Berlusconi, pazze idee e lotta per la sopravvivenza.

È un po’ di tempo che Berlusconi studia Grillo, questo lo sapevamo. La comunicazione è sempre stata fondamentale per il Cavaliere (diciamo pure che era tutto ciò che aveva) e perdere contro un altro eccellente comunicatore – gli ultimi sondaggi darebbero il Movimento 5 Stelle sopra il Pdl – dà modo all’ex Premier di provare ad andare avanti giocando ancora la partita con la sua arma migliore.

A ben vedere, comunque, tutti i partiti hanno il dovere di guardare al Movimento 5 Stelle come ad un avversario da cui imparare e con cui confrontarsi; non è una questione morale, ma il naturale processo dialettico di tesi (i partiti), antitesi (il Movimento) e sintesi (ciò che sarà della politica) a cui chi non vuole perire dovrà sottostare – non sono un hegeliano di ferro, ma talvolta questo schema semplifica molto il discorso e risulta molto applicabile.

Per un apparente paradosso (in realtà spiegabilissimo), il Pdl, che è certamente è stato uno dei mali maggiori della politica degli ultimi anni, è in una posizione decisamente migliore, rispetto ad altri, per attuare un cambiamento di pelle radicale che risulti anche  efficace; un po’ perché ha veramente toccato il fondo – è al suo minimo storico – e quindi può giocarsi il tutto e per tutto senza avere nulla da perdere, un po’ perché un partito completamente distrutto e molto più semplice da ri-formare.

Sopravvivere, per i 5 Stelle, vuol dire solo – per ora – dimostrare di saper fare ed essere in grado di organizzarsi in un modo da avere una credibilità anche a livello nazionale, mentre per gli altri partiti, la via della salvezza potrebbe chiamarsi “liste civiche“. Se prendiamo il Pdl e il PD a titolo esemplificativo, l’uno come partito da rifare da capo, l’altro come partito che resiste, ma che è comunque in perdita (e che deve quindi far qualcosa per smettere di perdere), possiamo vedere le due estreme applicazioni di questo salvagente.

PDL. Il problema del Pdl è che, in quanto partito-persona, non può stare senza Berlusconi, ma allo stesso tempo, come lo stesso Cavaliere dichiara, non può più contare su Berlusconi in qualità di «centravanti», ma, al limite, nel ruolo di «allenatore». Se traduciamo questa metafora calcistica in fatti politici, si potrebbe pensare ad un’azione di questo tipo: Berlusconi, alla maniera di Grillo, potrebbe diventare una sorta di logo in franchising, una sorta di timbro di garanzia.

Silvio Berlusconi e, a DESTRA, Daniela Santanché

Con qualche punto chiave da rispettare su cui giocare la campagna elettorale comune (immagino il solito «meno tasse» accompagnato da qualche nuova trovata – tipo meno Merkel per tutti) il nuovo marchio-Berlusconi (che verosimilmente non si chiamerà più Pdl) potrebbe raccogliere sotto di sé, cioè allenare, tutte quelle singole liste civiche che si sentono vicine alla sua politica, ma che vogliono un cambiamento. Alcune saranno liste spontanee, altre saranno semplici vecchie correnti pidielline travestite (come la possibile lista Santanché). Credo sia molto probabile che vi sarà anche una Lista Berlusconi, che comunque il suo 12% solo per il fatto di esistere se lo porta a casa.

In questo modo il nuovo-Pdl non potrà più essere tacciato di vecchiaia (i giovani formattatori Pdl avranno sicuramente una buona fetta della torta) o di essere legati alla solita politica, ma si presenterà come partito costruito dal basso, dalla gente, semplicemente riunita sotto un simbolo, che (ci scommetto) sarà reclamizzato come simbolo di libertà. Questo potrebbe bastare per recuperare i voti degli astenuti, per far tornare qualche fuggiasco dal M5S e, attenzione, a usare la carta dell’antipolitica contro il diretto avversario PD, che verrà descritto come un dinosauro da abbattere. È quello che la sua gente vuole, ed è quello che Lui le darà.

PD. Il Partito Democratico, al contrario, esiste ancora, ed è anche il primo partito d’Italia. Tuttavia, quel 2% circa perso negli ultimi tre giorni prima delle Amministrative e la sconfitta a Parma devono far pensare. Da questo punto di vista, le liste civiche dovrebbero servire al PD per mantenere il primato. Naturalmente le “liste” non sarebbero costitutive di un nuovo partito, ma si affiancherebbero a quello già esistente, lo completerebbero.

Roberto Saviano e il buon Zagrebelsky

Si parla, ad esempio, di una probabile lista civica appoggiata da Saviano (che fortunatamente non dovrebbe candidarsi), che darebbe un contributo significativo sui temi della giustizia – difficile non pensare che ci sarà anche Zagrebelsky; Scalfari ha poi suggerito a Rodotà di presentare una sua lista (già negli anni ’70 aveva fatto un’esperienza con una sua lista indipendente dentro il PCI), ma questi non sembra convinto. C’è poi l’opzione ALBA, ma l’incontro ufficiale è stato rimandato al 30 giugno (e spero di riuscire ad andarci), quindi si sa ben poco – ma il rapporto con Bersani è già piuttosto altalenante.

Da questo lato, insomma, le liste potrebbero servire per portare competenze e partecipazione dal basso a partire da qualche tema caldo.

Altri. Per tutti gli altri la situazione è in sospeso, anche perché dipenderà molto dalla legge elettorale: se l’operazione “liste civiche” dovesse davvero avere luogo e funzionare (soprattutto a destra), è molto probabile che la legge elettorale non verrebbe cambiata e si andrebbe alle elezioni con i due grandi agglomerati di centro-destra e centro-sinistra. Sarebbe da vedere, naturalmente, la posizione di Casini (che nel frattempo il “Cirano” Berlusconi continua a far corteggiare dal “bello ma stupido” Pisanu) e, in generale, tutto quello che sta avvenendo nel fu Terzo Polo.

Giancarlo Mazzetti

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