Weekend con il Morto – Charles Dickens

Oggi Charles Dickens avrebbe 200 anni. Le storie che ha raccontato durante una lunga carriera da scrittore sono probabilmente alcune delle più famose conosciute dalla letteratura di tutto il mondo. Ma non è mia intenzione oggi parlare dei romanzi di Dickens. Ci sarebbe da dire talmente tanto da uscirne storditi. L’autore vittoriano ha vissuto l’epoca dei più grandi cambiamenti sociali che sia mai stata vissuta dall’uomo. Può essere più interessante, quindi, capire quale fu il mondo in cui visse lo scrittore.

Nel XIX° secolo in Inghilterra si veniva imprigionati per fallimento personale, ovvero se non si era in gradi di far fronte alle richieste dei creditori si finiva in galera. Se anche oggi ci fosse una legge del genere le strade diventerebbero delle ‘carceri a cielo aperto‘, soprattutto certi luoghi in cui la speculazione finanziaria ci ha ridotto ad essere schiavi del soldo. Al tempo di Charles Dickens più che oggi, si veniva al mondo se si avevano dieci sterline in tasca, altrimenti sarebbe stato inutile anche provarci. Chi veniva incarcerato per debiti poteva decidere di portarsi in carcere l’intera famiglia e così fece infatti John Dickens il padre di Charles. Ma il piccolo romanziere si rifiuta e finisce a lavorare, giovanissimo, in una fabbrica di lucido da scarpe che ha il suo stabilimento sulle rive del Tamigi, a Blackfriars. Londra in quegli anni è la città più grande e multietnica al mondo, circa 4 milioni di persone lavorano e vivono in questa babele urbana che conduce il mondo verso il cambiamento. Ma vivere a Londra nel 1850 è come essere sospesi in un tempo e luogo indecifrato. I treni a carbone che attraversano la città ricoprono di una nube grigiastra l’intera zona urbana, le fogne sono in fase di costruzione e la maggior parte degli abitanti della città utilizza il fiume come latrina; i cimiteri sono sovraffollati e in molte zone della città i morti si seppelliscono nel proprio giardino di casa. La criminalità e la malavita erano la principale fonte di occupazine per la maggior parte degli abitanti e lo sfruttamento del lavoro minorile era perfettamente legale. Camden era China Town, Spitafields era la zona indiana della città. Per chilometri sotto terra si snodava una rete di tunnel e camminamenti – ricavati dalle vecchie catacombe cristiane del 1200 – in cui si nascondevano le fumerie d’oppio che davano rifugio a migliaia di poveracci.

Charles Dickens si avventura spesso, di notte, nelle zone più malfamate della città-fornace e osserva. I personaggi dei suoi romanzi così come li descrive e li racconta sono depurati dai particolari più macabri e rivoltanti della natura reale dei loro corrispettivi viventi. Storpi e mutilati, poliomelitici e lebbrosi si aggirano per le strade di Londra che non sono ancora battute dalle carrozze e il fango ricopre il 70 per cento della superficie calpestabile della città. Tra Baker Street (famosa per essere la residenza di Sherlock Holmes) e Paddington viene aperta, nel 1863, la prima linea metropolitana del mondo. Quando il romanziere inizia a scrivere e raccontare la città in cui vive e la sua popolazione riscuote subito un grande successo perché ritrae la vita ordinaria del cittadino londinese nel momento stesso in cui questa si svolge: è un ritratto istantaneo del tempo inafferrabile che tutti si trovano a vivere e che risulta inafferrabile e incollocabile dagli attori stessi delle vicende raccontate.

Charles Dickens è un predatore di storie e la sua scrittura è giornalismo più che letteratura. Quando la sua fama inizia a procurargli un cospicuo gruppo di lettori e ammiratori Dickens diventa un avventore scomodo nei locali pubblici e la sua penna un’arma pericolosa per chi comparirà poi sulle pagine delle sue riviste e dei suoi romanzi che escono a puntate. Chi ha qualcosa da nascondere, ha paura di ritrovarsi raccontato e descritto sotto pseudonimo in una storia di denuncia sociale. Un recente romanzo di Dan Simmons, Drood, racconta gli ultimi 5 anni di vita di Charles Dickens che si affanna alla ricerca di un fantomatico personaggio di origine egizia che si diletta nell’uccisione dei poveracci ai quali poi asporta gli organi per alcuni riti religiosi egizi nelle catacombe di Spitafields.

Non sempre, dunque, il romanzo dickensiano è riconducibile alla storiella di natale sull’avarizia, o al racconto della vita di un bambino orfano che trova ospitalità presso la casa di un misericordioso signorotto altolocato di Paytonville. La sua scrittura, se si legge tra le righe, è acre e le storie, quanto di più attuale possa essere oggi descritto tra quello che succede nei vicoli di Bombay o nei sobborghi di Shanghai, denunciano una condizione umana che sta pagando il prezzo del cambiamento e, in ultima istanza, del progresso. Per questo motivo negli anni successivi alla sua morte la sua opera è stata spesso bandita dai salotti borghesi dei letterati e degli intellettuali – come ad esempio è successo per il Bloomsbury di Virginia Wolf – perché considerata pura descrizione macabra della realtà, senza essere ricoperta dal presunto velo aulico della poesia che, per molti era condizione necessaria di una buona letteratura.

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