Sesso in carcere: è un diritto.

Questa settimana ho deciso di lasciar perdere la politica tradizionale per dedicarmi ad una questione che trovo estremamente interessante (e comunque è in parte anch’essa politica). Tutto parte da un fatto preciso: qualche settimana fa, un uomo di circa sessant’anni detenuto nel carcere di Sollicciano (Firenze) ha chiesto al direttore un’autorizzazione per vedere la moglie da solo, lontano dagli occhi indiscreti delle guardie penitenziarie. Il Direttore, regolamento alla mano, ha puntualmente negato i permesso, ma il nostro non ha chiuso lì la questione, facendo ricorso al Tribunale di Sorveglianza, il quale ha interpellato direttamente la Consulta per risolvere la diatriba.

A ben vedere, stando a quanto affermato dalla Consulta, l’articolo 18 della legge sull’ordinamento penitenziario risalente al 1975, quello che afferma che gli incontri devono avvenire «sotto il controllo a vista e non auditivo del personale di custodia», violerebbe ben sei articoli della Costituzione: l’articolo 2, l’articolo 3, l’articolo 27, l’articolo 29, l’articolo 31 e l’articolo 32; tutti emanamenti in cui la Repubblica si pone quale garante dell’inviolabilità di certi diritti inalienabili, difensore e promotore dello sviluppo e dell’unità del nucleo familiare e dell’individuo singolo (qui il testo completo che spiega le ragioni della supposta incostituzionalità).

La presa della Bastiglia.

Una particolare attenzione è da dedicare all’articolo 27, nel quale l’Assemblea Costituente sottolinea con grande precisione come le pene debbano tendere alle «rieducazione del condannato». Nonostante qualche zoticone si sia perso tutto il dibattito sette-otto-novecentesco sull’istituto della pena e sia ancora convinto di vivere nell’Ancien régime, la Costituzione Italiana è ben consapevole dell’esistenza del pensiero moderno e contemporaneo sul tema, e prende posizione decisa sulla questione.

Io personalmente ho sempre avuto molte difficoltà a concepire il concetto di colpa e, per conseguenza diretta, anche quello di espiazione della stessa, ma, indipendentemente da come la si pensi a riguardo, credo che sia l’angolatura costituzionale il punto di vista da cui dovrebbe innescarsi il dibattito sul rapporto tra detenuti e sesso (o, più generalmente, intimità familiare); al di fuori da qualsiasi considerazione di carattere morale, credo che la domanda chiave sia: alla luce delle direttive costituzionali che stabiliscono il fine della pena, è più riabilitante permettere questi incontri, o lo è meno?

Dati alla mano, la domanda sembrerebbe avere una risposta abbastanza semplice, basti pensare al fenomeno dilagante dell’omosessualità – spesso violenta – nelle carceri e al fatto che dei circa sessanta detenuti su cento che si sono prestati al test del’HIV, quasi il 10% è risultato positivo (nei penitenziari è vietata la distribuzione di preservativi).

A chi ancora non fosse convinto, a chi non ritenesse il problema un vero problema, o a chi ancora non fosse persuaso del fatto che nelle patrie galere siano rinchiuse persone  con una dignità pari alla loro, o, ancora, a chi pensa che “in fondo chi è in prigione se lo merita” vorrei far notare che esiste una indicazione europea in tal senso – risalente al 1997 -, tanto è vero che in Danimarca e Olanda, ad esempio, esistono appartamenti privati in cui i condannati possono incontrare per qualche ora i loro cari; in Albania e in Croazia sono concessi incontri di quattro ore non sorvegliati; in Belgio, addirittura, stanno sperimentando delle abitazioni specifiche in cui il detenuto può restare per 48 ore insieme alla sua famiglia.

Ora bisogna attendere quel che dirà la Corte Costituzionale circa l’incostituzionalità della faccenda (a giudicare dalle motivazioni sollevate da Antonietta Fiorillo – presidente del Tribunale di Sorveglianza – dovrebbe essere confermata) e, nel frattempo, iniziare a ragionare sulle soluzioni.

Giancarlo Mazzetti

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