Weekend con il Morto – Jean Paul Getty

Jean Paul Getty. Un piccolo fottuto genio.

Jean Paul Getty era un uomo tirchio. Non un avaro; ma un tignosissimo e maledetto braccino. Era attento a tutto. E forse per questo, in un periodo di forti cambiamenti, e di grandi cannibalizzazioni economiche, sociali, naturali – gli anni Venti – diventò uno dei più straordinari miliardari del mondo. Getty rinunciò di pagare la somma di due miliardi di lire come riscatto per il rapimento del nipote all’n’drangheta. E solo un orecchio tagliuzzato e ben incartato via posta lo convinse all’esborso. Quando il nipote tornò a vedere la luce della costa ovest degli States, tuttavia, glieli chiese indietro, i due miliardi. Eppure quell’esserino di un metro e cinquantanove centimetri, spesso ritratto in doppio petto più che gessato, a striature di due centimetri l’una, aveva uno dei nasi più fini e maledettamente accursti di tutto l’ecosistema di squali e affaristi dell’interno pianeta. Qualsiasi libro di storia economica potrà raccontare del suo impero energetico, dei suoi investimenti immobiliari, della sua vena anti-libertaria e piuttosto ostativa, oligarca. Moltissimi economisti parleranno delle sue trattative poco ortodosse e molto rapide per il controllo e lo sfruttamento dei territori ed in particolare dell’Alaska.

E forse in molti potranno anche parlare del museo che dalla sua collezione è nato ed è cresciuto ed ora è noto come uno dei più innovativi moduli museologici del mondo. Per carità questo non è certo del tutto merito del piccolo diavolo Getty; eppure proprio da quegli anni selvaggi, dai guadagni spropositati del petrolio deriva e ingrossa quella vena zelante e cavernosa che per anni ha pulsato nei toraci di uomini straordinari e senza tempo e che ora, invece, mediante una declinazione tassonomica precisa appartiene a molti che il più delle volte la depauperano: la voglia di collezionare, possedere, avere oggetti, elementi, pensieri puri, Arte.

Jean Paul Getty era un grande collezionista. Come molti miliardari dei primi anni del Novecento comprava di tutto. Da oggetti e reperti archeologici a quadri e sculture. Il suo essere tirchio lo portava a trattative probabilmente estenuanti, lo provocava sino al punto esemplare di dover perdere il sogno narcisistico del possesso e poi lo sospingeva sino al completamento di quella proiezione. Getty fu un collezionista in grado di mettere insieme con neghittosa e riottosa scontrosità, con disamore e disappunto, con ogni dovuta e necessaria contraddizione e lesionistica auto-distruzione, più di tremila opere. Spesso di straordinario valore estetico e d impatto concettuale. D’altronde, chi è in grado di sconfinare oltre i limiti morali di qualsiasi tolleranza umana e di libero mercato economica non può che essere collezionista villano per trattamento mercantile e sublime per fiuto, indirizzo e scelta del lavoro artistico. La vita di Getty, la sua vorace e controllata dimensione di collezionista, inaugura una fase, un rapporto tutto particolare con il lavoro dell’artista; dove la dimensione del possesso è il fulcro sensibile della questione. Getty non ha mai temuto di possedere un opera, di esporla nella sua casa di Santa Barbara o di Parigi. Perché avrebbe dovuto? Lui, il grande miliardario che nessuno aveva il coraggio di contraddire. Da questa figura, da uomini come lui, fieri decisori nonostante tutto, si è consolidata la filiera dei collezionisti duri e puri, di persone che decidono di pagare una somma per acquisire un feticcio, un simulacro depositario di un pensiero, di un’idea. Conosco persone, immagino persone, che si sono fatte deridere per i quadri appesi ai loro muri. Per essersi magari comprate un taglio di Lucio Fontana nel 1951. Da questi piccoli geni del male, che ora godono forse di fronte ai numeri, o più probabilmente di fronte alle loro opere, sono discese matasse di omuncoli che collezionano per far parte di lobby, lobbyne, finanziarie o sociali o para-culturali che nessuno comprende all’infuori della cerchia che le alimenta.

Nessuno di questi però è un miliardario tirchio e incarognito. E neppure un cazzutissimo collezionista che con cinquecento euro o dieci milioni, decide di comprare l’anima di un’idea per il gusto di possederla. Di andare a dormire guardando quel sogno e sentirlo dentro le prorie lenzuola.

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