Primavera Sound 2012

HIPSTER STIPSI

Nessuno dovrebbe essere obbligato a scrivere alle quattro e trentacinque del mattino, dopo aver preso un autobus che ha l’odore delle uova dopo un mese di scaffale (e un anno e mezzo di frigorifero). Le Nazioni Unite disapprovano, dio presto morirà, e la lavatrice vive di più con calfort. Non è che tiro in ballo la storia delle uova tanto per parlare o per farmi figo. Venite pure a controllare nel mio frigorifero. Venite a chiacchierare con i miei pomodori, alcuni di loro, molti di loro a dire il vero, si laureeranno prima di me. Mi mandano un biglietto ogni natale per farmi sapere che loro stanno bene. I loro figli, quando mi vedono, mi chiamano Sai Baba.

La cosa bella di esserci fatti lo sbatti biglietti ieri è che non ce lo siamo dovuti fare oggi.

Il mio primo impatto con il Primavera Sound 2012 è stato onirico. Non sto parlando di droghe, non sto parlando di una qualche strana sensazione che mi ha fatto citare (a caso) il Buon Calderon, no: il mio primo impatto con il PS2012 è stato onirico nel senso che il primo gruppo, gli Archers of Loaf, me lo sono ascoltato dormendo. Pare che dormissi proprio bene. Sono riuscito a non litigare con nessuno, nonostante tutto il mondo volesse svegliarmi, e nonostante io sia una delle persone più violente, quando si tratta di essere svegliati. Bere birra, alle volte, diventa qualcosa di molto simile ad un lavoro.

Avremmo voluto fare un botto di foto, ma facendole al buio sarebbero venute malissimo, e di foto orripilanti il web è già strapieno. Avremmo voluto, ad esempio, fotografare il buon Mark Arm (Mudhoney) mentre mandava messaggini alla mamma dalla hall del suo hotel, ma alla fine ci siamo detti che nessuno merita di essere ripreso in pose così imbarazzanti. Soprattutto non se ha appena fatto uno show, e ha fatto in modo che io potessi prendermi simpaticamente a legnate con persone dalle quali, nella vita, non accetterei nemmeno un sorso d’acqua. I Mudhoney hanno fatto il loro dovere. Fossi stato io i Mudhoney, avrei fatto solo pezzi del primo EP (Superfuzz Bigmuff), ma io non sono i Mudhoney. Se fossi i Mudhoney starei scrivendo messaggini alla mamma, invece sto scrivendo stronzate per un sito. Un esperimento curioso sarebbe trasporre tutte queste (tiro ad indovinare) trenta righe sotto forma di sillogismo stoico. Hipster Dixit. Hipster Stipsi.

Poi siamo andati a vedere i Wilco che però non avevano molta voglia di suonare, e che a tratti sembravano i cugini hipster di quelli che io e Manuela abbiamo visto a Milano qualche tempo fa.

Dopodiché un foggiano ci ha istruiti sulla raccolta (legale) dell’oppio in quel di Toledo, un passatempo che tira in mezzo, a suo dire, un po’ tutti i punk a bestia italiani. La Bayer coltiva papavero da oppio in tutta europa. Io ero convinto che ormai la morfina la sintetizzassero, ma a quanto pare invece continuano a prenderla dai fiori. Mah! Umberto Tozzi.

I Refused mi hanno sorpreso. Non li conoscevo per niente e mi hanno davvero divertito. Qualcuno mi ha detto che sono svedesi. A me sembrava che per portare via il cantante ci fosse bisogno di cinque o sei eserciti. Ha pure fatto finta di essere morto mentre la band si lasciava andare in uno strumentale ossessivo compulsivo.

Un capitolo a parte lo meriterebbe l’ultima band della serata, una band con un nome lunghissimo che non ho voglia di andare a recuperare sul programma, e che ha fatto sembrare il viaggio in bus di cui sopra un’esprienza piacevole (anzi, paradisiaca). Monocordi da un accordatura strana – la musica ti spostava – se il tizio pestava sulla gran cassa Mao Tse Tung armava il popolo, effetto stranamente ipnotico: mi stanno bombardando e voglio dormire sotto le bombe. Il nostro albergo è di fianco ad un asilo, tra pochi minuti sarò già sveglio perché quei mostri insaziabili vorranno fare merenda. Callisto Tanzi saprà punirli.

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