Quattro pagine e finisce il Libro

Due giorni e mezzo al Salone del Libro di Torino.

Il Tempio industriale in cui a Torino hanno messo la Fiera Campionaria è il Lingotto, l’ex stabilimento della Fiat, con la pista di collaudo sul tetto. Eppure, anche se l’epoca dell’automobile come status symbol è forse conclusa, la Fiat rimane tuttora un punto di riferimento industriale del paese. C’è chi dice che la costruzione della metropolitana torinese, realizzata nel 2006 in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, sia stata rinviata per decenni proprio in seguito a forti pressioni politiche del colosso degli Agnelli, che puntava a vendere un’automobile ogni due abitanti e, in quest’ottica, lo sviluppo della rete di trasporti pubblici avrebbe ostacolato la crescita della casa costruttrice. Al Lingotto di Torino oggi c’è il Salone Internazionale del Libro (Internazionale?), la fiera dedicata alla letteratura e alle pubblicazioni, ai librai e alle case editrici, un ambito commerciale che oggi non svolge proprio un ruolo centrale nell’economia del paese, come quello della Fiat. Il libro è in crisi nera di scrittori e di lettori.

Nella prefazione al catalogo di e/o edizioni, che ho preso gratuitamente dallo stand, si parla di una buona notizia riguardante il mondo della letteratura italiana: “la narrativa sta lavorando bene e sta creando dei buoni libri… dei gialli e dei noir che ci danno un’immagine articolata e interessante dei lati più oscuri della vita del nostro paese.” È proprio questo che mi spaventa. Il venerdì sera, al Salone, assisto all’incontro tra Massimo Carlotto, che presenta il nuovo noir Respiro Corto‘ – “È più pericoloso un bandito con la ventiquattro-ore di quanto non lo sia uno col mitra” -, e Giovanni Tizian, un giornalista ‘protetto‘ che indaga sulle attività della n’drangheta al nord. Carlotto è un saccentone con la vocina, mentre Tizian è la controfigura del più famoso Roberto Saviano. Parlano di Letteratura e Criminalità, parlano di Libro e Questura.

Un giorno dopo, mentre passeggio all’esterno dei padiglioni fieristici con alcuni amici di un giornale famoso, sento delle grida e mi accorgo tardi che quegli avvisi accorati e sinistri si riferivano proprio a me: “Spostati, attenzione STRADAAA!!” un uomo corre, tra la folla, con una mano sul cofano di un’auto blu, la prima di un corteo composto da un’altra auto blu e una 159 della Polizia con sirene e lampeggiante a intermittenza. Mi levo dalla strada giusto in tempo, ma il respiro affannoso dell’uomo mi sfiora il colletto della camicia. All’interno scruto il viso funereo e verdastro di Roberto Saviano. Visita a sorpresa, dicono. Saviano doveva presentare il nuovo programma in onda il 14, 15 e 16 maggio su La7 con il suo amico Fabio Fazio. Il salone del Libro, tra Carlotto, Tizian e Saviano – per non parlare di Fazio – inizia a preoccuparmi.

Lo spazio espositivo, costituito dai cinque padiglioni della fiera, è un’enorme BookShop a cielo aperto. Tra i punti ristoro di Autogrill e SnackTime si articolano i piccoli, i medi e i grandi stand delle case editrici d’Italia (poi c’è anche il banchetto del Ministero della Difesa e quello del Cioccolato). I convegni e gli incontri con scrittori, editori, opinionisti, figure dello spettacolo e tutto-fare, insieme a trasmissioni in diretta di Radio 2, Radio 3 e Radio 24, completano il cartellone del XXV Salone del Libro. A Torino, tra venerdì, sabato e domenica, ci sono in totale 88 gradi centigradi, circa 29 al giorno. Rimanere lucidi è un’impresa, perché la gente è tanta. Quello che mi colpisce negativamente è la mancanza di uno scambio tra espositori e visitatori. Sembra che i primi siano lì per vendere, esattamente come fossero in libreria, e i secondi, una volta accortisi dello spirito commerciale della manifestazione, si siano adeguati e acquistino libri. I pochi che come me hanno il tagliando staccato della Stampa, si aggirano curiosi senza una meta.

