Film belli al Festival di Cannes 2012 – Amour, Michaele Haneke (recensione)

Anne e Georges, due arzilli ottuagenari uniti dalla passione per la musica classica, conducono una vita serena nel loro appartamento di Parigi. Li vediamo a teatro mentre assistono al concerto di un ex allievo, ormai pianista di successo, che li saluta calorosamente. Il mattino dopo lei ha un piccolo mancamento e viene ricoverata per un’operazione, il classico intervento a basso rischio di complicazioni che sembra già una condanna a morte. Infatti va male, Anne torna a casa in sedia a rotelle e chiede al marito di non portarla mai più in un ospedale, per nessun motivo. Da questo momento Georges la assiste nel suo rapido declino.

Nelle due versioni di Funny Games Haneke si divertiva lasciando una famiglia borghese in balia di due maniaci. Che poi la versione americana non è più brutta della prima, soltanto il cattivo moro è meno bravo (e non credo che Naomi Watts si concederebbe mai a Tim Roth). In Amour il soggetto è ben diverso, ma la mano del maestro si riconosce, eccome. Poca musica, ambientazione quasi integralmente domestica, tanto sadismo compiaciuto. Entriamo di straforo in una casa in cui nessuno è gradito, neanche la figlia Eva. Nostro malgrado vediamo tutto ciò che può accadere a una donna in fin di vita: lei che cade dal letto cercando di prendere un libro sul comodino, l’infermiera che le fa le spugnature, il risveglio con le lenzuola bagnate. Per Georges i compiti si fanno sempre più gravosi: non si tratta più di mettere la moglie a letto, accompagnarla in bagno, tagliarle la carne a pezzetti. Bisogna imboccarla con biberon e cucchiaino, calmarla mentre urla di dolore. Bisogna fare esercizi di dizione, perché ormai Anne si esprime solo a gemiti. Con straordinaria abnegazione Georges mantiene la sua promessa. I vicini si complimentano, la figlia protesta, finché non succede qualcosa di molto prevedibile in modo improvviso e scioccante.

Amour non è un capolavoro assoluto. Ci sono alcune scene incomprensibili, almeno ai comuni mortali (perché i quadri? E il piccione?), e un ritmo lento oltre misura. Però che esperienza vedere una storia del genere da questa angolazione, senza una colonna sonora da soap opera, senza nessun pietismo. Mi chiedo come abbia reagito Emmanuelle Riva, di anni 85, dopo essere stata contattata dalla produzione per la prima volta. Insomma, farsi la pipì a letto, sputare omogeneizzati, bofonchiare con la bocca storta. Magari porta bene. Comunque lei e il redivivo Trintignant, quattordici anni senza fare un film, sono perfetti e bene assortiti. Molto brava anche Isabelle Huppert, figlia nevrastenica e sentimentalmente confusa che parla di eredità davanti alla madre delirante. In sostanza, in un Festival piuttosto povero (nell’attesa di vedere Jagten, che nella rassegna Cannes e Dintorni non era incluso), credo che la Palma d’Oro sia tutto sommato giusta.

ALLARME SPOILER

Non definirei Amour, come molti hanno fatto, un film sull’eutanasia. Succede che Georges, dopo settimane di agonia, decide di soffocare la moglie con un cuscino. Personalmente sono favorevole all’eutanasia, anche se tutt’altro che ansioso di praticarla sui miei cari, per cui la cosa non mi scandalizza per nulla. Tuttavia non credo che Haneke abbia costruito il film come apologia della dolce morte. Non è Mar Adentro, in cui un tetraplegico Javier Bardem lotta per anni contro la Chiesa chiedendo l’iniezione letale. Anne non supplica George di ucciderla, né lui consulta esperti di cattolicesimo prima dell’estremo gesto. E’ una decisione estrema e repentina, per me la più logica, una scena prima inter pares tra tutte quelle che vediamo invadendo la privacy di Anne e Georges, senza essere invitati. Niente di più.

Graziano Biglia

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