Politica post-elezioni: si ricomincia.

Dopo dieci giorni (e più) in cui il focus della politica italiana si è concentrato sulle amministrative e i risultati di tali elezioni, si torna a parlare dei temi portanti dell’azione di Governo e Camere. La cosa interessante è che queste questioni, messe tra parentesi durante la campagna elettorale e l’immediato post-voto, ora possono (e devono) essere affrontate secondo equilibri nuovi, grazie alla presa di consapevolezza dell’opinione espressa dai cittadini.

Vediamo alcuni temi di cui avevamo iniziato a discutere (o che comunque riteniamo importanti), alla luce di questi nuovo, decisivo, fattore.

Lavorare.

Lavoro. Eravamo rimasti al disegno legge del Governo, che avrebbe dovuto essere ritoccato secondo accordi bilaterali in Parlamento – ma stando attenti a non stravolgere troppo, per non isterizzare il Ministro Fornero. Ebbene, a partire da domani (martedì) arriveranno in Aula i ventisette emendamenti dell’Esecutivo, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 16, frutto di una mediazione tra i due senatori Castro e Treu – rispettivamente Pdl e Pd. La proposta più importante sembra essere quella sull’introduzione di un salario minimo per i contratti co.co.pro. che sia innanzitutto «adeguato alla quantità e qualità del lavoro» e, inoltre, che non possa in alcun modo scendere sotto una cifra minima (che sarà stabilità periodicamente dal Ministero del lavoro). Naturalmente molta dell’efficacia del provvedimento dipenderà dalla definizione dell’entità del tetto minimo, ma comunque – per ora – sembra un buon tentativo (che comunque è in linea con l’allineamento allo standard europeo).
Ad equilibrare questa novità, c’è un cedimento in favore del datore di lavoro sulle partite IVA, che a partire dai 18mila euro di reddito annuale non potranno più essere valide per la «presunzione di lavoro dipendente» e, quindi, non si trasformeranno più in assunzioni. Con il benestare di Confindustria – nonostante le aspre critiche delle passate settimana – e i mal di pancia trasversali dei sindacati (che comntestano l’orientamento generale della riforma -, il blocco di norme dovrebbe essere votato definitivamente entro fine maggio.

Berlusconi si gratta, la maschera prude.

Giustizia. Qui il problema era Berlusconi, e il problema rimane Berlusconi. Il fatto è  che la sconfitta elettorale (che, peraltro, il Cavaliere nega) non cambia di una virgola i numeri Pdl in Parlamento, i quali restano i medesimi di qualche mese fa.
Il punto di scontro maggiore è il ddl anti-corruzione, che il Ministro Severino definisce addirittura «a rischio»: Francesco Paolo Sisto (Pdl) ha proposto un emendamento per limitare il reato di concussione, modificandone il testo da «scambio di denaro o altra utilità» a «scambio di denaro o altra utilità patrimoniale»; in questo modo, per puro caso, il “processo Ruby” cadrebbe per insussistenza di reato, perché tra l’ex-Premier e i poliziotti della caserma che “quella sera” rilasciò la ex-nipote di Mubarak non ci fu alcun passaggio di denaro. Naturalmente l’emendamento non ha alcun senso per il Ministro della giustizia, che lo boccia. E Berlusconi gonfia il doppiopetto, sfidando il Governo a porre la fiducia sulla questione Giustizia e minacciando di mettersi di traverso se non vengono ascoltati i suoi capricci.
Se il Pdl, come auspicavamo settimana scorsa, si fosse già spezzato tra i falchi antimontisti, i colombi fedeli al governi e gli indecisi, la questione non si porrebbe, perché la «nuova maggioranza sulla Giustizia» PD, Fli e Idv (come la definisce Chiosa Costa) potrebbe far passare il provvedimento senza troppi problemi. Ma questo Berlusconi lo sa, e infatti ha già fatto rientrare l’allarme secessionista, perché ha compreso che a seguire il suo progetto radicale sarebbero in pochi (cioè i falchi ex AN e i Ghedini), mentre è molto più efficace tenere il Pdl unito  con la formula dell’appoggio esterno, in modo che possa avere una buon numero di seggi da apporre agli emendamenti che non gli piacciono (la rottura causata dagli altri è improbabile, perché i non-fedelissimi, in teoria, dovrebbero aver già seguito Fini sulla via del Signore).

Il fu Terzo Polo: i tre leader mentre eseguono il balletto di Full Monty.

Terzo Polo. Il progetto di Casini è più complesso di quello che egli credeva (o fingeva di credere): la convergenza di alcuni elementi del Pdl nel suo Partito della Nazione sembra ben lontana, un po’ per il lieve riavvicinamento formale di Berlusconi a Monti, un po’ perché il nuovo partito, più che un’unione di tutti moderati, sembrerebbe più simile a una nuova UDC, ovvero un piccolo partito di centro con una prima donna a capo. Il risultato delle elezioni, inoltre, ha evidenziato una mancanza di “moderatismo” tra gli italiani, che sembra essersi trasformato più che altro in grillismo o in astensionismo. Evidentemente, a destra, c’è bisogno di un forte segnale di superamento del berlusconismo, progetto che potrebbe configurarsi a lungo termine (con l’obiettivo 2013) nelle fatiche  di Lamberto Dini – che già fu nemico di Berlusconi all’inizio della sua carriera – e Pisanu. Per il momento si assiste ad un (nuovo) isolamento di Casini, che oltre ad aver strappato con il Terzo Polo di Fini, Granata e Bocchino (ma senza abbandonare davvero Fini stesso), ha anche rotto con l’amico Rutelli, probabilmente considerato troppo pericoloso per le indagini sull’ex tesoro della Margherita, sicuramente reputato non necessario (visti i suoi ininfluenti numeri alle amministrative).

Fine legislatura. Nonostante rimanga ancora possibile un colpo di coda con elezioni anticipate ad ottobre, l’impressione è che, in realtà, andare al voto in tempi brevi non convenga a nessuno: a destra e al centro perché si perderebbero le elezioni (come dimostrano i numeri di queste ultime) ed è necessario riorganizzarsi più quanto non si credesse; a sinistra – dalle parti di Sel, Idv e Diliberto – perché è bene mettere a punto un buon sistema per ri-prendersi un po’ dei voti di Grillo, che in questo momento risulta sopra a tutti loro e non è funzionale per nessun tipo di alleanza.

Il sogno di Bersani.

Dei partiti già in Parlamento (quindi M5S escluso), l’unico a cui sembrerebbe convenga votare è il PD, ma in realtà io credo che la tattica di Bersani e soci sia diversa. Se, da un lato, questo è il momento di forza massima del PD rispetto all’avversario numero uno (cioè il Pdl o la fantomatica forza moderata che si costituirà), è anche vero che per costruire una legislatura (e magari anche due) forte, condivisa e ben gradita ai cittadini, è forse più opportuno far proseguire la fase di austerity ai tecnici di Monti e, poi, giocarsi la faccia e prendere le redini della biga quando la strada sarà già in discesa, o per lo meno in piano. E questo non sembra che possa avvenire prima dell’anno prossimo (sempre che avvenga).

Giancarlo Mazzetti


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