Weekend con il morto – Tommaso Campanella

La chiesetta bizantina che sovrasta (con discrezione) la città di Stilo. Una meraviglia.

Filosofo molto sottovalutato dai più, Tommaso Campanella nasce a Stilo nel 1568 e muore a Parigi, il 21 maggio 1639.
Oggi Stilo è un meraviglioso comune in provincia di Reggio di Calabria, un sito collocato a un passo dal Mar Ionio, ma a 386 metri sul livello del mare. Ci sono stato l’anno scorso e vi assicuro che l’aria che si respira farebbe venire voglia studiare la storia anche anche a quella capra di Pierino: la struttura della cittadina è tipicamente Medievale, ma in realtà Stilo sorge ai tempi di Dionigi di Siracusa (roba di antichi Greci) e nasce sulla costa. Dopo la conquista Bizantina, sarà poi nel Medioevo, appunto, che gli abitanti di Stilo si allontaneranno gradualmente dal mare – fonte di pericolo – per arroccarsi sempre più in alto sulle montagne (operazione da cui derivano, nell’ordine, le espressioni «mamma ‘li turchi!», «mamma ‘li Saraceni!» e «mamma ‘li Normanni!»).

La città del Sole.

Il testo più famoso di Campanella, quello per cui lo si studia a scuola, è La città del Sole, in cui il nostro Tommaso prova a costruire un modello di società ideale in cui le strutture degli ordinamenti non siano derivate – come avviene di fatto – dalle consuetudini della tradizione, ma siano il risultato dell’applicazione della ragione umana. Contrariamente al Machiavelli, che, come sappiamo, fonda il diritto a governare su un atto di forza del Principe, Campanella sviluppa un sistema funzionante e ideale in cui la città è considerata alla stregua di un organismo animale (come fece il suo quasi-contemporaneo Giordano Bruno per la natura) complesso, in cui ogni sua parte concorre alla soddisfazione dei bisogni del tutto.

È molto semplice collegare questa visione neo-platonica della società civile ad un piccolo e grassottello frate domenicano, ed è altrettanto naturale ricondurre il suo amore per la natura ad una vita tranquilla e di provincia, vissuta in mezzo alle montagne calabresi. Ciò che è meno semplice (e meno detto) è che, oltre a questo aspetto bucolico della vita di Tommaso, c’è un altro aspetto del suo carattere che ha condizionato la sua vita, e lo ha fatto in modo ben maggiore. Come la sua città, Campanella era un irrequieto e uno sfacciato difensore della sua unicità di essere umano pensante, che non tollerava di sottomettere la sua genialità al cospetto di nessuno.

Tommaso Campanella con il neo di Robert DeNiro.

Fu uno dei primi del mondo cattolico extra-scientifico a rifiutare apertamente la dottrina aristotelico-tomista (che pur aveva studiato per ben cinque anni nel convento domenicano appena sopra casa sua), un rifiuto simile a quello che – in quegli stessi anni – portava Galileo (e Keplero) ad appoggiare le teorie del sistema copernicano. Campanella, che comunque è un filosofo, al posto di Copernico si avvicinava all’eretico cosentino Telesio, uno che sosteneva che la fisica aristotelica altro non era che una proiezione della ragione metafisica sulla natura.

La critica dell’applicazione dei principi umani di forma, materia e atto ad un oggetto esterno (quale è la natura) è una rivoluzione ben più silenziosa e complessa rispetto alla ormai dimostrabile evidenza della terra che gira intorno al sole, ma la sua portata è altrettanto straordinaria, se non addirittura maggiore. Se ne era accorta la Chiesa, che nel 1592 accusa Campanella di «pratiche magiche» e gli intima di abbandonare le tesi anti-aristoteliche. La vita di Tommaso diventa allora un’altalena tra prigioni, fughe e  richieste di perdono; nel 1598 è costretto all’esilio nella sua città natale, luogo in cui la sua tempra si rinvigorisce e i suoi progetti teorici si trasformano in vere e proprie congiure contro l’autorità politica ed ecclesiastica. Il carcere, dal quale venne liberato solo nel 1626, fu inevitabile. È qui scrisse la famosa Città del Sole e la sua definitiva Metafisica.

Oggi il pensiero di Campanella è in gran parte superato, soprattutto nei suoi aspetti più mistici e cristianeggianti, ma rimane quell’atteggiamento filosofico di indipendenza e leggera ostinazione. L’eredità di più grande, forse, sta nella sua concezione dell’immanenza di una sorta di principio psichico in tutte le cose e l’attribuzione di una certa sensibilità diffusa negli enti; questi concetti, per cui un frate calabrese si è battuto, stanno alla base del concetto fisico di forza e dei principi meccanici di azione-reazione. Estrapolati dalla mera filosofia della natura, per la maniera in cui sono formulati, fondano la psicologia irrazionalista, la neurologia, il superamento nietzscheano della ragion pura kantiana, la volontà di potenza, la fenomelologia e tutte le scienze sociali, da quelle positive di Comte, ai processi storici del marxismo.

Giancarlo Mazzetti

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