Film belli al Festival di Cannes 2012 – Post Tenebras Lux, Carlos Reygadas (recensione)

A quanto mi risulta, una delle prima cose che insegnano alle scuole di cinema per rendere la vita più semplice agli aspiranti registi recita qualcosa del tipo: «niente bambini, niente animali: troppo difficili da gestire». Il film di quel sacramento di Carlos Reygadas, invece, inizia con una bambina – che, nella vita, mi dicono essere sua figlia – in mezzo a un campo pieno di pozzanghere, con cani e cavalli che si rincorrono e rientrano in stalla al calare della sera. Probabilmente una delle scene più belle e complesse che io abbia mai visto al cinema (sonoro compreso).

Ho sentito (anzi, letto) parlare molto male di questo film, che in effetti è piuttosto ostico, ma a me è piaciuto. Con un metodo totalmente anti-narrativo, Reygadas ci permette di vivere un’esperienza cinematografica particolarissima, rivoluzionaria e filosoficamente molto interessante. Mentre guardiamo il film, sembra mancare un senso logico, semplicemente viviamo ogni singola sequenza per quello che è, riuscendo solo con il tempo ad assegnare un senso globale al tutto.

Credo si possa parlare di cinema fenomenologico: in una commistione di dati esteriori ed eventi in cui è quasi indistinguibile il sogno dalla realtà (manca anche la linearità del tempo), siamo noi, mano mano che si sviluppa la proiezione, a costruire il  senso delle cose che abbiamo visto (e vissuto), mantenendo sempre aperto il dialogo con gli eventi che il buon Carlos ci mostra, stando sempre sul filo dell’incertezza, pronti alla ridefinizione del tutto.

Il tono del film è molto intimistico. La quotidianità è il metro di giudizio dell’esistenza, anzi, è essa stessa l’esistenza; tutto ciò che percepiamo al di fuori di essa è presentato allusivamente da dialoghi molto serrati (e ben fatti), in cui lo psicologismo prende il sopravvento e i personaggi emergono come risultato di un passato già vissuto. Il futuro non è preso in considerazione, sarà solo – evidentemente – un nuovo dispiegarsi della quotidianità.

Tutta questo è filtrato da un senso estetico eccezionale. Il film è girato in 4:3 e ai lati dell’inquadratura un effetto quasi grandangolare mette fuori fuoco ciò che non è in primo piano, con uno strano effetto che sdoppia l’immagine nel passaggio dal nitidissimo centro dell’azione ai lati. I luoghi sono principalmente esterni (giungla messicana), ma anche la costruzione degli spazi interni (la casa in cui vive il protagonista con la famiglia) è molto interessante.

Forse a volte eccessivo nell’ermetismo (ancora non ho capito la questione dei bambini inglesi che giocano a rugby) e nel simbolismo (il tizio che si stacca la testa da solo), rimane il film di un grande talento che – spero – dirà molte altre cose al cinema. Ah, dimenticavo: ha vinto il premio come miglior regia.

Giancarlo Mazzetti

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