Film Horror di Pupi Avati

Il problema principale di Pupi Avati è sempre stato quello di credersi l’erede naturale di Fellini. Va bene che ha iniziato a lavorare nel cinema dopo una folgorazione ricevuta durante il film 8 ½, ma questo proprio non basta, soprattutto laddove il corrispettivo di Amarcord è un mediocre Gli amici del Bar Margherita.

Sembra Vittorio Gassman, ma è Pupi Avati con il suo clarinetto (prima che un certo Lucio dalla gli soffiò il posto).

Al tempo di Fellini, del resto, il nostro Pupi si dilettava con il clarinetto, ma neanche aver suonato lo stesso strumento di Woody Allen è sufficiente per essere considerato un grande regista (più che altro, dal cineasta di Brooklyn, sembrerebbe aver ereditato il brutto vizio di produrre una media di 1.07 film all’anno, per quarantadue anni). L’impressione è che Pupi, più che per innate doti artistiche, abbia sfondato nel cinema grazie al fatto che, dal 1976, uno dei suoi collaboratori prediletti è stato il suo coetaneo Maurizio Costanzo, il quale, pur essendo uno sceneggiatore di medio-basso livello, deteneva la tessera numero 1819 della loggia massonica P2 (ma tu guarda la vita, alle volte).

Comunque, a parte gli scherzi, Pupi Avati merita ben più di queste illazioni umoristiche, perché nella sua immensa produzione c’è molto che merita di essere sottolineato. Per ogni inaccettabile La cena per farli conoscere c’è infatti (quasi sempre) un Regalo di Natale (molto bello anche il seguito) e per ogni commedia malriuscita (come ad esempio Il cuore grande delle ragazze) ce n’è una degna nota come La seconda notte di nozze. E questo solo rimanendo negli ultimi decenni.

Audrey Rose: me la faccio addosso solo a guardarla ‘sta regazzina.

Quello di cui vorremmo parlarvi oggi, in tutto questo calderone, è la passione di Avati per le pellicole horror, alle quale ritorna ad intervalli più o meno regolari per tutto il suo quarantaduennio di cinema. Palesemente amante del genere – lo devi essere per girare (e vedere) certe cose – Pupi si inserisce genuinamente nella tendenza anni ’70 a rappresentare l’horror sotto forma di mistico (ricordiamo ovviamente L’esorcista del 1973, oppure Audrey Rose, con il relativamente giovane Anthony Hopkins e Omen, di cui recentemente è stato girato una specie di remake), ma lo fa inserendolo in un contesto tutto italiano e campestre, nella sua amata Emilia Romagna. Lontano dalle produzioni miliardarie hollywoodiane, il nostro Pupi gira pellicole low cost e di genere, ma che dal punto di vista del risultato non hanno nulla da invidiare alla maggior parte dei suoi colleghi in giro per il mondo.

Anche i temi ricorrenti sono di quegli anni: la casa abbandonata che non è abbandonata, i morti che in realtà non sono morti, il diavolo, l’acqua santa, le gemelle, gli spiriti. Rosemary’s Baby di Polanski (1968) e qualche lettura del primo Stephen King (quando scriveva ancora lui i suoi libri) hanno sicuramente aiutato la creazione di tutto questo. Lo stucchevole errore di Pupi, forse, è stato quello di aver trascinato questi medesimi temi sino ai giorni nostri: tutta ‘sta roba andava bene nel 1976, ma Il nascondiglio è del 2004, e non sembra esserci nessuna evoluzione della “grammatica horror” avatiana.

Da sottolineare l’ossessione per le figure ecclesiastiche, meglio conosciute come preti. Sempre presenti nei suoi horror, a volte colpevoli doppiogiochisti, a volte aiutanti, a volte semplici personaggi di contorno, i togati sono sempre guardati con sospetto, posizionandosi in bilico tra il di qua e il di là in un modo inquietante. Verrebbe da pensare a un episodio spiacevole durante l’infanzia del regista, ma in realtà nessun membro della chiesa è responsabile- almeno non da vivo: nei dintorni di Bologna, quando Avati era ragazzino, fu aperta la tomba di un prete e dentro furono trovati i resti di una donna. Nell’immaginario del giovane nacque una sorta di uomo nero, un prete ermafrodita che si vedrà spesso – pure troppo – nei suoi film. Chissà quante notti insonni.

Quel che qui vi proponiamo è, quindi, una piccola rassegna dei film horror di Pupi Avati presentati rigorosamente in ordine cronologico, in cui la selezione è stata fatta in base alla rappresentatività dei diversi periodi.

Ecco la casa con le finestre che ridono.

Nel 1976 arriva il primo successo commerciale con La Casa dalle Finestre che Ridono. Provincia di Ferrara: Stefano, di professione restauratore, viene chiamato a lavorare al macabro affresco di un pittore maudit. Telefonate anonime, autoctoni reticenti e morti misteriose convincono Stefano a indagare sul controverso passato dell’artista. Alleati: un tassista ubriacone. Avversari: l’intera Bassa padana. La grande originalità del film sta proprio nell’ambientazione: Hitchcock insegna che si può far paura anche in pieno giorno- l’aereo che insegue Cary Grant in Intrigo Internazionale– , e la pianura soleggiata di Avati è più inquietante della Foresta Nera durante un temporale notturno. Non manca, vivaddio, quell’elemento comico-grottesco che tanto piace a noi di Ppbb e i personaggi sono degni di Twin Peaks (il sindaco sarebbe un ottimo Nano). Stefano è Lino Capolicchio, già Giorgio ne Il Giardino dei Finzi Contini, che De Sica portò sul grande schermo vincendo pure l’Oscar. Per il resto, un esercito di pretoriani del maestro bolognese: Gianni Cavina, Bob Tonelli, Pina Borione e compagnia bella.

