FINALI NBA 2012: gara 2

Quando nell’ultimo quarto di gara 2, a 7 secondi dalla fine sul più due Miami, Lebron va in lunetta con due liberi pesanti come una peperonata in agosto, l’ho guardato per bene, come la stragrande maggioranza delle persone collegate in mondo visione che hanno sfidato Morfeo pur di assistere ad un momento del genere. Il body language dice spesso molto più delle cifre e, nel caso di LBJ, ciò risulta vero più che nella maggior parte dei casi. Lebron non mastica la cicca, si mangia le unghie.

Lebron non tira mai fuori la lingua, al massimo si sistema la fascetta che gli serve a mascherare la calvizie incipiente. Tutto il mondo lo guarda perché è nei momenti “clutch” che si aspettano tutti di vederlo cadere, come già capitato in passato. Questa volta i suoi movimenti sono automatici, prende la palla tra le mani senza guardarla, esegue il palleggio per mettersi in ritmo, espira velocemente. Non ci sono esitazioni nel momento in cui le ginocchia si piegano, neppure quando il gomito va a 90 gradi prima che il polso frusti il pallone nel momento del rilascio. Per Lebron, questa volta, è solo lavoro. Come il bank shot  di pochi minuti prima, contro la difesa competente di Sefolosha. Questa volta il pallone è entrato nella retina ben prima che lasciasse i polpastrelli dell’omaccione.  Due su due, OKC ricacciata a due possessi di distanza, subito dopo che un non fischio arbitrale aveva deciso le sorti della partita a favore di Miami.

Questa serie rappresenta qualcosa di nuovo per James, e per gli Heat in generale da quando i suoi talenti sono stati trasportati nel sud della Florida. Nuova per Wade, che ammette di aver dovuto prendere una delle decisioni più difficili della sua vita dichiarando di essere “la seconda opzione della sua squadra”. Nuova per Spoelstra, che per una volta non è l’unico coach a dover gestire l’emozione della sua prima finale.

In questa serie finale i Miami Heat hanno capito di non essere i favoriti. Non solo per il pubblico e per gli addetti ai lavori, ma verosimilmente sono molte le crepe aperte all’interno delle loro stesse certezze. Se nella finale 2011 con Dallas nessuno avrebbe mai avuto un dubbio prima della palla a due, quest’anno Kevin Durant è più giovane, più simpatico, per certi versi più scherzo della natura di Lebron James. Russel Westbrook ha cifre migliori, migliora a vista d’occhio, ed è più atletico di Dwyane Wade. I Miami Heat, quest’anno, sono gli underdog e arrivano da dietro, di rincorsa, perché hanno capito che su un campo da basket c’è qualcuno che può essere migliore di loro. Nonostante tutte le apparenze, credo fermamente che sia proprio questa improvvisa epifania ad aver reso le cose più semplici per la squadra più odiata del paese perché è così che quintali di pressione vengono rimossi all’istante. Accettando l’imponderabile, che una sconfitta non sia più accolta come un disastro epocale e il fallimento di tutto un progetto, ecco che come per magia Lebron e Wade si sentono più leggeri. I campionissimi adesso danno ascolto al proprio allenatore (da sempre trattato come un sub umano addetto ai video, nonostante lo status), perché sanno che è li con loro, sulla stessa barca a remare nella loro direzione. Mi chiedono di attaccare a testa bassa il ferro? Io lo faccio. Ibaka mi cancella? Io, li dentro, ci ritorno appena posso perché questo è il game plan, questo è il mio lavoro.  Battier mette il testone e il corpicino davanti alla penetrazione di chiunque gli passi vicino? E allora Bosh fa la voce grossa sotto canestro. I Miami Heat, in queste prime due partite, hanno fatto il loro mestiere senza fare calcoli. Il fattore campo è loro.

Gara 2 scivola via veloce, con Miami che mette subito fieno in cascina arrivando al + 16 già a metà del primo quarto (18-2), grazie ad un splendido inizio di Battier che viaggia a percentuali sontuose nella serie e va in doppia cifra nei primi 12 minuti. OKC ci mette molto a reagire e solo verso la fine del terzo quarto si noteranno i primi, attesissimi segnali di risveglio, complice i cronici problemi di stagnazione dell’attacco di Miami e la voglia di reagire che caratterizza sin da gara 6 con gli Spurs la squadra di casa. Durant esordisce nel quarto e decisivo periodo con soli 16 punti a referto. Si mette in moto, e alla fine saranno 32 per lui, sempre clutch, sempre decisivo, riportando OKC ad un possesso di distanza e fallendo il tiro del pareggio grazie ad un contatto falloso proprio di James non ravvisato dai fischietti. Westbrook ne mette 27, proprio come in gara 1. Solo in apparenza sembra di rivivere la stessa partita di qualche giorno fa, eppure gli esiti sono diversi grazie alle poche ma fondamentali correzioni di Spo:

1 Bosh parte in quintetto, torna a giocare il suo solito minutaggio (38-40 minuti), contribuisce ad allargare il campo per le penetrazioni dei compagni e cattura 15 preziosissimi rimbalzi, che sono poi oro colato per una squadra come gli Heat.

2 Dopo una gara 1 in cui l’attacco di Miami ha registrato il più alto numero di jumper di questi playoffs (44), l’ordine forte è chiaro è stato quello di attaccare il canestro, sempre e comunque. Wade prende tre stoppate in un minuto da Ibaka, James ne subirà almeno altrettante. Ma l’attacco è più fluido, Battier continua a punire i raddoppi e soprattutto Durant e Westbrook vengono caricati di falli. Wade è più aggressivo e Lebron va DAVVERO in post basso. I movimenti sono sempre limitati ma da li, in più di un’occasione, sarà in grado di sfruttare il suo semigancio che ormai è diventato automatico in corsa (per conto mio, questo ed il floater sono la vera evoluzione di James negli ultimi 12 mesi).

3 Se Durant è costretto a giocare di meno e scendere in campo per tutti e 12 i minuti del quarto periodo, lo si deve al pick n roll di James con il giocatore accoppiato con KD. Lebron per due possessi consecutivi lo cerca, trova il cambio con Durant e lo punta col corpicione in penetrazione. Il quinto fallo alla fine del terzo quarto sarà decisivo.

Per parte sua Scott Brooks (personaggio monocorde, monotono e piatto) non fa nulla di diverso rispetto a gara 1. Miami va piccola e lui risponde come già in precedenza con KD in ala grande. I suoi big sono carichi di falli e viene salvato solamente da un James Harden che archivia l’orrenda gara 1 e produce come è lecito aspettarsi dalla reincarnazione afroamericana di Ginobili. Sefolosha viene replicato su Lebron per tutto il quarto periodo con risultati radicalmente diversi, e nonostante tutto arriva a giocarsi la partita all’ultimo possesso. Dal time out a pochi secondi dalla fine, OKC non esce con qualcosa di appariscente. Fisher rimette per Durant che crea, subisce il fallo ma non viene premiato dal fischio. Un po’ pochino, ma oggettivamente trovarsi sul due a zero dopo aver inseguito per 90 minuti su 96 sarebbe stato un po’ ingiusto. Lebron, come dicevamo, fa il suo mestiere dalla lunetta.

Gara 3 rimane sempre incredibilmente, schifosamente, impronosticabile. Ma i Miami Heat, seppur mai simpatici, potrebbero aver dimostrato di avere un cuore.

 

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