I Miti dell’Europeo – Marco Van Basten

Marco Van Basten combatte con Jürgen Kohler agli Europei del 1988.

“C’è un filo sottile che divide lo sport dalla leggenda”

Marco Van Basten aveva 24 anni quando il pomeriggio di sabato 25 giugno 1988 ricevette il cross che Arnold Mühren fece partire dal suo piede sinistro. Alta, poco tesa e profonda la palla viaggia lenta e oltrepassa l’area di rigore, gli occhi degli 88.000 tifosi che gremivano gli spalti dello Stadio Olimpico di Monaco saldamente piantati su di essa. Defilato sulla destra Marco si coordina, testa alta e busto eretto, come un cigno, la palla sospira, poi un fulmineo, abbagliante movimento della gamba destra. Il tiro micidiale è scoccato e il fendente non lascia scampo al portiere russo Rinat Dasaev che vede finire in rete, alle sue spalle, la conclusione di uno dei gesti artistici più belli dell’intera storia del calcio.

In quel momento, in quel capolavoro è sintetizzata tutta la classe di Marco Van Basten. Per condurre l’Olanda alla vittoria finale il cigno segnò cinque gol in cinque partite: una tripletta all’Inghilterra, il gol decisivo in semifinale con la Germania e quello in finale con la Russia. L’Europeo lo vince lui, con un piccolo aiuto di Ruud Gullit, il calciatore dal nome più bello della competizione. Una statistica pubblicata sull’Almanacco dei Calciatori Panini del 1989 aveva calcolato che in una partita normale, su cinque tiri in porta di Van Basten tre di questi erano gol. Era leggiadro ma letale. Come una donna. Gli arancioni conquistano la coppa e il loro centravanti filiforme, quell’anno, vince il primo di tre Palloni d’Oro, un’impresa riuscita fino a quel giorno solamente a Johan Cruyff e Michel Platini – ma la selezione non era ancora aperta ai giocatori extraeuropei.

La carriera del Cigno di Utrecht – o “San Marco” come lo chiamavano i tifosi del Milan a quell’epoca – fu breve ma fulminante. Alcuni gesti tecnici portati alla ribalta da Van Basten sono tuttora quanto di più attuale possa fare un calciatore sul terreno di gioco: veroniche, doppi passi, rovesciate e scavetti. Il repertorio infinito del centravanti più completo che il calcio europeo e mondiale abbia mai ammirato. John Barnes, mediano del Liverpool che giocò in marcatura su Van Basten in quell’incredibile Inghilterra – Olanda agli Europei del 1988 lo aveva definito terrificante: “non sapevamo come prenderlo, non riuscivamo a capire dove andasse con la palla tra i piedi, ma soprattutto: poteva colpire in ogni momento da qualsiasi parte del campo, di destro, di sinistro, di testa“. In quel periodo il Milan stava costruendo la sua fortuna sui tre fiamminghi Gullit, Van Basten e Rijkaard.

Ruud Gullit e sullo sfondo, sfocato, Marco Van Basten.

Al tempo io avevo qualche anno e mia nonna, con poche lire, mi regalò una maglia tarocca del centravanti olandese. Tutti, in quel periodo, avevano il cappellino-parrucca di Gullit, ma le maglie di Van Basten stavano andando a ruba. Ricordo di aver seguito la partita di Coppa Campioni Milan – Goteboorg, il 25 novembre del 1992, con un occhio incollato alla serratura della porta di camera mia dov’ero rinchiuso perché avevo combinato qualcosa che mi costò una punizione. Il televisore a tubo catodico Blaupunkt era in salotto, oltre la testa di mia madre che tifava indiavolata e vedevo poco e male. In quella partita fece 4 gol. Avevo indosso la maglia col numero 9, sponsor Mediolanum: era il mio idolo. Quelle volte che giocavo al parchetto e dovevo battere un rigore inesistente che ci si inventava facevo il saltello alla Van Basten. Ed era sempre gol.

Quando la sua corsa sinuosa si liberava per il campo sembrava di sentir soffiare il vento, salvo poi accorgersi che era la tramontana che spazzava il terzo anello di San Siro, i popolari. Gli avversari dovevano costantemente tenerlo d’occhio: era capace di rubare palla alla difesa e segnare in tre secondi netti. Poteva fare gol di testa da fuori area, inventarsi pallonetti da metà campo, battere calci piazzati, girarsi in un fazzoletto e colpire micidiale. Nel Milan di Sacchi Van Basten era il terminale di un gioco che la squadra sviluppava come fosse un’organismo unitario, dispiegandosi per il campo, muovendosi omogeneamente. Era la rivoluzione, in questo sport. Con lui il Milan dell’Arrigo nazionale vinse tutto, lo sappiamo. Poi arrivò Capello, ci fu qualche attrito iniziale, ma il Cigno rimase comunque il perno fondamentale di un gioco più fisico ma ugualmente stritolante. Disputò l’ultima partita della sua carriera quella sciagurata notte del 1993, quando il Milan perse la Coppa Campioni contro il Marsiglia con un gol di Bolì. Marcel Desailly, futuro roccioso mediano rossonero, fece un’entrata feroce da dietro sulle martoriate caviglie di Van Basten e quello fu l’ultimo fallo che il cigno subì in carriera.

La storia di un uomo, di un grande uomo che ha avuto la fortuna di lasciare il marchio, non sempre finisce come dovrebbe. Arthur Rimbaud scrisse tutte le poesie che entrarono nella storia della letteratura mondiale in poco meno di una decina d’anni. Fu riportato a Parigi dall’Africa dopo vent’anni di vagabondaggio con un tumore alla gamba destra che lo uccise. La sua arte si concentra in una decade. Marco Van Basten, che non fu poeta con la penna ma lo fu col pallone, concluse la sua carriera professionistica a 29 anni, dieci anni dopo averla cominciata. “La notizia è corta, ho semplicemente deciso di smettere di fare il calciatore, tutto lì“: nel novembre del 1995 lascia il calcio: e io ero disperato.

L’anno precedente – due mesi dopo la prima vittoria alle elezioni del suo presidente nano – il Milan aveva vinto la quinta Coppa Campioni della sua storia ad Atene, contro il Barcellona di Romario, Stoičkov, di un giovanissimo Pep Guardiola, ma soprattutto dell’allenatore Johann Cruijff. Il 3 aprile 1982 Van Basten aveva esordito nelle fila dei lancieri dell’Ajax proprio entrando in campo al posto del leggendario olandese volante, segnò un gol e iniziò così, a 17 anni e col numero 15, la sua carriera da professionista, erede di un mito vivente. In quella notte di Atene Van Basten guarda i propri compagni infliggere una sonora sconfitta – e una lezione di calcio magistrale – alla corazzata blaugrana vincendo per 4 a 0, da bordo campo, a pochi metri di distanza dal mito che lo aveva lanciato, Cruijff. Anch’egli, oramai, era una leggenda che non avrebbe più avuto eredi. Sotto di lui, i più bravi fra i comuni mortali.

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4 thoughts on “I Miti dell’Europeo – Marco Van Basten

  1. Se sono milanista lo devo a geni illuminati e calcisticamente sani ma soprattutto al trio olandese e a Marco più di chiunque altro. Grazie Marco!

  2. Nessun Commento per un Dio del calcio come lui,solo tanta tristezza e tante lacrime per un ritiro anticipato…un ritiro con un pò di mistero che lo consegna per sempre nell’olimpo delle leggende del calcio.

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