MACAO a chi? Il presente post Torre Galfa

MACAO per strada, in seguito allo sgombero della Torre Galfa. Parla Wu Ming

Ancora fino a poche ore fa stavo parlando con il mio caporedattore del fatto che, nonostante abbia preso in considerazione l’idea di scrivere il mio prossimo articolo su MACAO, non l’avrei fatto. Per diverse ragioni ero contraria: per il fatto che ho seguito cosa è successo e ci sono molti aspetti che non condivido, ho le idee poco chiare su certi punti, ne ho parlato continuativamente non-stop negli ultimi 10 giorni con soggetti direttamente coinvolti e non, perchè ancora devo capire la mia posizione nei confronti di questa operazione. Tuttavia, ci sono molte ragioni per le quali un articolo su Macao va scritto e va scritto e pubblicato ora.

Quando sono arrivata era già troppo tardi. Non sono riuscita a salire al 32esimo piano de grattacielo blu di Ligresti, negli ultimi dieci giorni occupato da un gruppo molto numeroso di artisti, curatori, studenti, grafici..insomma quelli che definendosi “operatori culturali” si sono chiamati daprrima Lavoratori dell’Arte, e oggi sono cresciuti fino a essere Macao. Una scelta simbolica perfetta, quella di un grattacielo abbandonato in pieno centro a Milano, ancora illiminato di blu dalla luminaria del precende inquirente (Hyundai) che ha giocato un ruolo chiave nela comunicazione e quindi nell’impatto mediatico di tutta l’operazione.
Una volta giunta in via Galvani trovo esattamente quello che sospettavo e di cui ero ovviamente convinta: Moretti come se piovessero, bonghi, fischi, calze bucate e tanto tabacco. Il clima da centro sociale in qualche modo riesce sempre ad avere la meglio. La sensazione di fastidio iniziale è subito però affiancata da una grande curiosità, un positivo stupore per la situazione che si è creata. Partecipo ad una lezione a cielo aperto di Wu Ming, dove è aperto un dialogo civile e molto interessante sulla situazione degli spazi culturali a Milano così come in Italia, sul lavoro, sulla produzione culturale e le energie-sinergie che questa dovrebbe innescare. La conversazione va avanti da quasi un’ora e sembra che prima e dopo il programma sia ricco di iniziative: nuovi relatori e contributi, tavoli tecnici, web master che aggiornano il sito, comunicazione istituzionali. Alle 18 assemblea plenaria dove si ventila la partecipazione di Pisapia, dal 1 giugno 2011 sindaco di Milano.
Presenti sul posto ormai non ci sono solo più gli addetti ai lavori ma anche i curiosi, la Fiom, studenti della Cattolica così come del Caravaggio. Famiglie, bambini, Dario Fo e una pletora di forze dell’ordine. Resta che l’atmosfera è frizzante, animata da un voglia apparentemente sincera di innescare un cambiamento, di scardinare il sistema vigente.
Maddalena Fragnito, Alterazioni Video, Emanuele Braga, Franz di Radio Onda d’Urto, Bert Theis sono alcuni dei nomi che stanno al vertice dell’organizzazione e del coordinamento, insieme a Daria Carmi, di Macao. Artisti e curatori con un curriculum piò o meno ricco nel mondo dell’arte contemporanea ma in ogni caso tutti attivi, operosi, con le proprie relazioni, conoscenze e molta voglia di “arrivare”. Credete che se qualcuno degli artisti in disoccupazione e Macao domani viene chiamato dal PS1 di New York, dal MOCA a LA o al Fridericianum di Kassel facciano orecchie da mercante? Suvvia.
Mi sembra che l’esigenza di definire una propria autorità politica, emergere come “voce” nel dibattito nazionale sulla cultura sia uno dei principali obbiettivi di questo gruppo che porta nei suoi discorsi anche molta demagogia (cosa che, mi viene da dire, è praticamente fisiologico in situazioni del genere). Tuttavia, occupare è illegale e l’occupazione – dal latino occupatio ovvero sequestro e in inglese squatting – è indubbiamente un gesto forte, efficace anche se prepotente. Vi siete fatti sentire, ci siete riusciti e ora dovete accettare lo sgombero e la sua natura puramente politica anzichè economica.

Slogan Macao: La cultura non si sgombera.
Immagine presa dal sito Cronaca&Attualità, autore Alessandro Pignatelli.

