Film carini al Festival di Cannes 2012 – De Rouille et d’os, Jacques Audiard (recensione).

Prima di entrare al cinema, conoscendo (come quasi tutti) Audiard, ero pronto per vedere un film eccezionale. Il film effettivamente è molto interessante sotto diversi punti di vista, ma i due-tre difetti che ho riscontrato sono un po’ troppo presenti nella pellicola, per lo meno per i miei gusti.

Iniziamo dai pregi. Audiard è bravissimo a mostrarci una realtà nella sua pura crudità materiale (come, con il senno di poi, era intuibile dal titolo). La sua telecamera non si allontana per un attimo dall’attaccamento quasi morboso ai suoi personaggi; siamo vicini, quasi dentro di loro, e comprendiamo le loro mosse per la sopravvivenza. Eccezionale l’utilizzo del controluce in alcune (brevi) fasi, con cui Audiard ritaglia e separa i protagonisti dal resto del mondo e che, nel caso della prima uscita dei due, serve da porta alla nuova vita di Stephanie.

I problemi, però, cominciano quando si inizia a parlare dell’intreccio narrativo. È vero che per il tipo di film in questione non è necessaria una costruzione troppo complessa, ricercata o sconvolgente, il punto chiave, del resto, è la voracità dell’approccio all’esistenza, non già la profondità teoretica degli avvenimenti che si susseguono. Ma c’è anche da dire che la vita (reale) non è mai tanto prevedibile quanto alcune fasi del film: dal momento dell’incidente in poi, chi è in sala sa già che l’incidente è grave, sa già che prima o poi Alì verrà richiamato dall’ottima Marion Cotillard (alla quale il furbino ha lasciato il numero in una delle prime sequenza del film), sa già che lui accetterà di vederla, che le farà riassaggiare il sapore della vita, che si rivedranno, che prima o poi finiranno a letto (anche se è molto divertente il modo in cui succede – come immagino sia stato per loro) e che, in un modo nell’altro, si staranno intorno reciprocamente per la successiva ora e mezza di film. Insomma, non chiedo una suspance da thriller mozzafiato, ma per lo meno sarebbe carino non sapere già (sempre) cosa sta per accadere.

(vi ricordo che lei non ha le gambe)

Fortunatamente la cosa interessante (che mi ha  sorpreso positivamente) non è che tra loro ci sia una relazione, o che questo legame prosegua più o meno linearmente, ma è come questa relazione si dipana dopo che un rapporto di fatto si è instaurato; i due si comportano fondamentalmente come due trombamici e lui, quasi emotivamente assente, sembra particolarmente disinteressato a qualsiasi tipo di implicazione amorosa – mentre lei, in fondo, ci spera perché è l’unica cosa che crede di poter riuscire ad avere dopo l’incidente. Tutto ciò che conta è il fisico, non solo nel rapporto tra i due, ma anche nella vita di Alì. Un fisico sempre  pronto a combattere, sempre pronto all’amplesso, sempre teso al limite dell’esplosione; una sorta di rabbia repressa sfogata tramite il corpo, utilizzata per vivere e per sopravvivere.

Un altro difetto, sempre narrativo, è il “terzo quarto” del film. Questa volta la giustificazione non la vedo proprio: non si capisce per quale ragione il riscatto di Stephanie debba farla diventare una specie di Gangsta dalle gambe di ferro; non si sente davvero la necessità di quei dieci/quindici minuti di film in cui sembra che il timone sia stato passato improvvisamente a Guy Ritchie (pur con tutta la stima che gli debbo).

Ad ogni modo, come già detto, stiamo parlando di un film girato da un maestro assoluto, che riesce perfettamente a rendere tutto ciò che vuole rendere (anche se, appunto, una buona regia è condizione necessaria per un buon film, ma spesso può non essere sufficiente). Anche gli interpreti sono interessanti: Matthias Schoenaerts – pur assomigliando (in alcuni frame) davvero troppo a DJ Francesco – lavora benissimo con tutto il corpo ed è perfetto per la parte, Marion Cotillard dimostra di essere brava e ormai completamente matura (per molti forse era ovvio, ma a me lei non aveva mai convinto fino in fondo).

Giancarlo Mazzetti

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2 thoughts on “Film carini al Festival di Cannes 2012 – De Rouille et d’os, Jacques Audiard (recensione).

  1. Caro Mazzetti, finalmente l’ho visto!
    Devo dire che anch’io mi aspettavo di più dopo Il Profeta, cionondimeno mi sono divertito parecchio. Alcune considerazioni:

    -il modo in cui finiscono a letto, in effetti, è molto divertente;
    -non capisco come mai lui si chiami Ali, pur non essendo affatto magrebino;
    -più che il terzo quarto alla Guy Ritchie (è vero però!) non mi è piaciuta la tranche finale, maledizione;
    -per tutto il film mi sono chiesto se, nonostante quel problemino alle gambe, avrei fatto l’amore con la Divina Marion. La risposta è sì.

    Un abbraccio, GB

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