Weekend con il Morto – Santiago Bernabeu

Quando una persona pensa a Santiago Bernabeu, di solito corre con la testa allo storico stadio del Real Madrid, che per gli interisti come me rappresenterà sempre un luogo speciale. Sono passati tantissimi anni da quando i lavori per la costruzione del progetto dell’architetto Josè Maria Castell vennero conclusi, esattamente nel 1947. Inizialmente conosciuto come Nuevo Estadio Chamartin, solo nel 1955 prese il nome dello storico presidente del club madrileno, Santiago Bernabeu appunto. Nel corso degli ultimi 57 anni il binomio tra l’edificio e il suo padre adottivo ha visto sbiadire i confini tra l’uno e l’altro, rendendosi sostanzialmente indistinguibile nella testa degli amanti del pallone.

Eppure Santiago Bernabeu fu prima di tutto una persona reale. Un fascista, per di più.

Figlio di un avvocato valenciano e di una donna cubana, il piccolo Santiago nacque in un paesino in provincia di Albacete nel 1895 ma si trasferì ben presto con la famiglia nella capitale spagnola. All’età di 14 anni, grazie alla passione per il calcio e per il gol, venne arruolato nelle squadre giovanili del Real Madrid, dove esordì, segnò e gioì per la camiseta blanca moltissime volte, prima da giovane promessa ed infine da capitano, per poi ritirarsi nel 1927. Nel frattempo, era davvero un’altra epoca, Berny trovò il modo di laurearsi in giurisprudenza presso l’università di Madrid e di passare l’esame di stato per diventare avvocato, o abogado, anticipando di circa ottant’anni i passi di Nicola Ventola. Rimase a lungo nel club ricoprendo nel corso degli anni diversi incarichi dirigenziali, tra cui quello di allenatore, fino allo scoppio della sanguinosa guerra civile spagnola nel 1936, che combattè attivamente nelle fila del Generale Franco. Al suo ritorno nella capitale e nel Real Madrid, nel 1939, le cose erano decisamente cambiate. L’Atletico di Madrid, potenziato dalla fusione con l’Aviacion Nacional, si trasformò in breve tempo nella squadra egemone della capitale spagnola aggiudicandosi due ligas in fila dal termine delle ostilità. Allo stesso tempo gran parte della vecchia amministrazione della Casa Blanca (anche se occorsero decenni perché questo termine venisse immediatamente assimilato al Real Madrid) risultava dispersa, pertanto Bernabeu si trovò nella non invidiabile condizione di rintracciare, contattare e re ingaggiare gran parte degli ex giocatori e dei dirigenti.

Bisognava aspettare il 1943 per assistere all’ascesa di Bernabeu alla presidenza del Real Madrid. In seguito ai sanguinosissimi scontri tra le tifoserie del Real e del Barcellona dopo un clasico, il governo di Franco impose ad entrambe le dirigenze di dimissionare tutti e due i presidenti delle squadre rivali, permettendo così a Bernabeu di essere eletto presidente del club. Rimase in carica per 35 anni, fino al giorno della sua morte. Nel mezzo, una marea di innovazione organizzative, ristrutturazioni e soprattutto vittorie. Per prima cosa Bernabeu decise di affidare ad ogni sezione e livello del club un team tecnico indipendente e procedette con l’arruolare alla causa delle figure dirigenziali dotate di ambizione e soprattutto talento visionario. Tra questi, esemplare fu Raimondo Saporta, già presidente della federazione cestistica spagnola (a lui è intitolata la Coppa Saporta, competizione europea di pallacanestro) , che ricoprì la carica di vicepresidente della polisportiva Real Madrid per sedici anni. Sempre per iniziativa di Santiago vennero intrapresi i lavori per la costruzione dello stadio di Chamartìn, solo successivamente a lui intitolato, che nel 1947 sarebbe diventato lo stadio più grande di Europa arrivando a contenere fino a 120.000 spettatori. E ancora a Santiago nostro si deve la costruzione della Ciudad Deportiva, la sede di campi di allenamento separati della polisportiva Real Madrid, edificata lontano dallo stadio principale. Sembra banale oggi, ma non va sottovalutata per i tempi l’innovazione di allenare la squadra di calcio su un campo diverso da quello delle competizioni ufficiali, che veniva cosi preservato nel tempo garantendo una tenuta migliore. Originalmente di proprietà della polisportiva, i terreni sui cui venne edificata la Ciudad Deportiva incrementarono il proprio valore commerciale nel corso degli anni, seguendo di pari passo lo sviluppo della città di Madrid. Alla fine del XX secolo, la Ciudad non sorgeva più in una zona periferica, ma al contrario si ritrovava su una direttiva strategica per i trasporti dall’area nord della capitale al distretto finanziario. Per questo motivo Florentino Perez riuscì a vendere tutto il complesso (terreno più strutture) a privati, per una cifra record di 80 miliardi pesetas, garantendo al Madrid la potenza economica necessaria per accaparrarsi i principali giocatori contemporanei. Peccato che fu proprio con un anticipo di circa 50 anni su Florentino che Bernabeu intraprese la famosa strategia madridista di ingaggiare i cosiddetti “galacticos”, i migliori giocatori del pianeta, tra cui l’argentino Alfredo Di Stefano e l’Ungherese Ferenc Puskàs.

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Santiago Bernabeu ci lasciò nel 1978, mentre il mondo calcistico era in subbuglio per lo svolgimento dei mondiali in Argentina, vinti poi dalla squadra di casa. Per celebrare degnamente la scomparsa di un uomo del genere, che contribuì alla creazione della coppa dei Campioni (inizialmente un torneo informale ad inviti), la FIFA decise di indire tre giorni di lutto durante il torneo. In 35 anni Bernabeu ha lasciato nel museo ospitato all’interno dello stadio a lui intitolato la bellezza di 16 campionati nazionali, 6 Coppe del Re, 6 Coppe dei Campioni e una Coppa intercontinentale, rendendosi così il presidente di club calcistico con più titoli vinti al mondo. A dispetto delle bugie di Berlusconi.

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