Ecco l’ottimo Gianni Cavina nei panni del pessimo detective cretino.

Segue Tutti Defunti Tranne i Morti (1977), che sta al film precedente come Wasabi sta a Leon . Siamo sempre nella campagna emiliana, ma il tono vira decisamente verso la commedia demenziale. Carlo Delle Piane, un po’ Peter Sellers e un po’ Woody Allen (assemblati da Braque), è un piazzista costretto a fermarsi, insieme ad altri ospiti, nella villa di un marchese appena defunto. Lo schema è quello di Dieci Piccoli Indiani, per cui servi e parenti cominciano a morire uno dopo l’altro. Alcune trovate umoristiche non sono niente male, soprattutto grazie alla mimica di Delle Piane, e certi momenti tra il grottesco e il surreale sono memorabili. Purtroppo ci sono due personaggi dannosissimi per il bilancio finale: il povero Cavina si trova a interpretare un detective imbecille che non fa ridere e occupa davvero troppo spazio; Michele Mirabella è un cowboy puglio-texano che quando parla dà molto fastidio. Roba da Panariello. Dispiace perché Mirabella è simpatico a tutti, sia come attore nei film di Verdone che come aspirante medico in Elisir. La prima mezz’ora è immune dalla presenza dei due, per cui si può gustare con piacere.

Zeder: Gabriele Lavia in una scena del film.

Zeder, 1983. Per molti questo è il miglior film horror di Pupi Avati,  ed in effetti è bello, anche se a noi è piaciuto di più quello delle finestre che ridono. Gli anni ’80 sono giunti e la pellicola del film trasmette immagini vistosamente più definite rispetto ai film precendenti. Pupi ne approfitta per girare un horror piuttosto buio e cupo, in cui Gabriele Lavia (che tutti avete visto travestito da Van Gogh in Ricordati di me), dopo aver trovato un nastro usato all’interno della sua macchina da scrivere, decide di seguire percorsi stravaganti verso i “Territori K”, luoghi in cui i morti rivivono. Se non si vuole rovinare il film, sulla trama si può dire poco; vi basti pensare che, tra un omicidio e una sparizione, il protagonista giungerà al cimitero Etrusco di Spina (non un grande luogo in cui recarsi se si è protagonisti di un film dell’orrore) e trova la tomba del vecchio Don Luigi, vuota…

Eliana Miglio nei panni della prostituta.

L’Arcano Incantatore (1996) segna il ritorno all’horror dopo una lunga pausa. Siamo nel ‘700, in una località non precisata ma che assomiglia molto, believe it or not, alla Bassa. Un giovane è nei guai per aver fatto abortire una ragazza, non tanto a causa del suocero quanto per lo stato pontificio che lo cerca. Trova rifugio presso un sacerdote, anch’egli poco gradito dalle parti della Santa Sede causa pratiche esoteriche, ma il suo soggiorno sarà molto movimentato. Se ne La Casa Dalle Finestre Che Ridono si faceva paura in modo rivoluzionario, questa volta si torna alle origini: si punta sull’atmosfera gotica, sugli spettri, sul maligno. Gli avatiani consumati non troveranno nulla di nuovo: c’è la vocina roca, una casa inquietante, qualche cadavere in cattivo stato. Soprattutto si ha un finale un po’ troppo simile alla Casa, segno che probabilmente il suo “uomo nero” Avati se lo sogna ancora oggi. Come film in sé comunque merita, anche se Stefano Dionisi (che Mazzetti vede, molto giustamente, come il punto d’incontro tra Raoul Bova, Toto Cotugno, Enrico Lo Verso e Calissano) è un po’ troppo pesce lesso per fare il protagonista.

Laura, non avere paura: ci sono qui io.

Nel 2004, dopo un’altra lunga pausa infarcita di commedie e film drammatici, Pupi Avati torna all’horror con Il nascondiglio. La notizia buona è che il film è ambientato negli Stati Uniti d’America e che la protagonista è una donna (Laura Morante); quella cattiva è che tale donna di trova, di nuovo, alle prese con un villone abbandonato nel quale sembrerebbe proprio non essere sola. Sfruttando la nuova onda horror statunitense, Avati prova a reinserire i temi portanti dei suoi vecchi lavori, creando un film fin troppo in linea con i suoi predecessori: il tema della casa, il prete che non si capisce se la vuole aiutare o fottere, le vocine fuori campo, una vecchia storia di sorelle morte ammazzate che forse non sono poi così defunte. A tratti un po’ lento, è comunque un film abbastanza piacevole, per chi non ha mai visto i precedenti avatiani. Peccato per il doppiaggio, necessario per via degli attori stranieri, che toglie naturalezza e spontaneità alla prova di Laura Morante.

Graziano Biglia & Giancarlo Mazzetti

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One thought on “Film Horror di Pupi Avati

  1. Bell’articolo. La Casa Dalle Finestre Che Ridono – che amo anche per appartenere alla mia terra – altro non è se non la trasposizione (involontaria?) de ‘L’Ombra Su Innsmouth’ e – insieme ad un altro grande film dell’epoca, ‘L’Aldilà’ di Fulci – uno dei più riusciti tentativi di veicolare su pelle e cellulosa il concetto di horror lovecraftiano, tra l’altro senza citarlo apertamente.

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