Montezemolo scende in campo, forse.

Ultimamente, il soggetto politico di maggiore appeal tra i parlamentari sprovvisti di direzioni pre-tracciate da seguire è l’ancora inesistente «unione di tutti i moderati». L’obiettivo è ambizioso, ma la scalata per giungere sulla vetta è davvero insidiosa e complessa, perché la formula esatta per creare questa forza risiede in un semplice accorgimento, che suona però come un paradosso: avvicinare l’elettorato che ha fatto la fortuna di Berlusconi rinnegando Berlusconi stesso (o comunque prendendone distanze piuttosto nette).

Il modo più semplice e intuitivo (che è sempre la prima strada che si tenta di percorrere) è quello di tentare una separazione di matrice ontologica tra il pensiero puro e il suo essere pensante; tramite questa operazione, banalmente, si riesce ad esprimere il concetto che possano esistere persone che sono in grado di portare i valori “buoni” del berlusconismo (ricordiamoci che la parola “buono”, in politica, perde la connotazione morale, significando semplicemente “ciò che ha maggior presa sull’elettorato”), relegando le devianze e i vizi dell’applicazione a colui che oggettiva il pensiero in questione (cioè Mr. B).

Gianfranco Fini nella celebre scena di rottura con Berlusconi

Questo primo passo, di semplicissima esecuzione (vista l’inevitabile deriva del nostro ex-Premier) è stata attuata ormi da tempo, come tutti sappiamo, da Gianfranco Fini, politicamente abilissimo nell’abbandonare la nave del Popolo delle Libertà appena prima che iniziasse ad imbarcare acqua da ogni dove.

I passaggi successivi, quelli della formulazione dei nuovi contenuti “moderati”, risultano però un pochino più complessi, perché (come del resto si intuisce dalla parola) il rapporto tra Berlusconi e il berlusconismo non è lo stesso che c’è tra Marxismo e Stalinismo (tanto per citare un’altra ormai rinnegata oggettivazione di pensiero), ma tesse tele molto più complesse e comprensive di intrecci a doppio filo. Lo ha provato sulla sua pelle Pier Ferdinando Casini, il quale, nel giro di un paio di settimane, è passato dalla proposta trasversale del grande Partito della Nazione, alla constatazione di quanto fosse piccolo, in realtà, il suo seguito.

A mio modo di vedere, Fini è a priori fuori dai giochi per guidare un nuovo grande centrodestra, perché il suo distaccamento dal Pdl – che ha correttamente dovuto attuare in quella circostanza e non poteva essere rimandato – è avvenuto in un momento in cui al Cavaliere erano ancora riconosciute una certa autorità e stima (stiamo parlando SOLO dei suoi elettori). In altre parole, Fini si è preso del «traditore» prima che Berlusconi diventasse totalmente indifendibile su qualsiasi fronte, quindi la maggior parte degli indecisi ex-fedeli Pdl non riesce ancora a guardarlo senza diffidenza.

Casini, l’estremo centro.

L’errore di Casini, invece, è stato quello di aver semplicemente considerato l’unione dei moderati come una necessità politica, limitandosi, poi, a proporsi quale calamita privilegiata degli altri moderati, senza che ce ne fosse una ragione fondata e, soprattutto, senza porre basi teoriche per gli eventuali accordi.
Questo eccesso di purezza politica priva di contenuto – che poi è la definizione del lavoro di Casini in generale – potrebbe essere superata, ad oggi, da una nuova figura, ovvero quella di Luca Cordero di Montezemolo (nome che non riesco a pronunciare senza imitare la voce di Oriano Ferrari, il capomeccanico dei box Ferrari interpretato dall’ottimo Marco della Noce).

Montezemolo sembra perfetto per l’impresa. In un momento in cui la politica italiana è molto simile a quell’inizio della Seconda Repubblica post-tangentopoli, il 65enne Presidente della Ferrari Spa (quella della macchine rosse) rappresenta la stessa tipologia di imprenditore di successo – sia con le aziende che con le donne – che, dopo attente analisi, decide di mettere la sua capacità a servizio dell’intera comunità. Del Berlusconismo “buono”, quello della promessa (e mai attuata) rivoluzione liberale, resta quindi la fondamentale relazione di equipollenza tra le gestioni di Stato e Azienda, oltre che l’appoggio di una certa parte dell’imprenditoria italiana (in questo caso l’amico Della Valle). Aggiungiamoci un posticino come consigliere di amministrazione de La Stampa, – visto che l’appoggio del terzo giornale d’Italia (come copie vendute) fa sempre comodo – e comprendiamo la portata potenziale del progetto.

Per quanto riguarda il distacco dalla persona fisica di Berlusconi, momento – come sappiamo – di fondamentale importanza, Montezemolo sembrerebbe non aver nulla da dimostrare: è stato già sufficientemente critico con il Governo Berlusconi ai tempi di Confindustria; ha studiato a New York, quindi si presume parli un discreto inglese; non millanta umili origini che fanno sospettare sulla provenienza dei denari con cui ha costruito il suo impero; non dice di possedere un Impero; non sembra avere un amico che ha «mediato» tra lui e la mafia per il pagamento di «cospicue somme» tra il 1977 e il 1982; non possiede tre delle prime sei reti televisive (di cui le altre tre statali); dovrebbe stare lontano dai corpi delle nostre figlie minorenni. Come inizio, a molti, potrebbe bastare.

Italia Futura, il logo.

Ma Luca Cordero ha anche un altro asso nella manica, perché If  (“se” in inglese, ma acronimo di “Italia Futura” in italiano), ovvero l’associazione che dovrebbe fungere da base per la discesa in campo, non è finanziata da soldi pubblici, cosa che potrebbe far lui guadagnare, oltre al 2% base degli astensionisti che sono riconducibili ad agli ex-Pdl delusi, anche qualche voto dai malpancisti della politica in generale, magari a quelli che – da destra – non si sentono proprio a loro agio con il buon Beppe Grillo, ma che non avevano trovato di meglio nel corso di queste ultime amministrative.

Siamo ancora lontani da una proposta concreta (il convegno decisivo dovrebbe essere a luglio) e siamo altrettanto lontani dal capire – in base ai contenuti – quale sarà la forza attrattiva di If, ma questa, anche ponendo che emerga qualcosa di importante dai movimenti interni a Fli, sembra al momento la forza con le carte maggiormente in regola per raccogliere la difficile – ma remunerativa – eredità berlusconiana.

Giancarlo Mazzetti

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4 thoughts on “Montezemolo scende in campo, forse.

      • Montezemolo non potrà entrare in politica finché non lancerà sul mercato la sua linea ferroviaria di treni ad alta velocità. Quando questo succederà, e le tempistiche non sono chiare, potrà finalmente “scendere in campo”. E finalmente lo farà in palese conflitto di interessi, anche se più piccolo del suo illustre predecessore. Sicuramente andiamo lunghi, luglio è a un passo.

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