A pensarci bene Pisapia, che tra pochi giorni festeggia il suo primo anno di mandato, non poteva proprio permettersi che il grattacielo fosse l’hub di Macao ancora per molto. Vi ricordate le affermazioni pre e post-elezione sul timore degli immigrati, Milano in mano ai centri sociali e alla sinistra estrema. Capisco la posizione del caro Giuliano così come è stato corretto da parte sua presenziare all’assemblea delle 18 di ieri, come annunciato. Nel suo breve intervento Pisapia ha cercato di mantenere l’attenzione concentrata sulla crescita di Milano e della sua offerta cuturale, dichiarando come nuove iniziative non solo artistiche sono accolte a braccia aperte dalla giunta odierna. Lo spazio ex-Ansaldo è il luogo destinato a tutti i soggetti che vogliono ricreare cultura a Milano e che per avere un posto all’interno devono partecipare regolarmente al bando comunale e essere sottoposti al vaglio di una commissione. Ora mi chiedo, secondo voi dopo questo calderone esisterà mai un progetto/soggetto/idea altra in grado di vincere Macao? Quale commissione si sentirebbe ora di negare uno spazio pubblico a Macao? Ora il gioco di interessi, equità, ingiustizie si gioca davvero con meccanismi piccoli e strategici perchè il rischio che altre associazioni o realtà no profit dicano “beh allora se funziona così occupiamo tutti” è molto alto. Inoltre, c’è un altro fatto di cui nessuno di interno a Macao sembra considerare prioritario: il danaro. A Torre Galfa fresca di occupazione ho sentito un ragazzo fantasticare su quanto sarebbe bello un museo di 32 piani in centro città. Ei, tesoro, svegliati. Madre e Man stanno chiudendo. Il Maxxi lo stanno commissariando e Pio Baldi ha rimesso il suo mandato; il Cam di Casoria ha praticamente chiuso, così come è sulla buona strada persino il MaGa a Gallarate. Per non parlare del taglio drastico di fondi al Mart, alla Galleria Civica di Trento, al Castello di Rivoli o al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo. Il vero problema in questo momento non è trovare uno spazio ma trovare il modo per mantenerlo. Se qualcuno di voi lettori è ancora convinto che la cultura costi poco, beh’ è arrivato il momento di prendere coscienza di quanto la produzione culturale – attenzione non artistica ma culturale, in senso ampio – richieda davvero molto denaro. Ovviamente di spazi siamo pieni. Se qualcuno propone al Comune di Milano un’iniziativa interessante in grado di incrementare l’offerta della città, arricchirla, sviluppare attrazioni per turisti e cittadini e magari anche nuova occupazione, credete che uno spazio non ve lo diano? Vi fanno scegliere il taglio che vi piace di più, basta non metterci un euro.
Quindi, Macao, come farai? Cosa farete? Il vero ostacolo alla produttività in questo settore, nell’ambito culturale riguarda un vecchio caro concetto: defiscalizzazione. Fino a quando in Italia non verrà creato un regime fiscale in grado di agevolare gli investimenti il lavoro di artisti, attori, curatori, non ci sarà vera crescita, tutela e rilancio della cultura in Italia. Perchè costa troppo e non ci sono soldi. Il precariato è un problema per chi lavora in fondazioni, gallerie, musei, compagnie di teatro (anche Teatro Valle Occupato è Macao) e si sta faticosamente cercando di stendere una riforma del lavoro che possa migliorare l’apparato attuale. Ridefinire il significato stesso della parola cultura per riconoscere, come sostenuto da un manifesto ormai noto a (quasi) tutti nel settore, che non c’è sviluppo senza cultura. «[…] Dove per “cultura” deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per “sviluppo” non una nozione meramente economicistica […] La cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell’azione di governo […] Non si tratta solo di una razionalizzazione di risorse e competenze, ma dell’assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo».
Quello di cui Macao può dirsi soddisfatto è la partecipazione, l’onda d’urto che si è generata in dieci giorni di occupazione e due di sfratto. Dopo l’allontanamento dalla Torre la strada è tornata ancora una volta ad essere casa, luogo di protesta, spazio pubblico, piazza di orazioni, ateneo e luogo di festa e di ritrovo. Continuare cercando la massima condivisione e trasparenza (ammesso che questa sia davvero presente) sarà sempre più dura andando avanti, dove diminuendo la bolla e restringendosi il cerchio, non escludo che quelli che ad oggi sono i leader-vertici dell’operazione saranno anche i primi beneficiari. Diversi amici artisti mi hanno fatto riflettere su come Macao stia prendendo sempre più la connotazione di una grande performance, un’azione artistica collettiva che porta in sè – per sua natura – ambizioni di visibilità, potere, riconoscimento. Sembra che queste persone stiano rivendicando un diritto che gli è stato strappato «stiamo cercando con i nostri corpi di difendere la carta costituzionale», quando il loro obbiettivo è lo stesso di molti altri, senza essere rivoluzionario. Cosa ne sarà di Macao, delle classi open air e dei workshop avviati, della voglia di cambiamento, miglioramento baciato dall’ottimismo? Della protesta? Non posso negare che un filo di emozione quando penso all’accaduto mi attraversa e mi dice che sono curiosa di stare a guardare #iostoconmacao.

Programma di giovedì 17 maggio 2012
ore 12 coordinamento tavoli
ore 14 autoformazione, reading, jam session, improvvisazioni situazioniste, autocostruzioni di cae mobili
ore 18 assemblea plenaria (ci saremo)
ore 20 orchestra Macao production
a seguire Jam session aperta a tutti coloro che vogliono partecipare

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One thought on “MACAO a chi? Il presente post Torre Galfa

  1. Se si cercassero un lavoro potrebbero poi mettere insieme i loro guadagni e comperare quello che vogliono per fare quello che ci vogliono fare. È ora che crescano questi tipi percui “ho bisogno di spazio per esprimermi”. Le cose oggi funzionano se producono lavoro e grano. Altrimenti stiamo ancora a Woodstock…

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