Il topico della manifestazione, il leitmotiv che inneggia al futuro, ‘Primavera Digitale’, sembra un appello lanciato a vuoto, un titolo senza contenuto, un piatto di pasta in bianco. Le proposte e gli spunti del salone sono proprio poveri. C’è chi fa pubblicità al proprio libro, chi, più altruista, fa pubblicità al libro di un altro e chi, senza motivo, ha portato al Salone l’Intero catalogo della casa editrice. Il tutto è allestito sommariamente, senza personalità senza alcun senso del gusto e con poca intraprendenza. Bisogna dirlo.

Il convegno di Tahar Ben Jelloun, che volevo sentire in merito alla Primavera Araba, è annullato, la sala in cui si svolge l’incontro con Luìs Sepulveda – in occasione della presentazione del suo nuovo libro di racconti – è sovraffollato e non ci si riesce ad avvicinare. Un panino con una fetta di crudo e una foglia di insalata costa 5.00 €. Ad un certo punto, senza motivo, mi trovo in coda per l’incontro con Fabio Volo all’Auditorium Lingotto. Solo ora mi rendo conto di esserci andato per forza d’inerzia. Ed ecco l’Epifania. Ascolto 25 minuti di monologo del factotum della notorietà, lo ascolto con interesse e mi rendo conto che quello che dice non è solamente l’essenza di questa manifestazione, ma la strada che sta seguendo la cultura di questo paese. Il sunto del suo intervento è questo: “Io sono uno mediocre, voi tutti siete come me, eppure io sono qui davanti a voi che mi state ascoltando come fossi uno intelligente. Non conta cosa ho fatto o come ci sono riuscito; conta crederci ed essere sinceri.” Quando esco dalla sala, in anticipo rispetto alla conclusione dell’intervento di Volo, vedo una signora sulla cinquantina che ascolta rapita la parlantina del monaco bresciano. Tornato in fiera guardo quello che mi sta attorno con occhi differenti. Occorre essere realisti, perché l’idealismo è troppo. Ma quando sono entrato al Salone, il venerdì, non ero idealista, cercavo solamente qualcosa di nuovo, oppure di bello, come minimo. Volevo vedere qualcosa di estemporaneo o quantomeno un’opportunità di confronto.

Tempo fa cercai di intavolare un discorso di collaborazione commerciale con Peter Panton, fondatore e proprietario dell’English Book Shop a Milano, in via Ariosto – per ironia della sorte. Stava cercando di vendere l’attività, oppure di riposizionarla in ambito editoriale perché il mercato stagnante stava uccidendo la sua voglia di lavorare. Proposi ma fui rifiutato. Troppo rischio si sarebbe corso tentando di dare una svolta ad un negozio storico della Milano Bene. Credo che ora abbia dato in gestione lo spazio a qualche imprenditore del settore ‘Locali-Notturni-Minimal-Ma-Noiosi’ che vende mojito in bicchieri di design con un sottofondo di musica da migrazione degli Aironi.

Il Salone del Libro di Torino – ma Torino in questo c’entra poco – è una fiera commerciale in cui le case editrici più grandi fanno soldi, quelle più piccole si fanno conoscere e gli altri si buttano nella mischia. Nessuno ha mai chiesto che venisse illuminata la scena della letteratura italiana con proclami di nuove frontiere, strumenti di conoscenza innovativi o la creazione di una nuova corrente di pensiero ideologica, come fossimo nella Francia della prima Repubblica. Basterebbe semplicemente un po’ di passione in più per il proprio lavoro, un confronto, una proposta. Un passo avanti. Così non si va da nessuna parte.

E allora mi avvio, all’alba di una domenica mattina torinese, con la mia ragazza ugandese-romana-torinese Olga dopo una notte – al club come direi se fossi figo – in discoteca e penso. Meglio così.

Fra un mese, il 2 giugno, sarò a Londra per il Thames Diamond Jubilee Pageant.

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4 thoughts on “Quattro pagine e finisce il Libro

  1. Le foto di Margot mi avevano illuso fosse davvero una primavera. Questo articolo ben scritto mi fa piombare nel pessimismo.

    • Caro Pietro, siamo ancora fermi al 1992 in molte cose. Si può, si deve sicuramente innovare, ma la situazione attuale non ti lascia nemmeno sperare, perché in un momento come questo dovrebbero essere gli ambiti in difficoltà ad avere più spirito d’intraprendenza, e invece sono soltanto scoraggiati.

      Comunque sono felice che tu ci segua perché ci commenti sempre con spirito di iniziativa, che per l’intraprendenza di cui sopra è ‘il sale della vita”.

      Grazie.

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