniamo da là, io e il mio compare. Abbiamo passato con loro una buona mezz’ora raccontandoci barzellette sui liguri e scambiandoci opinioni sul mondo.). Disastri, ovunque disastri: fabbriche che chiudono, stabilimenti che non si riconvertono, risorse che vanno sprecate, ricerca sui materiali e sulle tecnologie inesistente. Non esagero se dico che su trenta pagine di giornale non siamo riusciti a leggere una sola buona notizia. Zucchero che commenta con le seguenti parole il suo concerto della sera prima alla miniera dismessa di Serbariu: “Sembra il Far West”. Zucchero, santa madonna, non ti viene in mente proprio niente da dire se non “Sembra il Far West”? Cristo santo, l’unico modo che hai di parlare di quegli argani arrugginiti che si ergono fino ad un cielo che assegneresti più a Newcastle che non alla Sardegna è dire che a te sembra di stare nel Far West? Rabbia, a questo punto, e tanta. Non solo Zucchero, col suo concerto, aveva reso la nostra visita alla miniera meno piacevole per via del fatto che i suoi scagnozzi stavano montando il palco, ora si metteva pure a dare giudizi estetici. Evidentemente non ha letto la frase di Mussolini scritta all’ingresso della miniera, quella frase è infatti ben più adatta a Dachau che non al Far West. Ci abbiamo messo un bel po’ a convincere la popolazione locale che noi NON eravamo là al seguito di Zucchero e che il fatto stesso che Zucchero potesse avere un seguito ci lasciava interdetti ed inorriditi.


 

A questo punto, leggendo le parole di Zucchero sull’Unione, mi viene in mette un’altra cosa che ci aveva detto Puddu, il capo del sindacato locale. Ci aveva parlato di come  i vecchi minatori, tornando sul posto di lavoro dopo tanti anni, scoppiassero in lacrime. Lacrime di commozione, lacrime di attaccamento. La miniera, ci aveva spiegato Puddu, non era un semplice posto di lavoro: diventava una casa, un posto dove vivevi fianco a fianco con altri uomini e li vedevi e li sentivi soffrire e sudare al tuo fianco, ne vedevi morire a pacchi. Non era possibile vederla come un semplice luogo in cui ci si recava a lavorare, finivi per amarla, in una maniera un pochettino morbosa forse, ma tant’è: finivi per amare quel luogo atroce nel quale entravi ogni giorno senza mai sapere se ne saresti uscito vivo. Un luogo d’amore: un luogo in cui si lottava. Un luogo in cui non si lottava uno contro l’altro, bensì fianco a fianco. Non decidevi quando entrare là dentro, non decidevi quando uscirne, non sapevi nemmeno se ne saresti uscito. Forse, pensavo io, era proprio il fatto di non sapere se saresti stato ancora vivo alla fine del tuo turno a farti amare quel luogo. Ma io non ho mai lavorato in vita mia, quindi è sicuramente meglio se sto zitto.

Eravamo alla terza o quarta Ichnusa, e una volta finito il giornale, ci rendemmo conto che non avevamo altro da fare se non stare ad ascoltare i discorsi da bar.

