L’Ultimo Tunnel della Galleria – Parte I

La Miniera di Carbone di Serbaiu, oggi sito archeologico e museale. Fotografia di Nicola Quaggia.

Questo reportage è il prodotto del lavoro che Fabrizio Bontempi e Nicola Quaggia hanno svolto nel luglio del 2011 nel Sulcis, sud della Sardegna. Non è del giornalismo. Continua mercoledì 27 giugno 2012 e finisce giovedì 28.

Felice Melis è al bar, seduto a ridosso del muro, sulla sedia volta a 45 gradi, lo schienale che fa da poggia braccio. Non guarda nulla di particolare. Ha lavorato per trentacinque anni in miniera, ora si gode una Spumador. Sono le undici e un quarto del mattino, Piazza Roma è desolante e il caldo incurva i profili delle forme. Nel bar c’è un ventilatore cigolante e una radio, che trasmette le notizie regionali alternandole ai motivetti estivi che tutti sentono ma nessuno ascolta. Un bambino pedala in bicicletta, lentissimo, ondeggiando per segnare un percorso tra le mattonelle del lastricato. Passando si lascia alle spalle uno stralcio di aria calda e Felice si alza lento e si incammina. Non sembra così vecchio, in piedi, e man mano che si allontana la sua figura eretta si staglia decisa. Ora si dirige svelto verso la Torre Littoria, al di là della strada, dove all’improvviso si raduna un drappello di uomini che in poco tempo diventa una folla rumorosa. Felice è giovane, adesso. Agosto, ora, è Dicembre: dicembre 1938 e tutto è grigio. Dal balcone della Torre una cupola di uomini in nero si riunisce attorno ad un piccolo fagotto di muscoli. “Oggi, 18 dicembre dell’anno XVII dell’Era Fascista, nasce il più giovane comune del Regno d’Italia: Carbonia.” Quel giorno i fascisti non furono neri come la pece, ma ‘neri come il Carbone’. Quel giorno parlò il Duce, anche se nessuno glielo aveva chiesto.

*     *     *

Se Carbonia si trovasse nel Texas, Hollywood ci avrebbe ricavato titolo e ambientazione per un film di fantascienza ad ispirazione asimoviana. Si da il caso che si trovi nel Sulcis, in Sardegna, e qui può aspirare solamente a quello che è stata in passato, una colonia mineraria.

Quando ci mettiamo in macchina il tempo è grigio, tira vento e ci sono 21 gradi. Il litorale sud occidentale sardo, un mattino di fine Luglio, ce lo immaginavamo diverso. I segnali stradali indicano le direzioni per ‘Carbonia’ e ‘Portovesme’ e ci rendiamo conto  – subito – che la meteorologia avversa non è scherzo della sorte. Mentre la strada si trascina svogliata tra paesaggi aridi e ruderi dell’industrialismo minerario anni cinquanta, stabilimenti ancora in funzione, cave di argilla e crinali in scavo, cassonetti dell’immondizia a bordo strada, ferrovie industriali abbandonate, segnali stradali presi a colpi di lupara e arbusti incrinati dal vento – il mare all’orizzonte – non possiamo fare altro che prendere qualche fotografia. Qui, nel Sulcis Iglesiente, c’è l’ultima miniera di carbone attiva su territorio nazionale. Il sottosuolo è percorso da chilometri di tunnel abbandonati e da pozzi minerari in disuso eppure, in alcuni di questi, c’è ancora qualcuno che lavora mentre noi passiamo in superficie con l’automobile per raggiungere Carbonia. Al carbone come risorsa energetica non ci pensa più nessuno, ma in questo luogo la centrale termoelettrica “Grazia Deledda”, che fornisce il consumo alla regione, assorbe l’intera produzione della miniera di Nuraxi Figus. Il periodo florido dell’estrazione mineraria è finito da quattro decenni.

Qui si scavava per alluminio, rame, piombo e zinco. Il polo Industriale di Portovesme e Portoscuso comprende stabilimenti e raffinerie come Euralluminia, Alcoa, Alsar e Sardal, che operano tutte nell’ambito della coltivazione e della lavorazione del metallo. Il Carbone aveva fatto pensare, ai tempi dell’autarchia fascista, alla possibilità per l’Italia di non dipendere dalle importazioni. “Il nostro carbone aveva risollevato le sorti di molte industrie italiane nel dopoguerra. Quando ero giovane io, dall’imbocco cittadino della miniera, al suono della campana uscivano centinaia di uomini, neri e sfiniti.” Braghe in tuta mimetica, maglietta grigio-verde della società Carbosulcis, Campari-con-Bianco alla mano. Armando Lussu, dal cognome pseudonimo, lo incontriamo al bar di Piazza Venezia a Cortoghiana, una frazione di Carbonia, che nei piani di Mussolini doveva essere la capitale della Sardegna. La piazza, in stile fascista, rigorosa e granitica, ospita sotto i portici gli esercizi commerciali di prima necessità, tra cui, naturalmente, il bar. “Manovravo la macchina di risalita del raccolto dall’alto dei pozzi minerari.  L’ho fatto per trentanove anni e ora sono pensionato. Da noi c’è qualcuno che lavora, qualcuno cassaintegrato, quasi tutti disoccupati. Quando i vecchi minatori di questo posto moriranno, i giovani dovranno mangiare alla mensa della Caritas. Sono le nostre pensioni a mantenerli perché non sanno cosa fare, ma non se ne vogliono andare. Voi non immaginate nemmeno la fame che c’è qui. Nessuno se ne preoccupa, perché la fame in Italia la nascondono.” Al tavolo del biliardo, nella sala interna del locale, un gruppo di uomini gioca a boccette – che vuol dire giocare a biliardo senza stecca. “I forestieri non hanno mai capito i Sardi, credono che qui giri tutto attorno al turismo, ma noi siamo tutti minatori, o ex-minatori. Siamo un popolo di montanari costretti a vivere su un’isola. ” Come in tutte le regioni d’Italia, al bar si parla per aforismi.

Risalendo le colline sopra Cortoghiana si scorgono i pozzi di scavo della miniera di Nuraxi Figus, l’ultima ancora attiva: il sito è gestito da Carbosulcis, la società che nel 1976 sostituì l’ENI nella coltivazione del carbone; dei circa cinquecentoventi impiegati, trecentosettanta operano nel sottosuolo, in miniera. La Regione Sardegna acquisì la proprietà della società negli anni novanta, un periodo di dure lotte sindacali, per condurla gradualmente alla privatizzazione.

Il giorno seguente, al centralissimo bar di Piazza Roma, a Carbonia, mentre prendiamo il caffè del mattino, si avvicina un signore: porta sotto braccio l’Unione Sarda ed è visibilmente in pensione da parecchio tempo – calzoncini azzurri, la camicia aperta sul petto e un crocifisso d’oro legato al collo.

Continua giovedì 28 giugno 2012

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