Oggi il Kitsch. A Milano le cattive maniere vanno e molto.

Il Kitsch alla Triennale di Milano.

Martedì ha inaugurato tra le mura della Triennale di Milano una mostra dedicata, a guisa di omaggio, di chiassoso e dovuto commiato, a Gillo Dorfles e ad un concetto sul quale una parte considerevole del suo pensiero è approdata: il kitsch. Per i giornali e per i cataloghi si troverà che il grande critico milanese ha curato la mostra; ma, si sa, questa è una ovvia quanto legittima gentilezza verso una delle colonne del sapere italiano e della volontà del pensiero estetico, che oltrepassa molte soglie fisiche e biologiche. Per inciso, e solo per quello, gli sforzi materiali per l’organizzazione e la curatela della mostra si devono a Luigi Sanone, Aldo Colonnetti, Franco Origoni e Anna Steiner – citati in ordine sparso così come sparsa e variegata è stata la loro poco compromettente partecipazione.

La  mostra è piuttosto superficiale. L’impianto teorico è assente. E la scelta degli artisti è alquanto discutibile, ancorché parziale. Dal Savinio meno kitsch che essere umano potesse immaginare ad un Felipe Cardena, invitato-miracolato che non ha né la forza concettuale né l’autonomia formale per condividere la sala con gli artisti che lo circondano, le opere e gli autori stessi risultano generalmente poco credibili. La presenza di una sala dedicata a quell’oscillazione del kitsch, la sua contaminazione del gusto più direttamente popolare ed espanso, dilagato nelle case e negli occhi delle borghesia e dell’uomo comune, sembra più un favore all’onnipresente Elio Fiorucci che una carrellata efficace di quell’edera-esotica e banale, bramosa e proliferante, che il fenomeno ha comportato – benché la suddetta sala sia quella che nell’ingenuità dilagante della mostra e di parte delle radici “sociali” intrinseche al fenomeno, riporta meglio e con compiutezza il senso di kitsch. Non ne voglia il Professor Dorfles per cui questa mostra corrisponde all’ennesimo e dovuto saluto alla sua città, ma i punti di fragilità e i passaggi incerti della collettiva sono molteplici al punto che rimane impressa e viva la sensazione che l’inserimento nella lista di artisti necessari come Wim Delvoy, Aldo Modnino, Marco Lodola addirittura, o alcuni Plumcake non avrebbero potuto di per se stessi salvarne e preservarne l’autorevolezza. Non è chiaro come possano coincidere, senza appigli critici e curatoriali evidenti, il concettualismo abbondante e stratificato di Corrado Bonomi con la superficie kitsch e iper-saturata di Cardena; così come non sembra possibile che dell’interessante e formalmente compiuto ciclo di Enrico Baj si siano potute scegliere opere a tal punto scadenti. Eppure il cattivo gusto di Milano non si è limitato ai muri di cartongesso rasato della mostra: in una Triennale finalmente gremita, festante per il grande critico in libera uscita, la direzione (o il sindacato cassiere, o entrambi) ha deciso di chiudere il bookshop antistante l’ingresso nelle sale della collettiva, alle 20.20 (con i dieci canonici minuti di anticipo da para-statali su un già ridicolo ed inadeguato orario di chiusura); lasciando a bocca asciutta e portafoglio pieno svariati acquirenti che non solo non godranno del mediocre catalogo fai-da-te-con-fotografie-non-post-prodotte, ma anche non si spiegheranno mai l’inoperosità dell’operosa Milano. E questo discorso, il bookshop deserto, l’insolenza della cassiera che monta il cordone anti-cliente, la miopia della direzione, rientrano nel più tipico linguaggio e nella più deteriore ed abituale concezione del marketing della cultura italiana. La Triennale non ha colpa. La Triennale non c’entra. Lo avrebbe fatto il Bargello così come gli Uffizi o la Biennale. L’Italia, in questo, una mano non sa darsela.

Corrado Bonomi. Piccoli uomini – Benito.

