I Miti dell’Europeo – Danimarca (1992)

Il racconto del campionato Europeo di Svezia ’92 è in realtà una delle favole più famose del mondo. E’ la storia sempreverde di Cenerentola, capitata per caso nel salotto buono del calcio che conta, che riesce a trionfare nonostante lo sfavore dei pronostici. La Danimarca campione d’Europa era una barzelletta, una squadra senza nulla da perdere formata da buoni giocatori in bermuda fino a pochi giorni prima del calcio d’inizio, un bambino che sfida gli adulti a braccio di ferro. Un miracolo, insomma. Una vera storia di sport, di quelle che ti fanno tifare, da spettatore disinteressato, che ti fanno esultare e stare dalla parte del più debole sempre e comunque. Non esiste un giocatore rappresentativo di quella formazione, nessuno all’infuori dei confini danesi si ricorderà mai 4/11 della formazione titolare, o chi segnò i gol in finale alla Germania, eppure in questi giorni che ci separano dall’inizio di Ucraina & Polonia 2012 il nome della Danimarca sarà sempre più ricorrente.

All’epoca avevo 8 anni e sapevo già di essere interista. Lothar Matthaus aveva appena lasciato la mia squadra per tornare in Baviera come libero, dopo aver alzato un pallone d’oro e due Coppe Uefa che mi sono goduto in televisione, e il presidente dell’F.C. Internazionale faceva fortuna grazie al business delle mense scolastiche (tra cui la mia Gino Capponi). Il 1992 dunque fu un anno molto curioso per la mia esperienza calcistica, perché volevo assolutamente rifarmi dalla cocente delusione subita ai mondiali casalinghi due anni prima grazie alla sconfitta della Nazionale italiana nelle semifinali contro l’Argentina di Caniggia e Maradona. Purtroppo l’Italia non si qualificò, non riuscendo a superare un girone complicato vinto da ciò che rimaneva dell’URSS, e a Svezia ’92 ci andarono proprio gli ex sovietici al posto nostro costringendo la FIGC ad esonerare quel pirla di Vicini avvicendandolo con l’Arrigo nazionale. Allo stesso tempo Euro 92 rappresentò un’eccezionale fotografia della cartina geopolitica europea del periodo, che proprio a causa della dissoluzione dell’Unione Sovietica vedeva la partecipazione della C.S.I., la Comunità degli Stati Indipendenti, e permetteva a tutti i tedeschi e agli amanti del calcio di assistere per la prima volta dalla seconda guerra mondiale ad una nazionale rappresentativa di un paese finalmente unificato. Poco prima dell’inizio degli europei, oltretutto, scoppiò il conflitto dei Balcani che costrinse la FIFA a far ritirare la Jugoslavia dalla competizione, ben prima che questa si ritirasse dalle mappe. “Dovevo cambiare la cucina, ma mi chiamarono per giocare in Svezia”. Furono queste le parole del c.t. danese, eliminato nei gironi di qualificazione, quando ricorda alla UEFA la chiamata a partecipare alle fasi finali degli Europei. Due settimane di preparazione, il miglior giocatore che rinuncia alla convocazione, un girone di ferro.

Agli europei di Svezia ‘92 quindi, gli ultimi della storia a 8 squadre divise in due gironi, presero parte Svezia (qualificata di diritto come paese organizzatore), Francia, Inghilterra e Danimarca da un lato e Olanda, Germania, Scozia e URSS (nel frattempo ribattezzata C.S.I. per la dissoluzione dei confini sovietici) dall’altro.

Solo a guardare il blasone delle squadre partecipanti, non era difficile concedere il favore dei pronostici alle formazioni più titolate, tra cui i campioni d’Europa olandesi di Van Basten, Rijkaard e Gullit e i campioni del mondo teutonici che annoveravano tantissimi campioni stagionati provenienti dal nostro campionato (tra cui il mio idolo Andy Brehme, Thomas Hassler, Rudi Voeller e Jurgen Kohler). Sullo stesso livello la Francia del nucleo Olympic Marsiglia, con in testa Jean Pierre Papin, ed Eric Cantona, quando ancora non faceva l’attore e non tirava calci rotanti. Un gradino indietro invece i padroni di casa del parmense Thomas Brolin, cui qualche chance spettava di diritto, e l’Inghilterra di Alan Shearer. Per quanto riguarda tutte le altre invece, diciamo che neppure Emilio Fede avrebbe pensato di scommetterci 100 euro.