Io me ne stavo là a pensare che sarebbe stato estremamente difficile scrivere qualcosa di buono.  Troppo, davvero troppo materiale su cui lavorare, inserito in una realtà per giunta fin troppo diversa rispetto a quella in cui io sono cresciuto. Ciò che mi spaventava di più, mentre osservavo la vivissima “cultura del bar “del luogo in azione,  era il fatto di non sapere se sarei stato in grado di descrivere adeguatamente la realtà che mi circondava. È deprimente, è davvero deprimente osservare di prima persona la lenta morte di una zona industriale: “gente con una cultura della produzione. Gente con la produzione nel sangue.”, così aveva definito il suo popolo Puddu, che se ne stava a mantenere i figli e i nipoti con la pensione d’anzianità, ben consapevoli che una volta morti loro, ed una volta finite le pensioni, quei giovani sarebbero finiti a “fare la coda alla caritas per mangiare”, per usare le parole di un minatore in pensione col quale avevamo chiacchierato il giorno prima a Cortoghiana. Come potevo descrivere tutto questo senza risultare offensivo o disfattista, evitando di cadere nella trappola della retorica operaista o marxista? Mi risposi che non potevo evitare tutto questo ed ordinai altre due birre, una per me, ed una per il mio compare. Sorseggiando la birra amarognola ghiacciata iniziai a capire cosa stavo respirando: si trattava, appunto, di abbandono. Non so perché, ma mi venne da pensare ad una cosa che avevo appena studiato per il mio esame di storia contemporanea. Ci fu un certo periodo, nella storia russa, in cui gli uomini erano in numero molto minore delle donne. Quello che succedeva era questo: uno si trovava una moglie di quindici anni e se la teneva buona finché questa non entrava nella trentina, poi divorziava e si sposava un’altra quindicenne.

Il Sulcis mi dava l’idea di essere una donna di quarant’anni russa abbandonata dal marito. Il marito è l’Italia, ovviamente. Il problema è che l’Italia di quindicenni in giro da sposare in seconde nozze non ne trova.

Dove voglio arrivare? Portare il Sulcis, la quarantenne, a fare una bella cura ringiovanente costerà all’Italia, il marito russo degli anni venti pieno zeppo di vodka, molto meno tempo che non andare in giro in cerca di una nuova moglie di quindici anni. Le mogli di quindici anni sono finite, dobbiamo prendere la nostra moglie quarantenne, il Sulcis, e rimetterla a nuovo e farla sentire amata e metterla in condizione di darci altri figli.

Forse cinque birre erano troppe, quindi ne ordinai una sesta, il mio compare fu ben lieto di seguirmi.

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5 thoughts on “Il Sulcis Così Come Lo Trovai

  1. Se con Caffè Torino intendevi il Bar Torino di piazza Ciusa (quella del mercato per intenderci) ti comunico ufficialmente che vi siete bevuti “una” birra al bar di mio zio!

  2. Non so se hai scritto altro a proposito e forse non mi interessa neanche. Però se ci dovessi tornare sarei ben lieto di accompagnarti a fare un giro della zona

    • Sono stato a Carbonia, Iglesias, Porto Pino, Baia Chia, Capo Teulada, Pula e CarloForte St. Antioco, Calasetta ecc.. ecc.. Alcuni posti sono molto belli, ma la maggior parte della regione è abbandonata al proprio destino. Non basta avere l’acqua color turchese e trasparente per potersi vantare della bellezza della propria terra: è necessario che la gestione del territorio sia molto buona e che la cultura e tradizione del proprio popolo sia sostenuta. Poi non mi sembra di aver scritto nulla di negativo, ho solo scritto quello che ho visto, caro Andrea. Io vivo a Milano e ti assicuro che se tu venissi qui a scrivere quello che pensi della mia città non ti biasimerei se affermassi l’impossibilità di instaurare rapporti personali sinceri tra le persone, se dicessi che la città è brutta e si da troppe arie da metropoli quando invece è un borgo. Quindi se c’è qualcosa che ti ha dato fastidio ti prego di scriverla. Grazie.

    • Ciao Andrea, in realtà il pezzo l’ho scritto io. Mi spiace che tu ti sia offeso, ti assicuro che non era questa la mia intenzione. Sono convinto che ci siano tante cose da fare per la tua terra che reputo di una bellezza che non ha probabilmente pari al mondo. Ho cercato solo di comunicare il senso di “abbandono” che ho avvertito a Carbonia. Non abbandono da parte dei sardi, ma da parte della nostra Repubblica, che sembra comportarsi, spesso, come se la Sardegna non esistesse. Questo volevo dire.

      Saluti.

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