Film carini – Margin Call, J.C. Chandor (recensione)

Gianni Morandi, Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri.

In tempi non sospetti, nel 1987, Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri e Gianni Morandi cantavano un motivetto che riassume bene ciò che penso del film: «si può dare di più». Il senso di questo commento va inteso in due direzioni, da una parte sottolinea le inevitabili mancanze di un film d’esordio – ricordiamo che J.C. Chandor è sia regista che sceneggiatore -, dall’altro una grande fiducia per il futuro un autore che sembrerebbe aver davvero qualcosa da dire.

Una delle poche sequenza all’aperto. Sotto i piedi di Will c’è Manhattan.

Il film narra le 24 ore che precedono l’inizio della crisi finanziaria del 2007 viste dall’interno di una banca di credito statunitense – certamente ispirata alla Lehman Brothers, che guarda caso in quel periodo ebbe problemi molto simili con la questione dei cosiddetti titoli tossici. Protagonista del film è, dunque, il cervello di uno di quei palazzi di Manhattan che l’ottimo Brad Pitt faceva saltare una decina di anni fa in Fight Club; come delle monadi impenetrabili, le cui azioni determinano le sorti del mondo intero (il punto di vista rimane appositamente quasi sempre in alto, per segnare il distacco con la «gente normale»).

Siamo in un momento molto particolare della vita dell’azienda, un momento in cui bisogna decidere se salvare la pelle, salvare l’onore, o salvare lo status quo. Dalla scoperta (quasi casuale) di non avere più la «terra sotto i piedi» (cioè soldi più o meno veri), alla decisione di vendere irresponsabilmente come se non ci fosse un domani, il film è in grado di mostrarci i diversi livelli di responsabilità della scala sociale interna all’azienda e di riordinare i vari personaggi secondo diverse scale gerarchiche: Peter Sullivan è certamente il più competente con i numeri (e infatti è un “modesto” e giovane analista), Sam Rogers il più eticamente puro, John Tuld il più freddo e spietato, Jared Cohen il più abile arrampicatore sociale.

Jeremy Irons, è lui il capo di tutta la baracca.

Siamo dentro al nucleo più intimo di moralità dei personaggi, ma non perché sono stereotipati e semplificati, quanto, piuttosto, perché gli avvenimenti determinano una sorta di ritorno allo stato di natura; «siamo al dunque» ripete continuamente il boss, e bisogna decidere se continuare a giocare (a costo di giocare sporco), o farsi crollare tutto sotto i piedi. «I soldi sono solo pezzi di carta che servono a non ammazzarci per  ottenere un pezzo di cibo», ma se il sistema sta per crollare, viene meno qualsiasi tipo di accordo e di umanità. Mors tua vita mea, come si suol dire.

Come avviene spesso in film di questo tipo (cioè con poca azione e molti dialoghi), la chiave della buona riuscita sta nel testo e nella recitazione. Per quanto riguarda la sceneggiatura, quella di Chandor bisogna dire che non è perfetta (a volte mostra dei veri e propri buchi, altre ricade in strutture un po’ troppo convenzionali, talvolta suona quasi ripetitiva), ma in alcuni momenti è davvero efficace ed è in grado di trasformare semplici conversazioni “di lavoro” in un vero e proprio thriller di medio tensione (e non è cosa da poco).

Kevin Spacey, invecchiatissimo, ma pur sempre impeccabile nella parte.

Dal punto di vista della recitazione, siamo costretti a dividere il cast in almeno due fazioni: da una parte la vecchia guardia, con uno strepitoso Jeremy Irons (buonissimo anche il doppiaggio per lui), un sempre impeccabile Kevin Spacey (anche se con almeno dieci o quindici chili di troppo) e uno Stanley Tucci in grande spolvero; ben al di sotto, invece, i giovani, ovvero il pessimo Zachary Quinto – che va immediatamente a far compagnia a Ben Affleck, Matthew Broderick e John Cusack nella lista degli attori di cui non sopporto la vista – e il povero Penn Badgley (classe 1986), del quale davvero non si comprende l’utilità nel complesso del film. Tra i due estremi ci sono gli altri tre: una Demi Moore in piena decadenza fisica (ma va benissimo per quella parte), un buon Simon Baker e un tesissimo e inglesissimo Paul Bettany.

Stessa faccia tutto il film, con quelle maledette sopracciglia. Non lo voglio mai più vedere.

Certamente non all’altezza del primo Wall Street (anche perché altrimenti sarebbe un capolavoro assoluto), supera comunque di gran lunga il secondo (recente) tuffo di Oliver Stone nella finanza di oggi, della quale il film di Chandor sembra cogliere le criticità con una puntualità ben maggiore.

Giancarlo Mazzetti

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