Nel pieno dell’estate svedese, la stagione in cui si schiudono le zanzare, la Danimarca non presentava giocatori molto rappresentativi, ad esclusione del portiere saracinesca Peter Schmeichel e il fratello scarso dei Laudrup, Brian, che avrebbe vinto in seguito uno scudetto con la maglia del Milan un paio d’anni dopo. Insomma, nessuno se li cagava di striscio. In effetti i risultati delle prime due partite non furono per niente entusiasmanti per i danesi, che esordirono con un noiosissimo 0 a 0 con l’Inghilterra e persero di misura (1 a 0) con i cugini svedesi trovandosi immediatamente con le spalle al muro. Una situazione disperata, che sapeva di beffa ulteriore per la Danimarca, visto che avrebbe dovuto battere la Francia nell’ultima partita e tifare per l’odiata Svezia, già qualificata, contro l’Inghilterra. Il tutto mentre nel girone opposto Olanda e Germania rispettano i pronostici, vincendo entrambe con la Scozia e pareggiando con gli ex bolscevichi ipotecando la qualificazione. Con le spalle al muro, e lo sbeffeggio dei vicini confinanti letteralmente dietro l’angolo, i danesi gettano il cuore oltre l’ostacolo e vanno a superare i transalpini per due a uno, nonostante un gol meraviglioso di Papin abbia messo a dura prova le coronarie di molti appassionati di pallone, approdando così direttamente alle semifinali del torneo. Li aspettava l’Olanda dei milanisti, mentre dall’altra parte la Germania se la vedeva con la Svezia.

Le ultime due partite prima della finale del torneo furono bellissime, con finali thriller da batticuore. Tutti i sogni di un paese intero furono infranti dalla praticità tedesca, che se ne sbarazzò incurante di tutto. Sopra due a zero, i teutonici resistettero alla rimonta dei padroni di casa, portando a casa la finale vincendo per 3 a 2.  Da parte sua, a due partite dalla gloria, la Danimarca non avrebbe più fatto calcoli contro i campioni d’Europa in carica. La partita filò via liscia e interessante, con gli outsider in vantaggio per ben due volte e per ben due volte raggiunti da Rijkaard e Bergkamp. Arrivarono i calci di rigore, e arrivò il momento di Marco Van Basten. Proprio lui, il cigno di Utrecht, quello che tirava quei rigori col saltino che tanti bambini hanno provato e riprovato a scuola, il campione leggero e sinuoso che avrebbe vinto 3 palloni d’oro, si incarica del secondo tiro per i papaveri. Il saltino, come da programma, poi la rincorsa anni 80, la freddezza nello sguardo di un giocatore che ha fatto la storia del calcio con una caviglia sola. Parato.

Fu l’unico errore della serie e la Danimarca in finale contro la Germania.

La finale di Euro 92 è forse la parte più scontata della favola. Tutti i segnali portavano verso quella direzione, una sensazione istintiva, quasi animale, come spesso accade quando si è convinti che nemmeno la Madonna sia in grado di modificare il corso degli eventi. Provate a chiedere ad un qualunque tifoso del Milan come pensava, dopo che Shevchenko sbagliò il gol più semplice della carriera tirando addosso a Dudek, come sarebbe finita la partita.

Due a zero, Danimarca campione d’Europa.

Una grande storia di sport.

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4 thoughts on “I Miti dell’Europeo – Danimarca (1992)

  1. Se ci fosse stata la Jugoslavia, avrebbe vinto la Jugoslavia. Era fortissima e ai vertici in almeno 3-4 sport di squadra (calcio, basket, pallanuoto): estro croato e compattezza serba, con tocchi di fantasia macedone e montenegrina. Prima che decidessero di smembrarsi, ammazzarsi e lanciarsi bombe.

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