Al termine della deprimente mostra con l’insolente bookshop deserto il circo e la corte festosa si sono poi trasferiti nello spazio CityLife in Viale Duilio; dove, nella speranza di vendere alcuni degli appartamenti mai acquistati e in corso di costruzione, il Presidente e Amministratore Delegato di CityLife Claudio Artusi ha offerto una cena placée a circa 300 persone con un menù all’altezza dei suoi partecipanti. L’età media degli stessi, benché in evidente e forzata correlazione con quella dell’uomo per il quale questo carrozzone resiste nel suo provvido movimento, estrinseca e infilza con lucida esattezza il significato generale, il sentore che la comunità nutre nei confronti della Triennale e della sua programmazione: diffidenza. Milano perde con costanza e regolarità spasmodica, drammatica e borghesemente indifferente, ogni particolare occasione per essere quello che sogna si essere: una metropoli della cultura e del pensiero. Mostre come questa non sono dannose per via del fatto che ci fossero alla vernice 2.000 persone di cui solo 200 under 60, o che il post evento fosse una cena placée con posate d’argento nella quale il discorso meno eccentrico sarà stato il costo di un paio sabot di Prada ed il più attuale la grande vernice del ’62 della Galleria del Naviglio; questo è solo colore e poco utile sarcasmo. Il vero bolo e nucleo della problematica è che mostre così superficiali, scontate, improvvsate, non solo odorano di marchetta da parecchie miglia di distanza ma divengono anche il più efficace repellente per il dibattito.

Mi è dispiaciuto vedere il suo nome su questa mostra. Ma so che a lui dispiaciuto non lo è affatto.

A Gillo Dorfles non potrò mai rivolgere un richiamo o una voce di biasimo. A chi lo sospinge ancora alla sua veneranda età in operazioni commerciali di questa bassura, va invece tutta la mia rabbia frustrata. Perché Milano come non si dovrebbe meritare Acacia, la personale di Papetti, della Vanessa Beecroft, così non dovrebbe conoscere questo Dorfles morente nel pensiero; ed egli stesso non avrebbe mai voluto e dovuto avere tra gli artisti curati Felipe Cardena.

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3 thoughts on “Oggi il Kitsch. A Milano le cattive maniere vanno e molto.

  1. Ma vi ha dato +fastidio la chiusura anticipata, la cena pacchiana al Citylife, le orde di babbione e allegri vecchietti o, alla fine, la scelta degli artisti? Perché è solo su questo che bisognerebbe discuterne, il resto è solo da contorno. Ti dico solo che il quadro di Savinio – che peraltro trovo davvero divertente e pertinente con la mostra – Mazzotta lo aveva già piazzato nella precedente mostra “Pelle di donna”, sempre in Triennale, un altro calderone con dentro di tutto e di +, peccato avessero toppato alla grande la data, scrivendo su dida e catalogo il 1953, quando il pittore era già morto! E anche questa mostra alla fine è un enorme minestrone, che cosa si può pretendere da un titolo così generico? Ovvio che al massimo sono riusciti ad avere qualche litografia di Dalì, è già tanto se riescono a stare aperti! Ma il vero difetto di questa mostra, che peraltro mi è piaciuta, è che mancava una cosa fondamentale: il libro di Dorfles sul Kitsch! L’ultima edizione risale a 20 anni fa e pare sia introvabile. Nel bookshop solo tre copie – tre! – di quella in inglese. “Costava troppo ristamparlo, magari prova a cercare nelle bancarelle dell’usato” mi è stato detto….no comment.

    • Hai centrato l’argomento.
      In realta’ la cena e il bookshop sono in effetti uno sgradevole e truffaldino contorno – il secondo ingrediente e’ indigesto e dannoso.
      La mostra e’ il vero problema. Superficiale e poco curata.
      L’opera di Savinio non e’ contestualizzata e anche se lo fosse ci vorrebbe un artificio critico per inserirla in una collettiva sul Kitsch. Perche anche considerando l’anno dell’esecuzione e l’oggetto dipinto non trovo vere manifestazioni di quel sintomo sociale che la mostra propone.

      Per quanto riguarda il testo di Dorfles di 3 decadi fa, ci sarebbe voluto un accordo con l’editore per la ristampa con minimi garantiti e soglie di vendita. Tutte istanze che una scialba collettiva pre-estiva in Triennale non ha la velleita’ di permettersi.

      Il sunto finale e’ che di questa collettiva rimane solo il legittimo e agrodolce commiato ad una grande mente; tutto il resto e’ noia italiota di basso legnaggio.

      Grazie del commento!

  2. Pingback: L’erba del vicino è sempre più verde. Arte a Parigi. | POTATO PIE BAD BUSINESS

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